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Dal Partenone al Colosseo, sulla nave a fuoco. (Triste metafora)

norman atlanticLa Grecia può uscire dall’euro-zona senza particolari problemi. Anzi no, contrordine: l’euro è irreversibile ed i trattati sono irrevocabili. Insomma, la confusione (e l’incertezza) regna sovrana, e i mercati reagiscono male. Milano e Atene -5%, Madrid, Parigi e Francoforte -3%, a conferma del detto Grecia-Italia Μια Φάτσα Μια Ράτσα.

I media tedeschi sembrano reagire nel modo più scomposto, oscillando dalle velate minacce alle esortazioni a vendere le isole per ripagare il debito. In ciò non ha torto Alexis Tsipras che rinfaccia alla Germania la solidarietà ricevuta nel dopoguerra dagli altri paesi, Grecia inclusa, che le abbuonarono un debito frutto di lutti e distruzioni immani. Era forse moralmente più giustificato il debito tedesco di quello greco, quand’anche fosse stato solo il frutto di sprechi e ruberie? (ma sappiamo che in parte ha finanziato anche il welfare dei greci).

La vittoria di Syriza viene ormai data per scontata ed il dilemma che si profila agli eurocrati è tra l’uscita della Grecia dall’eurozona o la sua inadempienza ai trattati, in passato tollerata in più di un’occasione per paesi ben più importanti. Entrambe le alternative rischiano però di essere fatali per la governance dell’Unione. Se perfino la piccola Grecia può permettersi di violare i trattati ed interrompere l’austerità impostale dalla troika, sarà molto difficile che Portogallo, Spagna, Italia (e forse anche la Francia) riescano a continuare a far ingoiare il rospo dell’austerità ai loro cittadini ancora a lungo. D’altro canto, il ripristino della sovranità monetaria greca, dopo un iniziale periodo di confusione, mostrerà inconfutabilmente (e abbastanza in fretta, considerato il fondo toccato dalla sua economia) i suoi effetti benefici. A quel punto il Re Euro apparirà davvero nudo agli occhi di tutti i suoi sudditi e ci sarà una corsa alle proprie monete nazionali.

Per intanto, noi italiani, il nostro rospo ce lo stiamo ingoiando per benino, senza neppure lamentarci troppo. Bravura del premier affabulatore o disinformazione di regime che sia, il Jobs Act è riuscito nello scopo di abbattere il totem dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, anche se il vero obbiettivo non era e non è l’impiego privato, ove già di fatto, grazie alla crisi, i diritti erano stati soppressi e i salari compressi. Il vero obiettivo è il pubblico impiego, al cui assalto sono già partite le avanguardie mediatiche, cavalcando lo scandalo dell’assenteismo capitolino, fiancheggiate dal prode Ichino invocante l’applicazione del Jobs Act anche per il pubblico impiego. E’ la via greca alla riduzione della spesa pubblica: licenziamenti e taglio degli stipendi per gli statali.

I greci hanno capito (a loro spese) nel frattempo che d’austerità si muore. Infatti è aumentato il tasso di mortalità per mancanza di cure mediche, per fame e freddo, in una parola: per miseria. Il prossimo 25 gennaio saranno chiamati ad esprimere la loro volontà. Non è un caso se oggi l’esercizio di democrazia spaventi così tanto i mercati (ed i capitalisti che nei mercati operano/speculano).

Non so se lasceranno che Syriza vinca le elezioni, non so se una volta vinte, lasceranno Tsipras libero di formare un suo governo indipendente, non so se una volta insediato quel governo avrà la forza ed il coraggio di attuare quanto promesso in questi giorni. Ma se tutto ciò dovesse avvenire, prepariamoci alla fine dell’Unione Monetaria Europea (e ad un bel po’ di montagne russe per noi).

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Pubblicato da Rosso Malpelo

Libero pensatore