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Così è (se vi pare e anche se non vi pare)

Carpatair

Nel pieno della più grave crisi economica degli ultimi decenni, siamo frastornati dagli effetti drammatici della recessione, primo tra tutti la disoccupazione e la riduzione del reddito, ma anche una forte stretta creditizia e in generale una carenza di liquidità diffusa. Impauriti dagli scricchiolii di un sistema bancario ritenuto (o spacciato per) solido e affidabile, seguiamo con disillusione le ultime fasi della campagna elettorale.

Se non abbiamo la fortuna di appartenere alla minoranza benestante di questo paese, sperimentiamo quotidianamente le difficoltà crescenti nel mantenere il tenore di vita degli anni passati, la rarefazione delle opportunità di lavoro stabile, l’aumento della precarietà e dei lavori sottopagati. Sono in sofferenza ormai quasi tutte le categorie: operai, impiegati, commercianti, artigiani, piccoli imprenditori, professionisti. Tutti risentono della congiuntura particolarmente sfavorevole, peggiorata da un inasprimento della pressione fiscale, condividendo una diffusa percezione pessimistica sul futuro che ci attende.

Aprire un’attività ha sempre comportato un certo rischio economico, ma ora questo rischio è sensibilmente aumentato, dal momento che di soldi in circolazione ce ne sono sempre meno, e in previsione di tempi peggiori, quei pochi o tanti risparmi vengono tenuti ancora più stretti, quando non devono essere intaccati per la sopravvivenza. Questo si riflette nel saldo negativo tra aperture e chiusure d’aziende nello scorso anno. Sommiamoci la restrizione del credito e il quadro è completo.

Se si gira per distretti industriali lungo lo stivale, il panorama è avvilente. Una miriade di capannoni chiusi e dismessi, cartelli vendesi e affittasi, poche automobili parcheggiate e rari autotreni a trasportare quelle merci che qualcuno ancora produce, a meno che non si tratti di un magazzino di prodotti cinesi. E’ il rovescio della chiusura dei negozi di Atene, lì si era sviluppato un florido commercio di merci d’importazione, qui c’era una florida produzione da parte di piccole e medie imprese. Ovviamente non erano le stesse merci, ma in generale la Grecia è stata grande importatrice di merci durante l’ultima decade, ritrovandosi fortemente indebitata allo scoppio della crisi. Mentre l’Italia è stata grande produttrice di beni sia per i mercati esteri che per quello interno, che ora è crollato. Effetti del combinato disposto moneta unica più crisi economica.

Tra tante preoccupazioni, rischiano di passare inosservati due episodi recenti che danno la misura del potere smisurato che questa congiuntura sta consegnando nelle mani delle grandi imprese, ovvero di quelli che Marx avrebbe definito padroni.

Il primo riguarda la nostra cosiddetta (giacché privata) compagnia di bandiera, l’Alitalia, che dopo l’incidente in fase di atterraggio occorso all’ATR72 in volo da Pisa a Roma, la notte del 2 febbraio, ha fatto rimuovere la livrea del velivolo adagiato a bordo pista, per far sparire il proprio logo dall’immagine dell’incidente. Un tentativo sfrontato e patetico al tempo stesso di dissociazione da quel volo subappaltato alla rumena Carpatair, che operava con aerei e personale propri, ma logo, colori e divise di Alitalia. Occorreva forse nascondere l’inganno, se non fosse che il velivolo era sotto sequestro giudiziario e nessuno avrebbe potuto effettuare modifiche o manomissioni, figuriamoci una squadra di operai.

Il secondo episodio riguarda invece la Fiat, che costretta dalla legge a reintegrare 19 operai ingiustamente esclusi, ha deciso di retribuirli senza riammetterli al lavoro, in estremo dispregio della sostanza del provvedimento. La monetizzazione del diritto al reintegro dopo un ingiusto licenziamento, era alla base dello scontro sull’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, la cui riforma ad opera del ministro Fornero ha tuttavia mantenuto la possibilità del reintegro forzato. Ma la legge non vale per la Fiat, in questo come in altri episodi di prepotenza, e nessuno riesce a fargliela rispettare, nonostante il ruolo sempre più marginale nella nostra economia di quella che fu una grande fabbrica italiana di automobili.

In questo paese non paga mai nessuno, ma in compenso la sofferenza è condivisa tra molti.

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Pubblicato da Rosso Malpelo

Libero pensatore