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La posta delle prossime elezioni

In Italia la democrazia vera fa capolino di quando in quando, per lo più nei periodi di crisi di un regime che accompagnano la transizione verso un nuovo regime. Fu così alla fine della Prima Guerra Mondiale, subito prima dell’avvento del fascismo. Che durò 20 anni, durante i quali gli italiani s’addormentarono cullati nei sogni imperiali del regime, per risvegliarsi sotto i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Alla caduta del fascismo il popolo riprese per breve tempo in mano il proprio destino, o almeno tentò di farlo fino alla nascita della cortina di ferro e del vincolo internazionale del nostro paese, sfociando nel regime democristiano. Ma la gente era perlopiù occupata a rimettere a posto le macerie della guerra e a darsi da fare per sconfiggere fame e miseria. Quando il benessere crebbe, i fermenti rivoluzionari del ’68 contagiarono anche l’Italia, che grazie ad un vigoroso impegno delle classi lavoratrici e degli studenti, intraprese una stagione di riforme democratiche con i governi di centrosinistra. Ben presto anche il centrosinistra si trasformò in regime e la corruzione dilagò. La caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda ridussero il vincolo di appartenenza internazionale.  La crisi economica del 1992 diede di nuovo la sveglia agli italiani, sopravvenne l’inchiesta di Mani Pulite che agevolò la dissoluzione dei vecchi partiti politici di governo, divenuti oramai dei comitati d’affari. E di nuovo fece capolino la volontà popolare, con la sua voglia di rinnovamento espressa nel referendum che modificava la legge elettorale in senso maggioritario. Nacque la cosiddetta seconda repubblica, il cui esponente più influente nel ventennio successivo, sarebbe stato Silvio Berlusconi.

Tuttavia centrodestra e centrosinistra si sono alternati al potere all’incirca per la stessa durata. Entrambi gli schieramenti hanno condiviso il progetto dell’Unione Monetaria, entrambi hanno portato avanti politiche di privatizzazione, liberalizzazione e precarizzazione, dettate dall’adesione all’Unione Monetaria.

La seconda repubblica è figlia della crisi del 1992, della svalutazione della lira e dell’uscita dal Sistema Monetario Europeo. Anche l’Inghilterra svalutò la sterlina e fu costretta ad uscire dallo SME negli stessi giorni del 1992, però la sua classe politica fece tesoro di quell’esperienza e decise di non aderire all’Unione Monetaria. La nostra classe politica invece ritenne più saggio perseverare, nella convinzione che il paese avesse bisogno di un vincolo esterno che imponesse politiche di bilancio più rigorose, aderendo all’Unione Monetaria.

Oggi siamo al redde rationem. Politiche di bilancio rigorose non ci sono state, mentre sprechi e ruberie di denaro pubblico sono prosperati durante questi anni. Il debito pubblico è aumentato nonostante i bassi tassi d’interesse iniziali, l’inflazione è stata sempre di un paio di punti superiore a quella tedesca e il paese è andato progressivamente perdendo competitività. Le industrie che hanno potuto, hanno delocalizzato, le altre vengono decimate dalla crisi. Conseguentemente è aumentata la disoccupazione, mentre il potere reale d’acquisto viene eroso da una pressione fiscale in costante crescita.

In poche parole, l’Italia si è impoverita e sta continuando ad impoverirsi. Gli italiani stanno sperimentando sulla loro pelle gli effetti dolorosi della riduzione della ricchezza e del reddito, del peggioramento dei servizi pubblici, della rarefazione del lavoro e del credito, con prospettive future ancora peggiori.

In questa situazione inizia a farsi strada nel dibattito politico italiano, con enormi difficoltà, la vera posta in gioco nelle prossime elezioni politiche, l’elemento essenziale alla base della crisi che ci attanaglia dal 2008 senza mostrare alcun segno di miglioramento, e che anzi viene spinta sempre più in quella che molti definiscono una spirale recessiva, dalle politiche di austerità imposte ai paesi del sud Europa.

Il nocciolo della questione, sul quale si dovranno esprimere coscientemente i cittadini, è costituito dall’Unione Monetaria e dalla nostra permanenza al suo interno, differentemente da ciò che accadde quando la decisione di farne parte venne presa dalla classe politica tutta, in assenza di un qualunque dibattito pubblico, ignorando volontariamente critiche autorevoli che dal mondo accademico pure mettevano in guardia sui possibili rischi.

Oggi, che quei rischi paventati si sono puntualmente avverati, non è più possibile eludere l’esigenza di consegnare al popolo sovrano la responsabilità sul proprio futuro. Un futuro che è stato già ampiamente ipotecato dalle recenti decisioni della attuale classe politica, tra le quali il pareggio di bilancio in Costituzione, che obbligherà a tagliare la spesa pubblica nei periodi di vacche magre; il Fiscal Compact, che ci impegna al rientro di una quarantina di miliardi di euro l’anno di debito pubblico per i prossimi 20 anni; il MES, al quale dobbiamo conferire 125 miliardi di euro di quota iniziale.

Il Partito Unico dell’Euro ha tentato e tenterà fino all’ultimo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalla vera ragione del contendere, che costituisce anche il supporto alla sua permanenza al potere. Giacché sarebbe implicito nel fallimento del progetto dell’Unione Monetaria, il fallimento di un’intera classe dirigente che di tale progetto ha fatto il proprio vessillo per due decenni. Il Partito Unico dell’Euro ha tentato e tenterà sempre di più di diffondere disinformazione e fare del terrorismo psicologico, a cominciare dalla paura dell’inflazione conseguente alla svalutazione (non comprovata dai fatti).

Ciononostante è un bene che si apra un reale dibattito, in cui autorevoli critiche possano avere la stessa visibilità del pensiero unico dominante, riguardo l’Unione Monetaria. L’Unione Europea è costituita da 27 stati, di questi 17 hanno adottato la stessa moneta, gli altri 10 non hanno per questo meno dignità nell’Unione.

Non può esistere una moneta senza uno stato. Ci dissero che lo stato sarebbe arrivato di conseguenza se avessimo adottato la moneta. Lo stato non è arrivato, invece è venuta la crisi economica, che ha evidenziato tutte le debolezze dell’impianto di quel progetto.  Occorre essere pragmatici e prenderne atto, per adottare le scelte opportune prima che la situazione divenga insostenibile socialmente e i danni prodotti più difficilmente riparabili.

 

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