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I giorni del rancore

eu1Dunque ci siamo. Il prossimo 20 luglio sarà davvero la deadline del default greco, senza il rimborso della rata alla BCE, il pur minimo flusso di denaro fatto arrivare alle banche greche tramite l’ELA verrà interrotto e il governo dovrà introdurre uno strumento di pagamento alternativo, cioè un’altra moneta, che ben presto (per la legge di Gresham) soppianterà l’euro. Considerando poi che un eventuale accordo in extremis dovrà essere ratificato dai Parlamenti di Atene e Berlino, di tempo ne è rimasto davvero poco, diciamo fino a domenica prossima, giorno in cui è stato convocato il Consiglio europeo. Pertanto la Grexit si fa altamente probabile, anche il governo greco ne è consapevole al punto di sostituire lo scomodo, ma eurosostenitore Varoufakis con l’euroscettico Tsakalotos, un po’ per non lasciare alibi alla troika, che ne reclamava la testa, e un po’ per prepararsi all’ipotesi più probabile.

In effetti non c’è nessuna possibilità di conciliare le posizioni dei creditori, escluso forse il FMI, con quelle greche, senza la palese ammissione di sconfitta e conseguente perdita di consenso dei governi protagonisti di questo scontro epocale. Non può piegarsi il governo Greco alle pretese incuranti della logica economica e dell’autocritica tardiva del FMI, forte di quel 61% ottenuto al referendum e del sostegno alla sua strategia da parte di tutti i partiti greci (tranne Alba Dorata), ma anche di larghi strati di opinione pubblica europea e di quasi tutti i partiti d’opposizione, come dimostra l’intervento di Tsipras all’Europarlamento di oggi.

Non può piegarsi la cancelliera Angela Merkel, leader da lungo tempo del più grande e ricco paese d’Europa. E’ impensabile che possa chiedere al suo Bundestag di scontare ulteriormente il debito greco e contestualmente prestare altri soldi allo stesso popolo che le ha rifilato un sonoro ceffone con il suo no. Ma ancora più improbabile è che il Bundestag approvi. Oramai è una questione di orgoglio nazionale, oltreché di sopravvivenza politica. La Germania ha già deciso l’uscita della Grecia dall’eurozona, anche perché non può permettersi il contagio delle rivendicazioni nazionali che si scatenerebbe se Tsipras l’avesse vinta. In effetti la Germania non può permettersi proprio un’altra Europa, con fiscalità comune e unione bancaria, i trasferimenti dalle aree ricche a quelle più arretrate, e magari il debito in comune. I tedeschi non possono permettersela e non la vogliono, quello entrato in crisi dal 2010 è l’unico compromesso che sono disposti, obtorto collo, ad accettare. E già aver avallato il QE di Draghi è stata per loro una notevole concessione. Se ne facciano una ragione gli apologeti del “più Europa”, non avranno mai i tedeschi (e non solo) dalla loro parte.

Questi sono anche i giorni del risentimento, mentre volano gli stracci (come dicono a Roma). Ingerenze indebite da parte di alte figure istituzionali europee nella consultazione greca, accuse reciproche di slealtà, recriminazioni, minacce e offese personali sarebbero state il prologo in passato di movimenti di truppe armate ai rispettivi confini. Per fortuna non siamo ancora a questo punto, ma la rottura definitiva è vicinissima. Indizio inequivocabile è la convocazione del vertice dei capi di stato e di governo dei 28 paesi UE, per domenica prossima. In quella sede forse gli equilibri saranno diversi dal 18 contro uno dell’eurozona, ma la tensione della crisi sarà al massimo livello ed il rancore reciproco, trattenuto a stento finora, potrebbe renderlo il più drammatico Consiglio europeo, e forse l’ultimo con quest’assetto.

Dispiace constatare, in questo cupio dissolvi dell’euro-mostro che ha preso il sopravvento sull’Europa dei popoli, l’ambiguità e l’irrilevanza della posizione italiana, sempre al guinzaglio del potente di turno e senza una chiara strategia di difesa dei nostri interessi nazionali. Anche sotto questo aspetto i greci ci stanno impartendo una formidabile lezione, messe da parte le divisioni politiche, hanno conferito al loro governo il mandato a trattare per tutta la nazione, confidando nella sua determinazione di perseguire gli interessi nazionali.

Ma ciò che traspare dall’atteggiamento dei nostri governanti è qualcosa anche di più ignobile e preoccupante. E’ il timore che a metterci in mostra potremmo richiamare l’attenzione sulla nostra vulnerabilità, scatenando di nuovo la speculazione sul nostro debito pubblico, dalla quale ci illudiamo di essere al riparo dietro lo scudo di Draghi. Mentre invece proprio le dimensioni del nostro debito possono essere l’arma di ricatto perfetta. In fondo, se un paese di 11 milioni di abitanti e con un debito di 340 miliardi è riuscito a produrre un tale subbuglio, cosa potrebbe scatenare l’Italia se fosse coesa e determinata ad uscire definitivamente fuori dal circolo vizioso debito-austerità?

 

p.s. Il nostro simpatico kapò Martin Schulz pensa di intervenire a gamba tesa anche quando a votare andranno gli inglesi per decidere la permanenza nella UE?

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