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Dall’austerità alla deflazione, passando per una svalutazione interna

Produzione industriale italiana

Produzione industriale italiana

La ripresa della crescita economica è l’obiettivo che si pone indistintamente tutta la nostra classe politica al governo dall’inizio della crisi, spiegandoci anche come ciò sia possibile nell’ambito della UEM solo aumentando produttività e competitività, ovvero abbassando i costi di produzione per unità di prodotto. A tal fine si invocano inderogabili riforme che agiscano sia sul costo del lavoro, che sulle imposte e sugli altri costi, quali ad esempio energia e trasporti, che pure incidono significativamente sulla produzione. Tentando di perseguire quella che si chiama una “svalutazione interna”, essendoci negata quella valutaria, che faccia recuperare competitività alle imprese italiane. Tale svalutazione interna può realizzarsi solo attraverso una fase di deflazione, ovvero di discesa generalizzata di salari e prezzi, compresi quelli immobiliari. imm5

Tuttavia, come spiegato da Irving Fisher nella sua “Teoria delle grandi depressioni basata sui debiti e sulla deflazione” del 1933, la riduzione del valore dei patrimoni, unita a quella delle garanzie, provoca il circolo vizioso dei fallimenti privati e aziendali, il crollo dei profitti delle aziende, e ne consegue l’ulteriore crollo degli investimenti, dei redditi, dei salari, delle pensioni e dell’occupazione che porta a una contrazione ulteriore dei consumi.

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La deflazione comporta tra l’altro un aumento del valore reale del debito, al contrario dell’inflazione che ne determina una sua diminuzione in termini reali. Per un paese come il nostro, il cui debito aggregato (pubblico e privato) è prossimo al 300% del PIL, la deflazione rischia di essere letaleimm1La contrazione dei consumi è causa del crollo della domanda interna, pertanto la nostra ripresa economica è affidata esclusivamente al saldo attivo della bilancia commerciale, ovvero alle nostre esportazioni. Ma in una fase di recessione per buona parte dei paesi della periferia europea, tutti costretti ad applicare la stessa ricetta deflattiva, sarà dura cercare di recuperare quote di mercato, tra l’altro verso i paesi del centro e soprattutto la Germania, che non hanno nessuna intenzione di fare politiche espansive (leggasi aumentare i salari) e già lamentano l’impennata dei valori immobiliari. In effetti a questo ci hanno ridotto le politiche di austerity dettate dai tedeschi: un’eurozona di paesi a sovranità limitata costretti a farsi concorrenza a colpi di svalutazioni interne, nell’ottica assurda di diventare tutti esportatori netti come la Germania.imm3

Accanto alle perniciose ricette finora messe in opera, i nostri governanti favoleggiano anche di riduzione della spesa pubblica e vendita di assets statali per ridurre il debito. Non c’è stato governo negli ultimi vent’anni che non abbia dichiarato di voler ridurre la spesa pubblica, ciononostante questa ha continuato ad aumentare ed i tagli effettuati di volta in volta si sono sempre tradotti in riduzione di servizi e prestazioni per i cittadini, a cominciare da scuola, sanità e pensioni, lasciando intatti i veri centri di spreco. Per quanto riguarda la vendita di assets pubblici, va tenuto presente che già molte nostre imprese prestigiose sono recentemente passate in mano straniera a causa della crisi. Cedere anche gli assets pubblici ad investitori che, in una fase di credit crunch e crisi di liquidità come quella che stiamo attraversando, non possono che essere esteri, significherebbe davvero svendere il paese. Inoltre guardando all’esperienze pregresse di cessioni di patrimonio pubblico, come nel caso di Telecom, Autostrade o Alitalia, il quadro non è proprio confortante. Meglio forse sarebbe tenerle in mano pubblica e cercare di amministrarle bene, tanto più che si tratta di aziende che fanno utili (Enel, Eni, Terna). 

imm4Un discorso a parte merita invece il patrimonio immobiliare dello stato, che nel caso dell’edilizia abitativa, non può essere messo sul mercato, già in sensibile contrazione, senza effetti ulteriormente depressivi sui prezzi. In ogni caso anche per le cartolarizzazioni passate i risultati si sono rivelati sempre inferiori alle aspettative.

La conclusione è sempre la stessa: stiamo andando a sbattere contro un muro. Le prime a rendersi conto di ciò dovrebbero essere proprio le banche che hanno il termometro della situazione e la febbre ha per nomi sofferenze, incagli e fallimenti. Solo le banche conoscono la realtà e quanto vada peggiorando di giorno in giorno, finora hanno cercato di nascondere con artifici contabili la gravità della situazione e continuato ad acquistare titoli pubblici con i soldi della BCE, ma se il paese sprofonda le banche non rimarranno a galla.

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