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Il mutamento antropologico degli italiani

imgNon ho dubbi sul fatto che il denaro sia alla radice del mutamento antropologico avvenuto nella nostra società nell’arco della mia esperienza, che inizia alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, per attraversare il boom economico, la protesta giovanile e gli anni di piombo, l’epoca del craxismo rampante, il crollo del muro di Berlino e dell’URSS, l’inchiesta Mani Pulite e la fine della prima Repubblica tra le stragi mafiose, la fuga dal Sistema Monetario Europeo e le manovre lacrime e sangue per risanare i conti pubblici, l’epoca di Silvio Berlusconi e dell’alternanza bipolare, l’ingresso nell’euro ed il rapido declino del paese, fino ad arrivare alla Grande Crisi presente, i cui effetti si sono cominciati ad avvertire dal 2008-2009, da allora siamo rapidamente scivolati sull’orlo del baratro, senza neppure poter eleggere liberamente un premier, essendo stati gli ultimi tre rigorosamente approvati (quando non addirittura suggeriti) dai poteri forti europei – BCE, Commissione Europea e Germania.

Oltre la mia esperienza diretta, posso avvalermi anche dei racconti dei miei vecchi, che mi consentono di avere un’idea della società italiana a partire da primo dopoguerra, abbracciando il ventennio fascista, fino alla tremenda esperienza della guerra, l’occupazione alleata ed il dopoguerra di fame e miseria in un paese distrutto, la ricostruzione e l’inizio del lungo periodo democristiano.

Quando ero bambino giocavo ad esplorare i bunker ancora agibili alla periferia di Roma. C’era ancora nelle campagne qualche rottame di carro armato sherman in cui infilarsi per giocare alla guerra. Il litorale laziale era stato bonificato da poco grazie ai detenuti che si offrivano volontari per l’opera di sminamento in cambio di sconti sulla pena.

L’Italia proletaria e fascista di Mussolini, dopo la sconfitta militare non era più fascista, ma in compenso era ancor più proletaria. Le famiglie numerose erano molto diffuse. Tanta gente non aveva casa ed abitava nelle baracche che sorgevano un po’ ovunque attorno la città. Il lavoro era poco ed i soldi in giro ancora meno. Molti italiani avevano ripreso ad emigrare, specie al sud, come i miei zii che erano andati a fare gli operai in Germania.

Poche strade buie e malandate, pochissime auto e rari negozi, questo era ancora il panorama delle periferie romane nei primi anni Sessanta. In quei rari empori spesso si vendeva un po’ di tutto, in forma sfusa. Anche le sigarette si potevano acquistare sciolte. Fare la spesa per le donne d’allora era una complessa manovra d’austerità quotidiana. Mia zia passava al mercatino rionale dopo la chiusura a raccattare un po’ di verdure avanzate e rimediava il vestiario per i figli in parrocchia. Ma in fondo potevano dirsi fortunati perché mio zio era impiegato statale, avevano una casa assegnata dallo Stato e, pur essendo dieci bocche da sfamare, riuscivano ad arrangiarsi e a tirare avanti in attesa di tempi migliori.

Io non ho conosciuto né i bombardamenti, né la fame vera, nei primi anni Sessanta avere solo due figli poteva essere vantaggioso. Però ho bene in mente i racconti di mio padre che si è trovato sotto i bombardamenti in una Napoli senza più cibo, da cui ha dovuto sfollare con la sua famiglia in un piccolo paese della Calabria, per poi ritornare e trovare una città liberata e postribolare.

Una manciata di anni separano la fine della guerra dalla mia nascita, ma i miei ricordi più vecchi risalgono agli anni Sessanta, quelli del boom, delle Vespe e Lambrette prima, e delle 600 e 500 poi. Delle televisioni che si diffondevano nelle case, insieme agli altri elettrodomestici ed ai termosifoni, al telefono duplex ed alla carta igienica (prima c’erano i fogli di giornale).

Quei tempi migliori tanto agognati stavano arrivando, ma nei primi anni Settanta, io e la maggior parte dei miei coetanei ce ne andavamo ancora a zonzo per la città nel tempo libero con le tasche belle vuote, osservando le vetrine che si andavano popolando di merci. Forse un po’ era per questo che c’era in giro così tanta rabbia e voglia di cambiare le cose, la società, il mondo. Insomma di fare la Rivoluzione.

La rivoluzione non s’è fatta, in compenso ci sono stati attentati, stragi, omicidi e repressioni. Alla fine degli anni Settanta il clima nel Paese era davvero pesante, ma a sedare gli animi ci ha pensato una cascata di polvere bianca che si è andata rapidamente posando sulle piazzette, nei parchetti e nei i vicoli malfamati, per la gioia di pochi e l’inferno di molti.

Sopravvissuta agli anni di piombo e all’eroina, la generazione del boom economico era adesso pronta a tuffarsi nel mondo del lavoro per dimostrare di sapercela fare e provare a sfondare, ciascuno nel proprio campo. Gli anni Ottanta, oltre al cosiddetto riflusso nel privato, si legano al primato di quinta potenza industriale, alla proliferazione di piccole e medie imprese, alla diffusione del made in Italy nel mondo. Stavamo capitalizzando il vantaggio di essere un paese di confine dell’impero americano, sconfitto in guerra ma capace di riprendersi bene, con una politica abbastanza pacifista e con il più grande partito comunista di un paese della NATO. Protetti dall’ombrello americano, ma abbastanza liberi da coltivare buoni rapporti in giro per il mondo e fare buoni affari.

Alla fine degli anni Ottanta l’Italia non era più nemmeno proletaria, e quando è crollato il muro di Berlino, ha scoperto che il comunismo era sparito come pure i tanti comunisti italiani. Le regioni storicamente più rosse erano quelle che stavano producendo e distribuendo più ricchezza. Strutture nate per difendere il lavoro dallo sfruttamento si stavano trasformando in moderne imprese capitalistiche. I partiti della sinistra, oltre a scrollarsi di dosso le ideologie socialista e comunista, abbracciavano ora incondizionatamente tutte le regole delle liberal-democrazie, soprattutto quelle economiche, dal momento che la storia aveva dimostrato il fallimento delle alternative al libero mercato.

Data da quegli anni l’arretramento delle conquiste salariali e delle tutele lavorative che erano state strappate con le lotte degli anni Sessanta e Settanta. A partire dalla soppressione della scala mobile avvenuta nel 1992, è stato tutto un incalzare di riforme volte a liberalizzare il mercato del lavoro, che hanno prodotto precarietà e sotto-occupazione, oltre a ridurre il salario reale. Fino ad arrivare alla abrogazione dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori, ai giorni nostri, che concede libertà di licenziamento ai datori di lavoro, sotto il ricatto di una disoccupazione dilagante.

Grazie alla crisi stiamo arretrando di decenni in termini di tutele e reddito, per ritornare alle condizioni lavorative degli anni Sessanta, ma senza quella formidabile domanda di forza lavoro che ha prodotto il boom economico. In mezzo secolo il capitalismo ci ha fatto sperimentare il piacere del consumo e del benessere discendente dal denaro. Al pari di una droga potente, il benessere economico ha intorpidito i sensi e fiaccato le resistenze, ci ha assuefatto a tal punto da accettare qualunque compromesso pur di conservare un qualche reddito e non scivolare nell’indigenza assoluta, che conta già sei milioni e mezzo di individui nel nostro Paese.

Con questa disfatta delle classi subalterne, realizzata grazie ad un combinato di strumenti nazionali e sovranazionali, è stata del tutto estirpata ogni volontà di ribellione, in virtù del cambiamento antropologico avvenuto nella nostra società e coadiuvato da quel formidabile strumento di persuasione che è stata TV. Grazie alla televisione, a partire dagli anni ’60-’70, la socialità degli italiani è andata progressivamente riducendosi. Quelli che erano stati i punti d’incontro e di discussione popolare sul territorio, come le parrocchie, le sedi politiche, le osterie, i dopolavoro, cinema e teatri, perdono d’importanza, mentre le famiglie restano sempre più chiuse in casa a guardare una TV, che nel corso dei decenni riesce progressivamente a condizionarne gusti, tendenze ed opinioni, tanto che il dominus delle TV private arriva ad essere leader del più grande partito di centrodestra e più volte eletto premier.

Ad uscire e socializzare restano solo i giovani, ma sono sempre meno in una popolazione che va progressivamente invecchiandosi, e soprattutto non hanno più le tasche belle vuote come ai miei tempi. Mentre al sottoproletariato giovanile con la rabbia in corpo è consentita la militanza in gruppi di ultrà, a patto di indirizzare il proprio sfogo verso ultrà avversari oppure poliziotti, in concomitanza delle partite.

Il resto è torpore, isolamento, inconsapevolezza e rassegnazione sempre più diffusi per la penisola, mentre l’emigrazione è tornata di moda.

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Pubblicato da Rosso Malpelo

Libero pensatore