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Alcune precisazioni

Questo non è un blog specialistico-divulgativo ed io non sono un esperto titolato, men che mai degli argomenti di cui tratto. Non è didattico e non ha la pretesa d’insegnare alcunché, non fa propaganda politica ed io ho smesso di votare ormai da lungo tempo. Non è promozionale, non vende e non reclamizza nulla, non contiene pubblicità e non chiede contributi di alcun tipo. Non fa neppure informazione, al massimo aggrega notizie, analisi e commenti già presenti in rete.

E’ solo e semplicemente il mio personale percorso di comprensione delle ragioni della crisi scoppiata nel 2008 e che ci ha investito in pieno nel 2011, quando l’incremento dello spread dei titoli italiani sotto attacco ci fece temere il default.

Quante cose sono avvenute in quel 2011 in cui l’ho iniziato.

Ricordate il sorrisetto della Merkel e di Sarkozy alla domanda sulla fiducia nel nostro premier, all’epoca sotto processo a Milano per concussione e prostituzione minorile? La lettera-ricatto della BCE al governo italiano, in cui si dettavano le condizioni per continuare l’acquisto dei nostri titoli? L’aggressione alla Libia di Francia e Inghilterra, in barba agli interessi italiani e ai trattati da noi sottoscritti con quel paese? Berlusconi infine dimissionato dal presidente Napolitano, già da tempo attivatosi per incaricare l’ex commissario europeo (nonché ex Goldman Sachs) Monti?

Quel Monti che ci avrebbe dato la mazzata definitiva, anche se allora non lo capivo ancora. Come tanti altri mi compiacevo di essere rappresentato finalmente da un Very Serious People, apprezzato negli ambienti che contano, competente ed in grado di sistemare le cose.

Ho provato, scrivendo, a fissare meglio la comprensione di quegli eventi, andando alla ricerca di fonti alternative d’informazione, leggendo molti libri, esaminando analisi e punti di vista diversi, e poi ricapitolare ciò che riuscivo a decifrare. Per questo il percorso non è sempre coerente, inizialmente c’era molta confusione, ero alquanto condizionato da alcuni luoghi comuni e falsi flag inculcati da anni. Sto parlando del debito pubblico, dell’inflazione, della corruzione e dell’evasione, ma anche dell’euro che ci avrebbe beneficiato di bassi tassi, protetto dalla svalutazione e assicurato la pace in Europa. Insomma, ciò che ci era stato propagandato col sogno europeo, che dal 2008 non mi pareva più così splendido.

Fino ad allora le cose non erano andate poi così male. Il lavoro c’era, i soldi giravano e gli immobili continuavano ad aumentare di valore. Perché preoccuparsi ed interessarsi d’economia? Non si va dal medico se ci si sente bene. Poi è arrivata la crisi e abbiamo cominciato a star male, certo non come quegli americani che facevano vedere in TV, costretti a vivere in auto perché da un giorno all’altro avevano perso casa e lavoro. Ma io, che ho sempre lavorato nell’industria privata alla progettazione dei prodotti, ho visto fermarsi nel 2009 gran parte delle nuove attività di sviluppo, le grandi imprese sospendere investimenti e outsourcing in R&D, le PMI entrare in sofferenza per il crollo degli ordinativi e la simultanea stretta creditizia. Migliaia di lavoratori messi in cassa integrazione e mobilità. Per un lungo momento nessuno ha pagato e ordinato più nulla, nel mio ristretto osservatorio professionale. Io stesso sono stato costretto a spostarmi di diverse centinaia di chilometri per lavorare. E il peggio doveva ancora venire.

Quando mi diagnosticano una malattia, devo conoscere tutto ciò che c’è da sapere su quella malattia. Consulto testi e siti di medicina specialistica e forum di discussione tra pazienti o loro parenti. Poi, certo, mi affido ai medici, ma devo poter comprendere quello che fanno e ciò a cui vado incontro. Ecco, con lo stesso spirito mi sono proposto di capirne di più sulle cause che hanno scatenato la crisi e sulle strategie da adottare per uscirne. Tuttavia, essendo da molto tempo convinto dell’insostenibilità del modello di crescita infinita imposto dal sistema capitalista, nonché dell’estrema complessità e disuguaglianza raggiunte dal sistema, ho supposto che la crisi fosse solo un aspetto della fase caotica che sta attraversando la nostra civiltà, probabilmente dovuto alla transizione verso un nuovo sistema. Da qui il nome che ho scelto per il blog: L’età del disordine.

Quasi 5 anni son trascorsi e il blog resta a testimonianza di un percorso di certo ancora non concluso. Tanti post non riflettono più il mio pensiero e probabilmente oggi li scriverei in modo diverso o non li scriverei affatto, ma fanno parte della necessaria evoluzione di una riflessione umile quanto fallace, senza alcuna pretesa d’insegnare nulla a nessuno, se non a me stesso, tramite la trasposizione dei miei pensieri in parole scritte. Un esercizio, dunque, per meglio focalizzare le mie riflessioni ed il mio apprendimento, niente di più.

Sono ovviamente debitore verso tutte quelle fonti che mi hanno guidato lungo questo mio percorso, di cui ho cercato di mantenere traccia nei miei post tramite doverose citazioni e collegamenti.

Infine, sono grato a quei pochi che hanno avuto la pazienza di leggere e condividere quelle mie riflessioni, iperboli e tanti svarioni, buttati giù di getto senza altri fini reconditi.

Il vero obiettivo della Germania

berlinUna contro-lettura delle mosse tedesche dell’ultimo anno nell’area euro, potrebbe rivelare un obiettivo inconfessato e inconfessabile della strategia della cancelliera Angela Merkel e del suo ministro delle Finanze Schäuble. Tale lettura muove dal credito intellettuale dovuto alle élite economiche e politiche tedesche, che non possono non aver compreso l’insostenibilità della moneta unica per molti dei paesi che l’anno adottata, non ultima la fedele Finlandia, ridotta così a mal partito dalla crisi, che il suo ministro degli Esteri ha recentemente dichiarato che il suo paese non avrebbe mai dovuto aderire all’euro, mentre quest’anno potrebbe tenersi un referendum popolare per rimetterne in discussione l’adesione.

La realtà è che il vento in Europa ha cominciato a cambiare esattamente un anno fa, con la vittoria di Syriza in Grecia ed il braccio di ferro che ne è scaturito in occasione dell’ennesimo “salvataggio” dal default, con tanto di ricatto da parte della BCE sulla liquidità delle banche greche, le code di gente agli sportelli, i limiti ai prelievi ed i controlli sui movimenti di capitale, il referendum vinto contro la troika, il colpo di teatro della resa di Tsipras (imposta dagli USA) ed il siluramento del suo ministro delle Finanze Varoufakis, che aveva sopportato tutta la durezza dello scontro con il resto dell’eurogruppo, dominato dai falchi della austerità e fedeli alleati della Germania, tra cui spiccavano i governi Finlandese, Portoghese, Spagnolo e Irlandese, che avevano dovuto far ingoiare ai propri cittadini anni di austerità per salvare le grandi banche del nord, principalmente tedesche e francesi, creditrici verso le banche dei paesi PIGS (stavolta senza l’Italia).

La Grecia ha ovviamente perso il braccio di ferro con la Germania, ma questa l’ha perso con gli USA, dal momento che, al culmine della trattativa, agli inizi di luglio, il ministro Schäuble, infrangendo il tabù dell’irreversibilità dell’euro, ha proposto come soluzione l’uscita della Grecia dalla moneta comune. Purtroppo i greci hanno accolto la proposta come una cacciata ignominiosa e gli USA non ne hanno gradito le possibili conseguenze geopolitiche. Un accordo rabberciato alla fine s’è dovuto trovare per forza, un po’ di soldi alla disastrata Grecia sono arrivati e, seppure il nodo della necessaria ristrutturazione del debito greco non è stato risolto, tutti hanno guadagnato un altro po’ di tempo. Tsipras, che è stato riconfermato premier dai greci, avendo ridotto a più miti consigli gli estremisti di Syriza, e gli USA, che non erano ancora pronti a comandare il rompete le righe all’eurozona, non prima comunque di aver siglato il TTIP.

L’aver pubblicamente spezzato le reni alla Grecia non ha giovato troppo all’immagine dell’Europa tra i cittadini di quei Paesi che di lì a poco s’accingevano a votare. Così in ottobre in Polonia hanno stravinto i nazionalisti euroscettici, trovando sponda nell’Ungheria di un Viktor Orbàn sempre più in rotta di collisione con la Commissione Europea, non solo per le politiche sull’immigrazione volute dalla Merkel. Conseguenza immediata, la Polonia ha congelato sine die la programmata adesione all’euro.

In ottobre si è votato in Portogallo, dove i cittadini, forse stufi d’ingoiare tanta austerità, hanno mandato a casa il governo del fido (per la Merkel) Pedro Passos Coelho, ed ora al governo vi è una coalizione di sinistra, se non totalmente euroscettica, quanto meno euro-critica. Anche se il presidente della Repubblica, Cavaco Silva, tiene il governo al guinzaglio dell’euro e della Nato, le differenze col passato già si apprezzano, ad esempio nel recentissimo caso di bail-in del Novo Banco, allorché “la Banca del Portogallo ha scelto di tutelare i piccoli risparmiatori e di far pagare il conto ai fondi”.

Infine, a dicembre si sono svolte le elezioni amministrative in Francia, che hanno visto il FN di Marine Le Pen balzare al primo posto. Pochi giorni dopo anche la Spagna ha rinnovato il proprio Parlamento, con il risultato che il vecchio sistema bipartitico è stato mandato in soffitta, il fido (sempre per la Merkel) Rajoy ha perso maggioranza e poltrona e due nuove formazioni euro-critiche sono entrate in forza nel Parlamento, rendendo pressoché impossibile il varo di un nuovo esecutivo.

Tutto questo le élite tedesche non possono non averlo ben chiaro. Si sta rapidamente avvicinando il momento in cui la Germania non disporrà più del consenso pressoché supino degli altri governi dell’eurozona alle sue politiche di austerità. La modifica dei rapporti di forza all’interno dei parlamenti nazionali, con l’emergere diffuso di partiti e movimenti euroscettici (che in condizioni permanenti di crisi e austerità prima o poi arrivano al governo), potrebbe condizionare le scelte della Commissione, come già sta avvenendo, in favore di una maggiore flessibilità nei vincoli di bilancio. La Germania potrebbe ben presto trovarsi costretta nell’angolo, unica a difesa delle regole d’austerità, magari proprio mentre gli inglesi verranno chiamati ad esprimersi sulla loro permanenza nella UE.

Senza dubbio la Germania è il Paese che ha tratto più vantaggi dall’unione monetaria. Partita da un’economia in affanno nei primi anni del nuovo secolo, grazie alla moderazione salariale ed alla riforma del lavoro Hartz, la Germania ha potuto mantenere la sua inflazione sensibilmente più bassa della media dell’eurozona, accumulando negli anni un divario di competitività incolmabile per gli altri Paesi, soprattutto quelli della periferia europea con inflazione storicamente maggiore. Senza lo strumento del cambio, ai governi restava solo l’opzione della deflazione salariale, forzata da una feroce disoccupazione con corollario di minori tutele e diritti per i lavoratori, per tentare di recuperare competitività. Mentre, per riequilibrare le partite correnti, i governi non possono far altro che tagliare la spesa pubblica e/o aumentare le tasse, in modo da lasciare meno soldi da spendere nelle tasche dei cittadini, riducendo così la domanda interna di beni, sia esteri che nazionali. Peccato che il crollo della domanda interna, provochi una riduzione della manodopera nazionale e quindi un’ulteriore caduta del reddito e dei consumi, in un circolo vizioso che alla fine coinvolge tutti. Le più prestigiose imprese nazionali perdono di valore e divengono preda della concorrenza straniera. Fidi e mutui sono rimborsati con sempre maggiore difficoltà e le sofferenze bancarie crescono di pari passo ai fallimenti aziendali. Tutto ciò senza che lo Stato possa intervenire, perché vincolato dal Fiscal Compact.

La Germania è diventata il maggiore creditore europeo, dal momento che le sue banche finanziano il deficit dei Paesi acquirenti dei suoi prodotti, ricavandone un ovvio profitto. Il suo interesse è quello di non vedere inflazionato il suo enorme credito che, seppur materialmente inesigibile come stock, genera un cospicuo flusso di ricchezza, assicurando nel contempo il funzionamento a pieno regime del proprio apparato produttivo. Inoltre beneficia del basso cambio dell’euro per vendere bene i suoi prodotti anche fuori dall’Europa, basso rispetto a quello di un eventuale DM, se non ci fosse l’euro. Il risultato è che la Germania va accumulando da anni surplus commerciali maggiori di quelli cinesi, con crescente disappunto USA, che indispettiti anche dall’ostinazione tedesca nella crisi greca, le hanno lanciato un chiaro segnale in stile mafioso, con lo scandalo delle centraline truccate sulle auto Volkswagen, lo scorso ottobre.

Ad ogni modo, le élite tedesche sono consapevoli che presto o tardi la traballante costruzione dell’euro verrà giù, non avendone voluto completare le necessarie fondamenta, note ben prima della nascita dell’euro e che Paul Krugman sintetizzava nel 2012 in tre punti:

1. Sostegno delle banche in tutta Europa. Ciò comporterebbe sia una sorta di assicurazione dei depositi “federalizzati” e la volontà di fare salvataggi “tipo TARP” a livello europeo – cioè, se, per esempio, una banca spagnola è in difficoltà in un modo che minaccia la stabilità sistemica, ci dovrebbe essere una iniezione di capitale in cambio di partecipazioni da parte di tutti i governi europei, piuttosto che un prestito al governo spagnolo al fine di fornire l’apporto di capitale. Il punto è che il salvataggio delle banche deve essere separato dalla questione della solvibilità dello Stato.

2. La BCE come un prestatore di ultima istanza agli Stati, come lo sono già le banche centrali nazionali. Sì, ci saranno denunce di moral hazard, che dovranno essere affrontate in qualche modo. Ma ora è dolorosamente ovvio che eliminando la possibilità di fornire di liquidità da parte della banca centrale rende solo il sistema troppo vulnerabile al panico che si auto-avvera.

3. Infine, un livello di inflazione più elevato. Perché l’esperienza dell’euro suggerisce fortemente che la rigidità verso il basso dei salari nominali è un grosso problema. Questo significa che la “svalutazione interna” tramite deflazione è estremamente difficile, e probabilmente destinata a fallire politicamente, se non economicamente. Ma significa anche che l’onere dell’aggiustamento potrebbe essere sostanzialmente minore se il complessivo tasso di inflazione della zona euro è superiore, in modo che la Spagna e altri paesi periferici potrebbero ripristinare la competitività semplicemente in ritardo sull’inflazione nei paesi centrali.

L’Unione bancaria rappresenta forse il massimo sforzo d’integrazione tentato, considerando che non esiste una garanzia del risparmio a carico del bilancio dell’Unione europea, della BCE, o di un fondo interbancario dell’Unione, in compenso è stato istituito il Single Supervisory Mechanism, per la risoluzione delle crisi bancarie, che sarà forse operativo nel 2024, ma la Germania osteggia il varo dell’assicurazione europea sui depositi, temendo che comporterebbe una mutualizzazione dei rischi. Nel frattempo valgono le nuove regole del bail-in, ognuno per sé e Dio per tutti, ma senza aiuti di Stato (dopo che, naturalmente, il governo tedesco ha salvato con centinaia di miliardi di euro le sue banche, stracolme di titoli spazzatura, all’indomani dello scoppio della bolla immobiliare USA).

Per il problema dei debiti sovrani, il ministro Schäuble ha recentemente proposto un piano finalizzato ad “impedire qualsiasi forma di condivisione dei rischi tra i paesi dell’eurozona”, nel tentativo “di proteggere i contribuenti tedeschi da qualsiasi condivisione dei potenziali costi delle crisi dei debiti pubblici negli altri paesi”. Tale piano prevede la trasformazione dei

titoli pubblici dell’eurozona in asset finanziari più rischiosi”, impedendo così alle banche di “detenerli senza dover possedere riserve di capitale per coprire le eventuali perdite”. “Nel considerare la minaccia di una ristrutturazione del debito come politica efficace per imporre la disciplina, Berlino chiede che i titoli di debito pubblico perdano la loro condizione di asset considerati privi di rischio. Quest’ultima “eccezione normativa” faceva in modo che le banche accumulassero titoli di debito sovrano nel loro bilancio senza la necessità di incrementare il proprio capitale.

Pare riferito apposta alle banche italiane.

In attesa di finire nell’angolo per la marea montante di euroscetticismo, il governo tedesco prova a mettere nell’angolo l’Italia, vaso di coccio tra vasi di ferro, ma pur sempre pieno di ricchezza, quale il suo risparmio che, in caso di una crisi del sistema bancario nazionale, verrebbe prontamente risucchiato dalle grandi banche del nord, come denuncia senza mezzi termini il presidente dell’Assopopolari, Corrado Sforza Fogliani.

L’Italia chieda aiuto al MES, suggeriva a dicembre l’economista e consigliere economico di Angela Merkel, Lars Feld, per ricapitalizzare le banche, e implicitamente accetti di essere commissariata dalla troika. Insomma, mettere con le spalle al muro un Paese grande come l’Italia non è esattamente come con la Grecia, il rischio di una rottura dell’euro non è per nulla trascurabile. Ma probabilmente è proprio questo, ciò in cui spera il governo tedesco. Una rottura dell’eurozona determinata da un Paese della periferia, grande abbastanza da decretarne la fine, evitando alla Germania di farsene carico prima che si concretizzi il rischio di condivisione dei costi delle crisi dei debiti pubblici negli altri paesi.

Alla fine anche la Germania subirà delle perdite, la strategia del suo governo è volta al maggior contenimento possibile di quelle perdite. Alberto Bagnai riteneva che la Germania stesse segando il ramo sul quale era seduta, io sospetto, invece, che voglia farlo cadere da solo, dopo averlo indebolito per bene, una volta pronta a saltare su un altro ramo.

Dall’imperialismo coloniale al caos predatorio

BoschLa scelta del nome di questo blog trae origine anche dalla necessità di inquadrare in una strategia razionale quel disordine mondiale generato negli ultimi due decenni dagli interventi diretti ed indiretti del potere imperiale USA e dei suoi satelliti della NATO in diversi paesi, perlopiù geo-strategicamente importanti o con grandi risorse naturali. Attraverso l’uso combinato o alternativo di bombardamenti e invasioni terrestri, disgregazione dell’apparato statale tramite rivolte e tumulti, sostegno finanziario e addestramento di gruppi armati ribelli, infiltrazione nei centri decisionali e nell’informazione, soffocamento economico e isolamento politico, il tutto con gran profusione di denaro, allo scopo dichiarato volta per volta di estirpare il terrorismo, esportare la democrazia, combattere la tirannia e liberare i popoli, ma ottenendo puntualmente la destabilizzazione nazionale, il fallimento dello Stato, con esplosioni di violenza diffusa, in una parola il caos. Dall’Afghanistan alla Libia, dalla Siria allo Yemen, dalla Somalia all’Ucraina. Ovunque sia giunto l’intervento imperiale, pare aver generato una situazione peggiore di quella precedente, anche nel contagio del caos alle aree circostanti, sommerse dai profughi in fuga. E’ davvero frutto di insipienza e mancata previdenza questa nuova strategia imperiale? E’ casuale la fioritura di tanti gruppi di terroristi che giustificano un’emergenza permanente e l’assuefazione dei cittadini al conseguente stato di polizia?

Mi vado convincendo sempre di più che si tratti invece del mutamento di un fenomeno determinante per lo sviluppo del capitalismo, giunto fino all’attuale stadio di estrema diffusione planetaria e suprema concentrazione finanziaria, nell’assenza più assoluta, non solo di modelli economici alternativi, ma finanche di autorità pubbliche di controllo. Mi riferisco al fenomeno del colonialismo.

Il colonialismo nasce nel XVI secolo sull’esigenza del proto-capitalismo commerciale di allargare i propri mercati, contestualmente all’affermarsi in Europa degli stati nazionali. Si sviluppa in parallelo alla trasformazione in stati borghesi delle vecchie monarchie assolute, governate da un feudalesimo decadente, che progressivamente cede il potere alla nuova classe dominante, la borghesia capitalista. Laddove i colonizzatori riescono a sterminare le popolazioni indigene, come in nord America, le colonie arrivano presto ad emanciparsi, entrando anche in conflitto, ma poi integrandosi appieno nel sistema capitalista della madrepatria, richiamando successivamente milioni di emigranti dal Vecchio Continente. Una volta indipendenti, gli USA manterranno sempre una posizione anticolonialista, nonostante si trasformino, dopo la vittoria nella seconda guerra mondiale, in una superpotenza imperialista.

Tra il XIX ed il XX secolo il colonialismo evolve nell’imperialismo. Ai nuovi sbocchi di mercato si è aggiunta l’esigenza vitale dell’accaparramento delle materie prime, di cui ha disperato bisogno l’industria capitalista. Le grandi compagnie di commercio, che avevano gestito i traffici con le colonie su concessione delle vecchie corone, non sono più in grado di assicurare il controllo di vasti territori e popolazioni numerose, che vanno rivendicando la propria indipendenza. Subentrano quindi gli Stati, che provvedono ad espandere e mantenere il controllo delle colonie tramite lo strumento militare, assicurandosi lo sfruttamento di risorse e forza lavoro del loro impero coloniale. Questa fase è anche quella di maggior apporto delle potenze coloniali ai territori controllati, in termini di sviluppo di infrastrutture, creazione di sistemi giudiziari e pubbliche istituzioni, il che è perfettamente logico, considerato il livello di impegno richiesto da un’occupazione militare permanente. Milioni di cittadini europei inviati, con ruoli diversi, a colonizzare popolazioni e territori lontani e arretrati, ricreano, ove possibile, le medesime strutture sociali ed economiche della madrepatria, sotto la tutela vigile di un potere statale che conferisce a tale sforzo un carattere patriottico e persino benefattivo.

Con la seconda metà del XX secolo il colonialismo imperiale passa di moda, mentre una certa forma di nazionalismo si fa strada tra i popoli colonizzati, che reclamano sempre più forte l’indipendenza della propria nazione. Le colonie vengono così dismesse, anche se non è venuta meno l’esigenza capitalista di spazi di mercato e materie prime a buon mercato. D’altro canto, il controllo militare delle colonie era divenuto troppo oneroso per le potenze europee, drasticamente ridimensionate dai due conflitti mondiali. L’Inghilterra concede l’indipendenza all’India nel 1947, mentre la Francia aspetterà ancora 15 anni e due guerre sanguinose, prima di lasciare l’Algeria e l’Indocina. Sulla scena geopolitica si afferma ora una rigida divisione in due blocchi imperiali, alla cui appartenenza e coesione provvedono due formidabili arsenali atomici.

Fino al crollo dell’URSS, le ex colonie vengono, in una certa misura, lasciate libere di trasformarsi in stati nazionali, dotandosi di istituzioni più o meno democratiche che consentono di migliorare le condizioni del popolo, pur rimanendo dipendenti dalle potenze vittoriose, nell’ambito del blocco geopolitico di appartenenza. In questo periodo, lo sfruttamento economico e umano da parte delle ex potenze coloniali viene realizzato attraverso le grandi corporation multinazionali, con ciò che viene definito neocolonialismo economico e culturale. Tuttavia le grandi potenze industriali sono costrette a subire l’imposizione di prezzi di mercato per le materie prime, grazie alla nascita di cartelli tra paesi produttori e politiche di socializzazione degli introiti, operate da alcune leadership d’ispirazione socialista, non a caso invise al capitalismo internazionale, come quella di Mosaddeq in Persia, o di Nasser in Egitto. E’ questo il periodo in cui si consolidano i regimi autoritari nelle ex colonie africane e mediorientali, spesso favoriti dal capitale internazionale nella presunzione di poterne condizionare le politiche economiche.

A partire dagli anni Novanta del secolo scorso il colonialismo entra in una nuova fase ed i paesi più interessanti sotto il profilo predatorio cominciano a subire una strategia di destabilizzazione, portata avanti sia con campagne militari, che con azioni di intelligence, nonché con strumenti finanziari e monetari. Tale strategia rappresenta la moderna evoluzione dell’imperialismo coloniale. Dopo la fase del controllo militare e quella neocoloniale, basata sulla corruzione delle locali classi politiche al potere, subentra una forma di auto-predazione operata dalle stesse popolazioni autoctone, sempre più frammentate in guerre per bande fomentate e sponsorizzate da corporation e potenze esterne che hanno interesse a comprare le loro risorse dal miglior offerente, senza scrupolo alcuno. Questa nuova forma di imperialismo auto-predatorio ha il vantaggio di non richiedere la presenza permanente di contingenti militari né di coloni civili, ma solo di agenti ben introdotti e tanto denaro da profondere, inoltre una buona parte delle risorse trafficate dalle bande in conflitto – dal petrolio iracheno ai reperti archeologici siriani, passando per l’oppio afgano – può essere pagata in armi leggere, che non sono sottoposte a controlli internazionali sul loro commercio.

Un paese in guerra civile, con le sue istituzioni disgregate e screditate, e la società civile disintegrata e polarizzata dall’odio, offre molte opportunità di predazione e sfruttamento, a partire dai prezzi più bassi ai quali possono essere acquistate le sue ricchezze, a quelli maggiorati a cui rivendere i prodotti d’importazione (ovvero tutto ciò di cui c’è bisogno, essendo l’economia nazionale al collasso), all’emigrazione di masse di mano d’opera istruita e specializzata, alla creazione ed addestramento di piccoli eserciti mercenari specializzati in saccheggio e pronti ad intervenire in altri teatri di destabilizzazione. Per continuare con i traffici illeciti, inclusa la remunerativa tratta di esseri umani in fuga.

Se Lenin poteva definire “l’imperialismo come fase suprema del capitalismo” nel 1916, non si può negare la mutazione che da allora l’imperialismo ha intrapreso per adattarsi ai cambiamenti economici e politici prodotti dal capitale e dalle guerre che questo scatena nel suo incessante movimento di riproduzione e concentrazione. La nuova direzione che esso ha intrapreso da un quarto di secolo a questa parte è quanto di più coerente con la massima romana “divide et impera”, applicata su scala planetaria. Con la disgregazione delle fragili entità nazionali dei giovani stati nati dalle ceneri del vecchio colonialismo ed il caos conseguente, si ritorna al punto di partenza di secoli fa, quando tali nazioni non esistevano, le arretrate popolazioni erano soggiogate e le loro risorse controllate da grandi soggetti economici privati, quali le compagnie di commercio europee.

Sfuggono per ora a questa nuova fase predatoria i paesi BRICS, giacché troppo forti e popolosi per essere facilmente destabilizzati, tuttavia il contenimento militare da parte di USA e NATO della Russia e della Cina non è un mistero, mentre una batteria di nuovi trattati commerciali (TTIP, CETA, TISA) in fase di ratifica mondiale, mira a contenerne la potenza economica, in vista di un futuro regolamento di conti.

In conclusione, con le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq, il capitalismo imperiale ha scoperto di non potersi più permettere occupazioni permanenti di grandi territori ostili, quindi ha ricalibrato la strategia, fomentando divisioni e discordia tra i diversi gruppi etnici e religiosi, al fine di generare situazioni di perenne conflittualità interna ed estrema debolezza delle istituzioni statali. In tali condizioni ha ritenuto più vantaggioso perseguire i propri scopi predatori per il tramite degli stessi gruppi in lotta tra loro, tuttavia sempre troppo piccoli per costituire una minaccia al potere imperiale. A far poi da cuscinetto tra il caos dilagante ed il cuore dell’impero c’è sempre la vecchia Europa, al cui capitalismo in affanno si fa dono di un esercito di forza lavoro giovane e disponibile a sostituire l’anziana e preteziosa classe lavoratrice europea. Mentre, col pretesto della crisi, il capitalismo europeo si va concentrando ulteriormente e lancia l’assalto finale alle vestigia residue di quello che fu il welfare europeo, mandando in soffitta non solo la vecchia socialdemocrazia, ma la democrazia tout court (complice anche lo stato d’emergenza perenne).