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Il declino italiano

Fyra-V250La notizia è di qualche giorno fa, pubblicata dal FattoQuotidiano: “Finmeccanica, treni perdono pezzi. Olanda e Belgio fermano ordine da mezzo miliardo”. Nell’articolo si racconta che il Belgio contesta ai treni Fyra V250 italiani difetti quali: porte che non si chiudono, pezzi del treno che si staccano a causa del ghiaccio, un allarme acustico bloccato dalla neve, surriscaldamento della batteria, freni non adatti per l’alta velocità e ruggine che ha iniziato a formarsi dopo pochi mesi. Insomma un disastro per un’azienda, l’Ansaldo-Breda, che è stata un fiore all’occhiello della nostra industria ferroviaria.

Questo mi ha fatto riflettere sul declino dell’industria italiana e più in generale, sul calo della produttività. Non voglio fare un discorso tecnico con tanto di dati e grafici, ci sono a questo proposito dissertazioni ben più qualificate, piuttosto riportare la mia esperienza di vita quale cittadino di questo paese, che ha vissuto il tempo del boom economico e la crescita impetuosa che ci ha portati ad essere la quinta potenza economica mondiale negli anni ottanta del secolo scorso, essendo partiti da un paese ancora profondamente agricolo, semidistrutto dalla guerra e con giovani istituzioni democratiche.

Quel periodo è stato segnato da profonde contraddizioni sociali e politiche, prima tra tutte la presenza del più grande partito comunista del blocco occidentale, e poi a seguire le mafie e la lotta armata, col loro strascico di sangue per il paese, che ha segnato profondamente la nostra vita. Dall’altro lato ci sono state le conquiste sociali e sindacali, con salari che hanno permesso ad una generazione di lavoratori di costruirsi un certo benessere, comprarsi casa e far studiare i propri figli, a differenza delle generazioni precedenti.

Il sistema sanitario nazionale e la scuola pubblica sono stati due dei pilastri fondamentali di tale benessere diffuso, mentre il paese andava modernizzandosi con infrastrutture che il mondo guardava con ammirazione. Le nostre imprese crescevano ed il loro lavoro era apprezzato all’estero. Erano gli anni in cui veniva inventato il “made in Italy”, sinonimo di buon gusto e qualità. Erano gli anni di Carosello, della Montedison all’avanguardia nella plastica, con Gino Bramieri che pubblicizzava il Moplen. Erano gli anni della motorizzazione di massa grazie alle utilitarie Fiat, dell’Olivetti leader mondiale delle macchine da calcolo, dell’Eni che sgomitava tra le sette sorelle, della Indesit, della Marzotto e di tante altre industrie che allora muovevano i primi passi, ma che presto sarebbero diventate giganti.

Diciamolo francamente: l’Italia è riuscita a recuperare in pochi decenni buona parte della distanza che la separava dalle altre potenze industriali, grazie al combinato disposto di una nuova classe dirigente che aveva sostituito lo sconfitto regime fascista e di un popolo giovane che, benché fortemente provato dalla guerra, ambiva ad un riscatto pacifico, dopo l’umiliazione della sconfitta, ma soprattutto desiderava ricostruire ciò che era stato distrutto e assicurare un futuro dignitoso per se ed i propri figli. A tale scopo ciascuno si sentiva impegnato a compiere quei sacrifici che avrebbero certamente dato i loro frutti, come in realtà è stato.

E la classe politica del tempo ha saputo assecondare questa grande trasformazione con coraggio e intelligenza, promuovendo riforme epocali, come quella del latifondo e delle grandi nazionalizzazioni. Erano democristiani, ma si confrontavano con il più grande partito comunista d’Europa, che rappresentava davvero la classe lavoratrice. I governi duravano poco, ma l’economia tirava e il lavoro c‘era (anche se bisognava andare al nord), nonostante l’inflazione che si fece sentire dopo lo shock petrolifero degli anni settanta, ed in ogni caso la scala mobile proteggeva i salari dall’inflazione.

Ovviamente anche la nostra vecchia lira ha avuto un ruolo importante in tale processo, garantendo la giusta elasticità per competere con successo in tutti i mercati, e il nostro debito pubblico è rimasto basso fino a quando non fu decretato il cosiddetto divorzio tra la Banca d’Italia e il Tesoro, costringendo quest’ultimo a finanziarsi a tassi di mercato, ma ormai eravamo avviati inesorabilmente verso quell’integrazione europea che molti vedevano come il sol dell’avvenire: l’Europa unita, con un solo governo ed un’unica moneta.

Così come il nostro miracolo economico è stato il risultato di più elementi concomitanti, anche il nostro declino è frutto del combinato disposto di più cause.

All’inizio degli anni 90 del secolo scorso il mondo era cambiato, l’Unione Sovietica non esisteva più e la guerra fredda era terminata. Il PCI entrava in una fase di profonda trasformazione e la DC perdeva gran parte della sua ragion d’essere che risiedeva nell’anticomunismo, il PSI di Craxi si rivelava una congrega affaristica e la politica tutta subiva uno scossone che avrebbe portato alla nascita della seconda repubblica, sotto la sferza dell’inchiesta Mani Pulite.

Veniva così a sostituirsi una nuova classe politica che non si connotava più per le ideologie, quanto per più pragmatici interessi di gruppi più o meno estesi di individui, per contrasto il dibattito politico veniva ad assomigliare sempre più ad uno scontro tra tifoserie, concentrandosi sul mezzo televisivo.

Dal canto suo, la classe imprenditoriale non ha saputo uscire dal modello familiare e le nuove leve che andavano a sostituire i vecchi padroni, che avevano fondato e guidato per decenni le loro aziende, erano giovani benestanti con buona educazione, ma poco avvezzi ai sacrifici. Inoltre la finanza stava acquistando sempre maggiore importanza, consentendo a chi aveva i mezzi di speculare proficuamente senza impegnarsi nella complicata gestione di aziende e nei rapporti con i lavoratori.

Sull’onda della vittoria globale del capitalismo, l’ideologia iper-liberista andava affermandosi anche da noi. Lo stato veniva alleggerito con le cosiddette liberalizzazioni e privatizzazioni, che favorivano imprenditori famosi che avevano costruito le loro fortune con la produzione di beni e che ora si ritrovavano a gestire servizi pubblici in regime pressoché di monopolio.

Ma anche i lavoratori hanno avuto la loro parte di colpa nel declino. Se la generazione che aveva fatto il miracolo economico si era sacrificata ed era stata fiera di farlo, sentendosi partecipe di una crescita collettiva, e al contempo classe determinante nel destino della nazione, con la perdita d’identità sociale, i lavoratori sono tornati ad essere individui. Spesso e volentieri per sfuggire alla perdita di influenza sociale ci si è rifugiati nella deresponsabilizzazione e nel garantismo, ovvero nella ricerca del posto fisso e nel minore impegno nel lavoro.

D’altro canto, se ai lavoratori si riducono salari e tutele, e li si riduce a meri agenti produttivi facilmente sostituibili, la reazione naturale sarà quella di sentirsi meno coinvolti nel processo produttivo, a scapito della qualità generale del lavoro.

Riassumendo, la nuova classe politica sicuramente non si è rivelata all’altezza delle nuove sfide, anzi ha dimostrato di essere molto più corruttibile e legata al potere di quella che l’aveva preceduta, e per conservare il proprio potere ha distribuito favori e posti chiave nella pubblica amministrazione, non seguendo criteri meritocratici, bensì d’appartenenza politica e complicità nel malaffare. L’accumulo di incapaci e incompetenti, o peggio corrotti, nei vari centri decisionali ha comportato un generale degrado degli enti amministrati ed un peggioramento nei loro conti e nella loro attività. S’è quindi affermata una selezione alla rovescia, a cascata nei posti delle pubbliche amministrazioni, compromettendone col tempo il buon funzionamento.

Le nuove leve della classe imprenditoriale non hanno saputo riformare i modelli industriali ed hanno spesso preferito la speculazione finanziaria o la rendita di posizione agli investimenti produttivi e innovativi, in una corsa al ribasso del costo del lavoro al netto delle tasse, trovando in questo sponda nella classe politica, che ha istituzionalizzato la condizione di precariato con le riforme del lavoro.  La classe lavoratrice non ha saputo reagire alla perdita di centralità e s’è rifugiata nella difesa dei diritti acquisiti, creando le basi per una gigantesca disparità di trattamento tra vecchi assunti a tempo indeterminato e giovani precari.

Infine l’euro, la moneta comune che vedevamo come il coronamento del progetto europeo, s’è rivelata un nodo scorsoio attorno al collo, in assenza degli altri pilastri fondamentali, ovvero governo e bilancio unico, fiscalità unica, banca centrale prestatore di ultima istanza. Ci siamo così ritrovati a competere con una moneta forte che rappresentava sempre meno la nostra economia ed abbiamo iniziato ad accumulare saldi negativi nei confronti della Germania, come tutti gli altri paesi della periferia.

Con l’arrivo della crisi cominciata negli USA le criticità si sono accentuate, le aziende sono andate in sofferenza, le banche hanno chiuso i rubinetti, la disoccupazione è cresciuta a dismisura, i consumi sono crollati e nonostante le manovre lacrime e sangue imposte dall’Europa, la nostra economia è andata sempre peggio, con conseguente aumento del debito pubblico.

Oramai la situazione è talmente compromessa che perfino Berlusconi lancia un grido d‘allarme: “Un’Italia che perde ancora peso e ricchezza oltre quello che ha già perso, pronta ad essere messa all’incanto con metodi egemonici da chi è in posizione di forza, non è una prospettiva accettabile. Questo è il contenuto vero di quello che chiamo il braccio di ferro [con la Germania]. O è così o ciascuno deve trovare le proprie soluzioni nazionali o regionali, scomponendo i meccanismi dell’area dell’euro“.

Mentre la cosiddetta sinistra italiana continua a sognare più Europa.

Concludo con le parole dell’economista Sapir: “Questo calo della produttività del lavoro è probabile si verifichi a causa del deterioramento dell’apparato produttivo, ma anche a causa del forte aumento della disoccupazione che distrugge brutalmente le competenze accumulate nelle fabbriche e nei laboratori. Questo fenomeno, se prolungato, richiederebbe molto tempo per recuperare il ritardo di produttività perché la ricostruzione della capacità produttiva, quando essa è stata distrutta massicciamente, richiede tempo.” … “Tutti gli indicatori indicano un profondo deterioramento della situazione che dovrebbe segnare la seconda metà di quest’anno e l’inizio del prossimo anno. Dato l’aumento di opposizione politica all’attuale funzionamento e ai principi stessi dell’area Euro, questo prevedibile peggioramento della crisi potrebbe portare a una rottura dalle fondamenta dell’euro. Questa rottura deve considerarsi desiderabile. Infatti, più sarà lunga la crisi e più profonde saranno le conseguenze strutturali sull’occupazione (con la perdita di capacità produttiva), fiscale (con l’istituzione di sistemi di deviazione dei flussi di individui e aziende) ma anche sugli investimenti (con una preferenza per le attività di breve termine come commercio e negozi anziché per quelle realmente produttive). Si spera quindi che l’ormai prevedibile peggioramento della situazione spinga un certo numero di paesi a smantellare la zona euro, dato che la sua sopravvivenza può portare solo più miseria e sofferenza per i popoli d’Europa.”

 

Ps: la buona notizia è che di talenti onesti ce sono ancora moltissimi, fanno una fatica enorme a resistere, ma ce ne sono, nonostante sempre di più prendano la strada dell’emigrazione. Quando verrà il momento basterà solo saper riconoscere il valore delle persone.

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Pubblicato da Rosso Malpelo

Libero pensatore