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Emigrazione della produzione

Il processo di delocalizzazione della produzione, iniziato negli anni ottanta del secolo scorso, è proseguito a ritmo sostenuto, fino a trasformare la Cina nella “fabbrica del mondo”, grazie alla disponibilità di mano d’opera a basso costo praticamente infinita, all’alta stabilità politica e alle leggi particolarmente favorevoli per le imprese. L’industrializzazione a tappe forzate voluta dal governo cinese, ha permesso uno sviluppo economico inarrestabile del paese più popoloso del mondo. In attesa che il mercato interno cinese potesse sviluppare una domanda in grado di auto-sostenere la crescita, è stato necessario continuare a produrre e vendere a credito, finanziando il debito pubblico americano tramite il massiccio acquisto di titoli del tesoro USA. La perdita di posti di lavoro nella manifattura a causa della delocalizzazione, ha iniziato a far salire inesorabilmente la disoccupazione, alimentata anche dalla chiusura delle piccole imprese, schiacciate dalla competizione globale, che non hanno potuto delocalizzare la produzione e/o rinnovarsi tecnologicamente. In Europa molte aziende hanno approfittato delle possibilità offerte delocalizzando nei paesi del ex blocco sovietico, oltre che nel gigante asiatico. Il Messico ha visto trasferirsi moltissime industrie USA. Dagli anni Novanta del secolo scorso, molto è cambiato nel panorama economico mondiale. Prima d’allora il G7, allargato poi alla Russia, dominava la politica economica insieme ai suoi due strumenti principali, l’FMI e la Banca Mondiale, di cui i membri del G7 ne erano i principali azionisti. L’ultimo ventennio ha visto la crescita impetuosa delle economie di paesi già in via di sviluppo, quali il Brasile, la Russia, l’India e il Sudafrica, oltre alla Cina (in acronimo, BRICS). Questi paesi hanno avuto negli ultimi anni tassi di crescita record e tutt’ora sembrano aver risentito poco o nulla della crisi mondiale. Hanno così potuto accumulare notevoli surplus valutari che ne hanno ulteriormente alimentato lo sviluppo attraverso forti investimenti interni, mentre il vecchio G7 (USA, Giappone, Germania, Francia, GB, Italia e Canada) vedeva invece accrescere i debiti.

Buona parte dello sviluppo economico dell’ultimo quarto di secolo è avvenuto grazie all’elettronica e all’informatica, che hanno reso possibile la produzione su scala planetaria di nuove categorie di beni e servizi, prima inesistenti, come computers e cellulari. Molti altri prodotti sono stati migliorati grazie alle nuove tecnologie, come automobili ed elettrodomestici. Infine, i processi di produzione hanno a loro volta beneficiato del progresso elettronico, risultando più efficienti e richiedendo sempre meno mano d’opera generica. Le comunicazioni sono state sicuramente il settore dove la rivoluzione tecnologica è stata più tangibile e diffusa, consentendo di sviluppare nuove opportunità di business.

Il quarto di secolo precedente era stato caratterizzato dallo sviluppo dell’industria automobilistica, con il conseguente fenomeno della motorizzazione di massa nei paesi capitalisti. Al culmine di quella fase veniva quasi raggiunto il livello di piena occupazione, anche perché la produzione era perlopiù mantenuta all’interno dei confini nazionali.

Il tenore di vita dei paesi capitalisti è migliorato decisamente negli ultimi 50 anni. Una cospicua quantità di ricchezza è stata generata in questo periodo e molte tutele sono state adottate per i cittadini-lavoratori, anche se i modelli variano alquanto tra i diversi paesi. Negli USA l’assistenza sanitaria è molto lontana da quella adottata in Europa, ma il sostegno alla disoccupazione è molto più efficiente che – ad esempio – in Italia.
Ciononostante, nell’ultimo quarto di secolo, si è verificato un lento travaso di ricchezza verso le classi più ricche e a discapito di quelle meno abbienti. Più precisamente, si è assistito ad una inversione di tendenza rispetto al quarto di secolo precedente, durante il quale la redistribuzione della ricchezza prodotta era stata più equa. Ma ciò che ha caratterizzato la transizione tra i due periodi è stato anche il crollo dell’Unione Sovietica e la caduta del Muro di Berlino. Il capitalismo ha perso il suo antagonista storico, il comunismo. Lentamente sono riaffiorati gli istinti selvaggi del mercato, non più contenuti da alcun confronto ideologico. Il liberismo aveva trionfato sul socialismo e ciò dimostrava l’infallibilità del mercato e la correttezza delle sue leggi. Rimane ancora la Cina a dichiararsi comunista, ma ben pochi ormai la riconoscono come modello di sviluppo socialista, quanto piuttosto una forma di capitalismo misto privato e di stato, all’interno di un regime totalitario, che molto poco tutela i cittadini-lavoratori, anche se innegabili sono i progressi ottenuti sotto il profilo economico.

L’emigrazione della produzione verso paesi con più bassi costi di mano d’opera, incentivi e agevolazioni statali, imposte ridotte ed altri vantaggi, insieme alla globalizzazione dei mercati (libertà di circolazione delle merci e abolizione dei dazi doganali), ha consentito di abbattere notevolmente i costi di produzione con conseguente aumento dei profitti da un lato e riduzione dei prezzi, dall’altro. La riduzione dei prezzi ha, a sua volta, ulteriormente allargato la platea dei consumatori e accresciuta la domanda. Sarebbe probabilmente stato meglio redistribuire i super profitti generati in tale processo, a favore di servizi sociali e ambientali, per mantenere una capacità di reddito in grado di alimentare la domanda interna, evitando così la chiusura di molte piccole aziende. Nonostante lo sviluppo del settore terziario, molti lavoratori sono stati comunque emarginati ed espulsi dal ciclo produttivo, per gravare infine sull’assistenza pubblica. Un risvolto di ciò è stata anche la trasformazione da produttori a consumatori, delle fasce sociali medio-basse nei paesi del post-capitalismo.

La produzione si è delocalizzata, la disoccupazione è aumentata come pure le disuguaglianze all’interno delle società post-capitaliste. Il proletariato è entrato in concorrenza con quello dei paesi emergenti, mentre le classi più abbienti hanno potuto sfruttare i meccanismi della globalizzazione per operare sul mercato mondiale con le nuove tecnologie che esse stesse progettavano e impiegavano. In una parola, si è prodotto un enorme travaso di ricchezza dalle classi meno abbienti ad una elite privilegiata, comprovato dal rapporto tra la retribuzione di un manager e quella di un operaio nell’ultimo mezzo secolo, passato da meno di 50 a più di 300 volte.

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