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Considerazioni sulla disoccupazione

LAVOROIl concetto di disoccupazione è figlio della moderna civiltà capitalista. Nel passato preindustriale pressoché tutti gli uomini dovevano necessariamente svolgere un’occupazione per sopravvivere. La disoccupazione, intesa come assenza di attività lavorativa, era invece appannaggio di pochi privilegiati, nobili e ricchi, che impegnavano il loro tempo in attività maggiormente piacevoli o speculative, quando non semplicemente in ozio. Mentre gli ultimi della terra erano coloro che, non potendo lavorare a causa di menomazioni, malattie o vecchiaia, erano costretti a mendicare di che sopravvivere. Con la specializzazione delle attività, gli uomini e le donne potevano mantenersi svolgendo ciascuno una ben determinata mansione, spesso appresa fin dalla tenera età. Semplicemente non era concepibile non avere un’occupazione che consentisse di procurarsi di che sopravvivere ed, in rari casi, qualcosa in più. Chi non l’aveva, o apparteneva ad una casta dominante, o era condannato a perire presto. Con l’eccezione dei grandi insediamenti urbani del passato, centri del potere politico, ove potevano concentrarsi vaste masse di poveri attratte dagli sfarzi cittadini, e in cui non erano infrequenti distribuzioni pubbliche di cibo da parte delle autorità. 

Nelle civiltà più progredite, una nutrita schiera di individui, schiavi o salariati che fossero, non era direttamente adibita alla produzione di cibo, ma alla costruzione di manufatti di indubbio pregio artistico e monumentale, oltre che di pubblica utilità, come acquedotti, ponti, porti, strade, fortificazioni, stadi e teatri. Ciò che oggi definiamo infrastrutture. Altri uomini prestavano il loro servizio in armi, per la difesa del proprio territorio o la conquista di quello altrui. Quando la disponibilità di beni e alimenti aumentava, per effetto dei tributi riscossi su territori più vasti, o anche perché la sicurezza garantita dall’esercito consentiva un aumento della produzione, nuove opere potevano essere realizzate, a testimonianza della grandezza del sovrano, ma anche della società tutta, che nella quasi totalità dei casi, approvava tali opere e ne andava fiera. Così fu per la Grande Muraglia cinese, come per il Colosseo, le Piramidi egizie, o i Mohair dell’isola di Pasqua.

La forza lavoro impiegata era costituita, a seconda i casi, da schiavi o salariati, o verosimilmente, da entrambi. A volte si trattava di cittadini comuni chiamati a prestare la loro opera più o meno volontariamente. Ciò che conta è che a tutti coloro che lavoravano a tali opere doveva essere assicurata la sopravvivenza, e pertanto qualcun altro doveva produrre il cibo necessario anche al loro sostentamento.

Le civiltà più evolute si sono distinte per le infrastrutture realizzate, a loro volta fonte di ulteriore sviluppo. A ben vedere, è proprio dai manufatti realizzati sfidando il tempo, che possiamo conoscere, ammirare e giudicare le grandi civiltà del passato.

La moderna civiltà industriale, che comprende ormai il mondo intero, ha cambiato il paradigma costruttivo, dalla durata alla quantità numerica, indirizzando gli sforzi ed il lavoro di una buona parte dell’umanità verso la produzione infinita di oggetti, che in qualità di merci vengono costantemente commercializzati su scala planetaria. Beni dalla durata sempre più effimera, devono cedere rapidamente il posto a nuovi e più sofisticati prodotti, affinché il ciclo di produzione e consumo non abbia mai termine. Persino i grattacieli, moderni monumenti della ricchezza e del potere della nostra civiltà, hanno un ciclo di vita prestabilito, e l’impatto nell’immaginario collettivo è più funzione della loro concentrazione numerica, che dei record d’altezza, sempre temporanei, come ogni altro primato della modernità in continuo progresso.

Questa civiltà che riesce a produrre ogni genere di bene, necessario o superfluo che sia, in quantità sorprendenti, ha l’indubbio merito di aver migliorato le condizioni di vita dell’umanità, seppure in maniera molto difforme. Il rovescio della medaglia è però rappresentato dal disastro ecologico, prodotto dallo sfruttamento intensivo delle risorse naturali e dall’inquinamento. E dall’alienazione del lavoro, divenuto anch’esso una merce al pari delle altre. A partire dal lavoro, gran parte dei rapporti sociali si sono trasformati in rapporti commerciali, d’affari o d’interesse. Al maggior benessere materiale è corrisposto uno svilimento progressivo dei rapporti sociali ed umani in genere, un isolamento individualistico favorito dai nuovi mezzi di comunicazione di massa, una disgregazione e ricomposizione frenetica del tessuto sociale in base alle esigenze economiche.

La disoccupazione viene creata dal capitalismo industriale, a partire dagli sgomberi dei contadini scozzesi, brutalmente espulsi dalle campagne all’inizio dell‘Ottocento per far posto alle pecore, per soddisfare la crescente domanda della principale materia prima industriale dell’epoca: la lana. Col tempo è divenuta un fenomeno persistente della nostra realtà, favorito anche dai progressi tecnici e scientifici, che procedono implacabilmente verso l’automatizzazione di ogni possibile attività manuale.

Nel passato preindustriale si poteva rimanere senza cibo, ma non del tutto senza lavoro, come nel caso di distruzione dei raccolti. Oggi invece è possibile rimanere senza lavoro, ma non del tutto senza cibo, almeno in Europa finora.

La produttività industriale è cresciuta talmente che, se i profitti fossero distribuiti socialmente anziché concentrarsi in poche mani, sarebbe possibile una piena occupazione lavorando tutti di meno. La giornata lavorativa di 8 ore fu rivendicata fin dalla metà dell’Ottocento, da allora i progressi tecnologici hanno di molto moltiplicato la produttività, ma l’orario di lavoro standard è tuttora di 8 ore.

La realtà è che la piena occupazione è un traguardo che il capitalismo non ritiene utile raggiungere, anzi, un certo livello costante di disoccupazione è molto più funzionale al sistema capitalistico, sia per imporre la moderazione salariale, e quindi tenere bassa l’inflazione, sia per mantenere la disciplina nei luoghi di lavoro grazie ad una condizione di ricattabilità dei salariati, che possono rischiare in ogni momento di tornare disoccupati.

Oltre ad aver creato una disoccupazione strutturale, il capitalismo ha generato anche una disoccupazione ciclica, dipendente dai cicli di espansione e crollo che caratterizzano l’economia di mercato (un sinonimo improprio, per non usare sempre la parola capitalismo, ma di quello sempre si tratta). In passato i governi hanno reagito all’aumento della disoccupazione dovuto ai crolli economici, espandendo la spesa pubblica a deficit, in diversi modi. Tramite sussidi diretti, per sostenere i consumi; ovvero con riduzioni fiscali, oppure con investimenti pubblici, sia commissionando beni e servizi alle imprese private, che impiegando direttamente la mano d’opera disoccupata, allargando in tal modo la sfera d’intervento dello Stato nell’economia. Non vi è ombra di dubbio che quest’ultimo tipo d’intervento sia da sempre quello più inviso al capitalismo e agli economisti ad esso contigui. Viceversa gli interventi più graditi al sistema sono quelli che vanno nella direzione della riduzione fiscale e dei tassi d’interesse, che non richiedono indebitamento pubblico, ma non garantiscono nemmeno l’aumento dell’occupazione. Infatti ci troviamo attualmente ai livelli più bassi d’interesse e le tasse per i grandi gruppi economici e finanziari non sono mai state cosi basse e facili da aggirare nel mondo globalizzato, pur tuttavia la disoccupazione non accenna a diminuire.

Essendo precluso per Costituzione il deficit di bilancio ed obbligati dai trattati europei a ridurre drasticamente il debito pubblico, non siamo più in grado di intervenire con l’aumento della spesa pubblica per ridurre la disoccupazione, che unita alla deflazione in atto, rischia di rendere comunque insostenibile il nostro debito, che continua imperterrito a crescere.

La disoccupazione è la conseguenza di scelte politiche, il moderno sistema capitalistico l’ha creata e la utilizza per bilanciare profitti, inflazione e controllo sociale. Non si vede all’orizzonte alcuna possibilità di limitare lo strapotere economico e politico del capitalismo, che difende i propri privilegi anche a rischio di condannare il sistema al declino costante e, in ultima istanza, al termine, tra lo strazio di tanta povera gente.

Si ripropone qui l’eterno quesito del perché una massa immensa di individui possa subire lo strapotere di una sparuta élite che essa stessa ingrassa.

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Pubblicato da Rosso Malpelo

Libero pensatore