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La brutta piega

piegaProprio non mi piace la piega che ha preso la politica italiana negli ultimi tre anni, in pratica dalla caduta dell’ultimo governo Berlusconi. Fino ad allora c’era stata una parvenza di contrapposizione tra gli schieramenti, da quasi un ventennio il centrodestra era guidato da Silvio Berlusconi, che l’aveva plasmato come un partito padronale (la cacciata di Fini fu emblematica), mentre il centrosinistra aveva sempre avuto una guida corale, ed in qualche misura il dibattito interno non era condizionato dalla volontà del capo. Infatti si era chiamato Partito Democratico e la sua debolezza risiedeva proprio nella difficoltà di darsi una guida condivisa, un leader con carisma ed idee, nel quale tutto il partito potesse riconoscersi, per battere Berlusconi.

Dopo l’arrivo dirompente della crisi dell’eurozona ed il conseguente commissariamento dei governi della periferia d’Europa, la situazione è drammaticamente mutata. Ci ritroviamo con tre grandi partiti padronali, Forza Italia che lo è sempre stato, il Movimento 5 Stelle creato dal nulla da Beppe Grillo, e il Partito Democratico di Renzi, scalato come una holding qualsiasi, usando le primarie come un’OPA e finalmente conquistato e domato dal giovane e scaltro toscano. Tre leader, più personaggi televisivi, di spettacolo, che politici, che non nascondono di essere i padroni in casa propria.

Queste (in parte) nuove entità politiche hanno in comune un modello di leadership chiara e decisa, a cui è demandata ogni scelta finale, mentre a chi dissente viene, più o meno gentilmente, indicata la porta. Non ci sono più regole certe e condivise, ma solo la volontà del capo che decide per tutto il partito, che nel frattempo perde i legami con il territorio, per trasformarsi in un’organizzazione di cooptati, seguaci del capo per opportunità di carriera. E’ il partito liquido, bellezza.

La realtà è che questi furbastri stanno semplicemente tentando d’intercettare la voglia dell’Uomo forte, dell’Unto del Signore, dell’Uomo del Destino, che sia capace di risolvere tutti i nostri problemi. Voglia che aumenta e si diffonde nel Paese con il peggiorare della crisi.

“Mussolini ha sempre ragione”, era scritto sui muri delle città. Significava che ogni suprema decisione spettava a lui, poi si è visto a cosa ha condotto. Tuttavia anche nel partito unico esistevano correnti e contrapposizioni, ed è normale che sia così, perché quanto più è grande un partito (o movimento politico, che dir si voglia), tanto più al suo interno esisteranno posizioni differenti, anche estreme sulle varie tematiche. Nel PCUS hanno convissuto Stalin e Trotsky, nella DC Bindi e Casini, nel PCI Ferrara e Veltroni, e via dicendo. Non è possibile pensarla tutti allo stesso modo, in tutte le questioni, e alla fine esistono solo due sistemi per decidere: quello democratico e quello autoritario. Col metodo autoritario decide il capo, con quello democratico si vota e la maggioranza vince. Ma se il partito è rappresentato in gran parte da nominati, fedeli al capo per opportunismo, di democratico resta solo il nome.

Il processo di svuotamento della democrazia che stiamo vivendo, non riguarda purtroppo solo i partiti, ma le istituzioni politiche tutte, a partire da quelle europee, per arrivare fino ai parlamenti nazionali. Pian piano tutte deprivate della sostanziale democrazia, pur lasciandone inalterata la forma democratica. E’ grazie a ciò che ai PIIGS sono state imposte scelte dolorose stabilite altrove, che sono stati inventati i governi di larghe intese, di grandi ammucchiate, in barba al voto dei cittadini. Certamente tale processo non è stato innescato dalla crisi economica, ma di sicuro un grosso impulso questa l’ha fornito.

La paura. Paura di perdere il proprio benessere. Paura di sprofondare nell’abisso della miseria. Paura di perdere tutto. Questa paura, abilmente manipolata nella semplificazione populista, crea il consenso di un potere sempre meno sostanzialmente democratico, ma anche meno potente, perché soggetto a poteri ancora più forti.

Tranquilli, non accadrà nulla fino al prossimo anno. Matteo Renzi porterà come trofeo gli scalpi dei sindacati e della sinistra del PD al tavolo con la Merkel, ma saranno scalpi finti, perché ai successivi passaggi in aula delle sue tante riforme, il PD sarà andato già in frantumi ed il governo caduto. Forse l’Angelona teutonica sarà magnanima e consentirà un po’ più di spesa, forse le conviene anche, visto che in parte si trasformerà in maggiori consumi e quindi sopratutto di beni tedeschi. Poi da gennaio inizieranno le danze. La minoranza del PD darà battaglia in aula e probabilmente ci sarà una scissione. Napolitano s’avvicinerà al suo novantesimo compleanno con le dimissioni in tasca. Renzi vorrà correre al più presto alle urne, dove s’arriverà molto probabilmente, con la legge elettorale riformata dalla Consulta, nella prossima primavera. Quasi certamente anche la Grecia andrà a votare nello stesso periodo.

Gli speculatori stanno affilando le armi. S’avvicina il tempo di mettere alla prova il “whatever it takes” di Draghi.

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Pubblicato da Rosso Malpelo

Libero pensatore