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Il troppo stroppia

In un mio precedente post ho accennato ai limiti della crescita economica, che non può essere infinita, considerati i limiti del pianeta. Tuttavia il nostro modello di sviluppo è basato proprio sulla crescita continua, a partire ovviamente dalla produzione e consumo di beni e servizi, misurati attraverso il PIL. L’interruzione della crescita, o addirittura una  decrescita (o recessione, che dir si voglia) come quella che stiamo vivendo a causa della crisi attuale, diventa una catastrofe che costringe una buona parte della popolazione a ridurre il proprio tenore di vita, con sacrifici e privazioni che spingono verso l’indigenza gli strati sociali meno abbienti,  rendendo ancor più miserevole la vita di chi già era sulla soglia della povertà.

Innanzi tutto occorre dire che la ricchezza esistente non è affatto distribuita con equità. Una sparuta minoranza detiene molto più del resto della popolazione. Se la ricchezza fosse meglio distribuita, le sofferenze sarebbero decisamente minori. La questione è atavica: i ricchi sono sempre esistiti e probabilmente esisteranno sempre. Tuttavia il divario tra ricchi e poveri non è mai stato così ampio nella storia dell’umanità, come nell’epoca che stiamo vivendo.

Dalla rivoluzione industriale fino ai giorni nostri, la produzione di beni su larga scala ha moltiplicato la ricchezza di diversi ordini di grandezza. In primo luogo la ricchezza di chi era già ricco da poter impiantare una fabbrica e pagare degli operai, e successivamente anche degli operai, che lottando insieme hanno conquistato maggiori salari, tutele e migliori condizioni di lavoro. I lavoratori salariati sono divenuti così anche consumatori, contribuendo all’aumento della domanda di beni e servizi.

La creazione di ricchezza è stata fondamentale per la ricerca in tutti i campi della conoscenza, consentendo progressi enormi in tutte le scienze. In particolare la medicina si è avvalsa di nuove scoperte che hanno permesso di curare molte malattie che affliggevano l’umanità nel passato, portando nel contempo allo sviluppo di un’industria farmaceutica ricca e potente. Come pure i progressi nell’agricoltura, nell’allevamento e nella conservazione degli alimenti, hanno permesso di migliorare l’alimentazione e sfamare una grossa parte di umanità, altrimenti destinata alla fame, anche se questa è ancora lungi dall’essere debellata del tutto.

Come risultato di tutto ciò si è avuto un aumento vertiginoso della popolazione terrestre, giunta a 7 miliardi di individui, insieme ad un incremento della durata della vita media, ottenuto anche grazie all’ausilio delle macchine per tutti quei lavori pesanti che contribuivano ad abbreviare la vita nelle epoche passate. Sette miliardi di persone che aspirano giustamente ad una vita dignitosa ed alla loro quota di benessere.

Da questo breve excursus, si vede bene come la crescita economica sia stata il paradigma che ha consentito quei miglioramenti delle condizioni di vita, inimmaginabili nelle società preindustriali che vivevano nel precario equilibrio tra le risorse naturali e i bisogni umani. Società costrette ad una stabilità forzosa dalla lotta per la sopravvivenza contro la fatica, le malattia e le carestie.

A tutto ciò è stato dato il nome di progresso, generato dalla crescita della produzione industriale di beni e servizi, frutto del capitalismo, a sua volta basato sull’avidità degli uomini, che perseguono la ricchezza, ben al di là dei propri bisogni. L’avidità è dunque passata dall’essere un vizio ad una virtù, che guida il comportamento del management di ogni impresa, più visibilmente quelle del settore finanziario-speculativo.

In una logica di crescita continua della produzione e dei consumi, della ricchezza e dello spreco, l’ambiente terrestre ha finito per subire un profondo degrado, alterando quel delicato equilibrio naturale che è l’ecosistema, mettendo così a rischio la sopravvivenza di molte specie viventi sul pianeta, compresa la nostra.

Il paradigma della crescita continua si è affermato anche nella sperequazione della ricchezza, con l’incremento costante del divario tra ricchi e poveri. L’enorme produttività raggiunta dal lavoro, grazie ai progressi tecnologici e organizzativi, viene redistribuita soltanto in minima parte, andando per la maggior parte a remunerare il capitale investito. Se così non fosse, si potrebbe lavorare molto meno e disporre di più tempo libero.

L’accumulo di capitale genera la necessità di ulteriori investimenti remunerativi (non sempre volti a soddisfare i bisogni reali della gente), questi tuttavia non possono essere sempre al passo con la capacità d’assorbimento del mercato, tanto più se la maggior parte dei lavoratori-consumatori non dispone del reddito necessario per l’acquisto dei beni che il mercato offre. A ciò fa quindi seguito una caduta del saggio di profitto, che spinge i capitali verso gli investimenti finanziari, piuttosto che produttivi. Quella finanza speculativa che è all’origine di tutte le recenti crisi economiche, alimentando le bolle creditizie e quindi l’indebitamento generale.

Alla generazione di un’enorme ricchezza ha corrisposto la creazione di un altrettanto gigantesca massa monetaria (cfr. Ricchezza e denaro) , che dal 1971 in poi, ha perduto ogni vincolo che in precedenza aveva con l’oro. Così anche la moneta è divenuta una merce, in continuo aumento, su cui speculare, scommettendo sulla crescita o il fallimento di imprese e nazioni, sulla capacità di rimborso dei prestiti e su qualunque altro azzardo speculativo l’avidità umana potesse concepire.

Un tale sistema, basato sulla crescita continua della ricchezza, non è sostenibile indefinitamente. Esso è nemico dell’equilibrio e, come una bicicletta su di una discesa infinita, è destinato a cadere con gravi conseguenze. A dispetto di tutti i risultati positivi ottenuti per l’umanità, bisogna riconoscere che l’assenza di un punto d’equilibrio nella distribuzione della ricchezza prodotta che preservi l’ambiente e consenta a ciascuno di godere i frutti di questo progresso, senza puntare sempre più in alto, sta rendendo vani i benefici fin qui ottenuti.

Stiamo sperimentando quella antica regola di buon senso che afferma che “il troppo stroppia”. Al pari di quell’affamato che continua a mangiare anche oltre la sazietà, ritorneremo a star male come e più di prima se non cambieremo al più presto il nostro paradigma di sviluppo, incentrato sull’infinita produzione di ricchezza materiale, sostituendolo con un diverso tipo di sviluppo armonico, maggiormente focalizzato sul benessere spirituale e culturale dell’umanità.

Per ottenere ciò, l’umanità deve uscire dalla visione individualistica del bene, affermando una concezione più sociale del benessere. La misura di tale benessere dovrà essere di tipo qualitativo, piuttosto che quantitativo. In altre parole, il bello dovrà imporsi sul tanto, il bene comune su quello individuale. L’avidità e l’egoismo dovranno tornare ad essere considerati dei vizi da biasimare, quali in effetti sono sempre stati.

Sono convinto, come molti altri, che quella che stiamo vivendo sia una crisi sistemica, dovuta agli squilibri che ho tentato di riassumere. Quando sento che la soluzione prospettata consiste in una ripresa della crescita, non posso fare a meno di essere pessimista, proprio come se vedessi prescritta ad un obeso una dieta ipercalorica.

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