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La Gabanelli e l’euro

Milena Gabanelli Mi piace il giornalismo d’inchiesta di Milena Gabanelli e della sua trasmissione Report. Si è meritata la mia stima nel corso di molti servizi in cui ha preso di petto sprechi, corruzioni e malversazioni in giro per l‘Italia, dimostrando di non temere potentati politici ed economici e senza fare sconti a nessuno.

Mi piace un po’ meno quando affronta temi macroeconomici e istituzionali riguardanti l’Unione Europea. Già ho avuto modo di criticare alcune sue proposte, sicuramente avanzate in buona fede, ma che di fatto vanno nella direzione auspicata dalle banche, diminuendo il grado di privacy, come per l’abolizione del denaro contante.

L’ultima puntata della trasmissione ha affrontato l’inadeguatezza delle istituzioni europee nel contesto della grave crisi economica che stiamo attraversando e, con l’onestà intellettuale che la contraddistingue, ha chiaramente criticato la sola unione monetaria, in assenza di un bilancio comune, dei trasferimenti tra paesi in surplus e paesi in deficit, di una politica fiscale comune, ecc. In una parola, la mancata integrazione degli Stati Uniti d’Europa, e per rendere più incisiva questa analisi, ogni carenza è stata confrontata con gli USA: un bilancio federale al 20% del PIL, un esercito unico, una politica industriale federale. Insomma, un parallelo tra Europa e USA che ha evidenziato tutto ciò che concorre a fare di un territorio una nazione, a partire da una lingua comune.

La tesi sostenuta è che la sola unione monetaria non può funzionare bene, a meno che non si proceda speditamente verso l’integrazione completa in un’unica entità nazionale, in grado di avere un peso nel confronto globale con le altre grandi potenze mondiali: Cina, USA e BRICS.

Le mie perplessità al riguardo cominciano con la constatazione dell’atteggiamento troppo idealista della Gabanelli (predominante anche nella sinistra italiana), che non tiene in debito conto la realtà di paesi e popoli diversi per storia, cultura, lingua e tradizioni politiche, a partire dalla Germania (ma non solo), la cui opinione pubblica viene da anni indottrinata dalla sua classe politica a nutrire sentimenti di diffidenza verso i paesi indebitati del sud Europa, giudicati pigri e spendaccioni, con classi politiche inette e corrotte. Il timore maggiore del cittadino tedesco medio riguardo l’UEM è che gli venga chiesto di pagare il conto dei debiti dei paesi della periferia, in qualsiasi forma ciò possa avvenire, eurobond o trasferimenti diretti.

La Gabanelli non può ignorare che la costituzione europea è già stata respinta dagli elettori di Francia e Olanda, in un periodo di vacche grasse; se ripetuto ora quel referendum darebbe probabilmente risultati ancor più negativi in tutti i paesi d’Europa. Ciò che gli idealisti (o sognatori) degli Stati Uniti d’Europa stentano a comprendere è che una nazione può nascere solo in due modi: o tramite una forte spinta dal basso, ovvero dalla volontà popolare, oppure in seguito ad una guerra di conquista, a suo tempo già tentata in Europa da Napoleone e più di recente da Hitler. Invece si sta provando ad imporre l’unità degli stati europei, nonostante il diffuso scetticismo, tramite una rete di trattati e regolamenti che lentamente svuotano la sovranità economica degli stati, lasciando intatte tutte le altre prerogative dei governi nazionali, a cui nessun paese è davvero disposto a rinunciare. Tale operazione è guidata da una élite politico-economica ed una tecnostruttura essenzialmente svincolate dal giudizio popolare, quasi come una moderna casta sacerdotale, alle cui decisioni sono affidate le sorti dei popoli europei.

La mera unione monetaria s’è comunque dimostrata essere finora più funzionale al grande capitale internazionale che ai lavoratori, e lo stato di crisi perdurante ha consentito di forzare la mano ai popoli per rimuovere quel welfare state che contraddistingueva l’Europa, e che in realtà era il frutto delle lotte che le classi lavoratrici e la maggioranza dei cittadini hanno combattuto all’interno dei propri sistemi nazionali nel secondo dopoguerra. Allo stesso modo la crisi economica dovrebbe imporre agli stati della UE di fare le “scelte giuste”, che nell’illusione degli euro-sognatori alla Gabanelli, sono la cessione di ogni sovranità residua e l’istituzione di un governo sovranazionale, magari con un presidente democraticamente eletto. Tale governo avrebbe la forza e l’autorità di imporre trasferimenti di ricchezza dal nord al sud Europa, al pari di quanto avviene con il nostro meridione dall’unità d’Italia. L’autorità e la forza di sciogliere tutti gli eserciti nazionali per crearne uno solo al proprio comando. L’autorità e la forza per imporre una lingua ufficiale unica e magari anche leggi, fiscalità, previdenza e istruzione comuni.

(E daje a ride! Direbbe il mio mentore Alberto Bagnai.)

Nel frattempo che il sogno s’avveri la Gabanelli non ci spiega che fine faremo, continuando ad impoverirci e deindustrializzarci a questo ritmo. Che fine farà soprattutto quel minimo di appartenenza comune tra i popoli europei che sta rapidamente inquinandosi con diffidenze e recriminazioni reciproche. Persino tra noi italiani, i più europeisti di tutti, si va diffondendo il risentimento non solo verso la Germania spietata che c’impone i suoi diktat d’austerità, ma anche verso i cugini spagnoli, che vengono a fare shopping tra le nostre imprese più importanti, dopo aver beneficiato del prestito salva-banche, a cui abbiamo dolorosamente dovuto contribuire, per evitare quel default che si fa invece sempre più vicino per noi.

Infine non sono così convinto che in un’unica grande nazione continentale si stia necessariamente meglio che in un piccolo paese ben amministrato. Se fossero solo le dimensioni territoriali e demografiche a determinare il benessere dei cittadini, la Cina sarebbe il paese dove si vive meglio al mondo. Invece penso che “piccolo è meglio” ed il mio modello ideale resta sempre la Svizzera, piccola, neutrale e completamente sovrana, democratica e ben amministrata.

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Pubblicato da Rosso Malpelo

Libero pensatore