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Il terzo decennio

Grillo-CrozzaAlla soglia dei sessant’anni, posso definirmi un testimone, che ha vissuto quest’ultimo mezzo secolo guardando gli avvenimenti dal suo personale osservatorio, con la consapevolezza di aver potuto incidere poco o nulla su di essi. In particolare, tale consapevolezza è andata crescendo col tempo, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, quando ero invece convinto che i giovani come me potessero cambiare la società con le lotte ed il rifiuto di quel modello di vita che la società proponeva ed imponeva. Era il tempo delle stragi eversive, delle bombe piazzate per diffondere paura e insicurezza, ma anche delle lotte operaie e studentesche, delle grandi manifestazioni popolari e delle occupazioni di scuole, fabbriche ed università, degli scioperi, generali e selvaggi. Erano gli anni dei figli dei fiori e delle Comuni anarchiche, della protesta sociale contro la guerra nel Vietnam e del rock pacifista, suonato nei concerti per soli giovani da giovani rock band.

E mi ricordo chi voleva

al potere la fantasia…

erano giorni di grandi sogni…sai

erano vere anche le utopie

Ma non ricordo se chi c’era

aveva queste queste facce qui

non mi dire che è proprio così

non mi dire che son quelli lì!

[Vasco Rossi]

 

Poi le rock star hanno cominciato ad invecchiare, proprio come il loro pubblico, mentre io mi accorgevo che chi riusciva ad incidere davvero sulla realtà, faceva immancabilmente un salto qualitativo verso la fama e la ricchezza, sia che si trattasse di artisti, che di inventori di quei nuovi oggetti che andavano diffondendosi: i computer e le loro applicazioni. La spinta al cambiamento s’era trasformata da fenomeno collettivo a percorso individuale, decisamente più gratificante per il singolo fortunato di successo. Così parve anche a me di dovermi dar da fare in ciò che meglio mi riusciva e cercare di aver successo, ovvero scrivere software. Ed in parte ci riuscii, considerando da dove ero partito. Misi su famiglia e godetti di un tenore di vita piccolo borghese, migliore di quello della mia famiglia d’origine.

Qualcuno li ha chiamati gli anni del riflusso nel privato, dopo la delusione di quell’assalto al cielo fallito, trasformatosi nella mattanza degli anni di piombo, con il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro che ne segnarono l’apoteosi. All’inizio degli anni Ottanta il pendolo della Storia invertiva la sua oscillazione. Con la marcia dei 40.000 a Torino la gente stava dicendo basta, accontentiamoci di ciò che s’è ottenuto finora e pensiamo a vivere meglio. In fondo quelle lotte avevano portato a salari migliori e tutele maggiori per i lavoratori, oltre ad una ventata di libertà nella società. Così si arrivò all’abolizione della scala mobile ed al referendum perso dal PCI nel 1985, perché dopo la redistribuzione degli anni precedenti, ora il capitale doveva tornare ad accumularsi per far fronte alle nuove sfide, che vedevano il prodotto italiano affermarsi nel mercato sempre più globale. Furono gli anni di Craxi e della sua Milano da bere, dell’Italia quinta potenza economica del mondo, del benessere diffuso dalla miriade di fabbrichette e dunque della fine delle ideologie, sancita dalla caduta del muro di Berlino e dal crollo dell’Unione Sovietica al termine di quel decennio.

Nel 1992 il politologo americano Francis Fukuyama poteva pubblicare il saggio Fine della storia, in cui affermava che il capitalismo e la democrazia liberale stavano per divenire la forma finale di governo del mondo. Nel frattempo l’Italia, che aveva aderito allo SME nel 1978 con parere contrario del PCI, era andata in crisi a seguito della decisione di rientrare nella banda ristretta di oscillazione del cambio, che fino al 31 dicembre del 1989 era stata del 6%. La crisi economica andò peggiorando fino a quando il governo Amato decise l’uscita dallo SME, nel settembre del 1993, il giorno dopo l’uscita della sterlina inglese. La lira si svalutò un poco, ma l’economia riprese alla grande, così come l’occupazione.

Dopo quella che allora ci era sembrata una grande crisi economica, la stagione delle inchieste di Mani Pulite fece seguito alla richiesta di moralità da parte dell’opinione pubblica. Gli scandali disvelati spazzarono via in breve una classe politica che aveva fatto il proprio tempo già alla caduta del muro di Berlino, ma rimasta al potere per mancanza di alternative. In fretta e furia si approntarono le alternative per le elezioni politiche del 1994, costituite dalla gioiosa macchina da guerra di Occhetto, che aveva traghettato il PCI nel PDS, diluendo ulteriormente il poco rosso residuo, e la neonata Forza Italia dell’imprenditore televisivo Silvio Berlusconi, abile nel chiamare a raccolta tutti gli anticomunisti, mentre la TV era diventata già da tempo il passatempo preferito dagli italiani.

Cominciò così il ventennio berlusconiano, anche se in realtà il centrosinistra ha governato per la metà del tempo con i vari Dini, Prodi, D’Alema e Amato. Lungi dall’aver appreso qualcosa dalla crisi dello SME, soprattutto i partiti di centrosinistra identificarono nell’adesione all’euro (con il conseguente vincolo di cambio) e nel rafforzamento dell’integrazione europea, gli antidoti alla deriva berlusconiana, percepita e propagandata come un rischio per la democrazia italiana. Fu nell’ultimo lustro del secolo scorso che nacque e si diffuse quel Sogno europeo per il quale ogni sacrificio era giustificato, come il contributo straordinario per l’Europa, tassa introdotta da Prodi nel 1996, o la rivalutazione della lira avvenuta nello stesso anno per poter aderire all’euro, e bella mazzata per il nostro export.

Il nuovo millennio s’aprì con eventi che difficilmente avrei previsto un decennio prima. L’introduzione della moneta unica fu propagandata come un traguardo epocale e festeggiato in tutta Europa, anche se da noi i prezzi al dettaglio andarono rapidamente adeguandosi al cambio di un euro per mille lire, mentre le retribuzioni restavano al palo. I fatti del G8 di Genova mostrarono quanto fragile è il confine tra uno Stato di diritto ed uno Stato di polizia, oltre alla debolezza della nostra democrazia, indipendentemente dall’adesione all’euro e alla UE. Con gli anni la giustizia avrebbe in parte sanato quella ferita, ma resta come una macchia indelebile nella nostra storia, il male che in quei giorni è stato ingiustamente inflitto a tanti inermi cittadini, in dispregio alle leggi ed alla civiltà, per puro sadismo, da parte di rappresentanti dello Stato. Infine l’11 settembre del 2001, e l’abbattimento delle Twin towers in mondovisione. La conseguente dichiarazione di guerra degli USA al terrorismo e agli Stati canaglia che lo appoggiavano. L’invasione dell’Afghanistan, nella vana ricerca di Osama Bin Laden, e la cui occupazione è ancora in atto, anche con il supporto italiano. L’invasione dell’Iraq giustificata dalla falsa accusa di detenzione di armi di distruzione di massa, costata quasi un milione di vittime tra civili e combattenti, le cui imprevedibili conseguenze hanno spinto persino Tony Blair, all’epoca alleato entusiasta di George W. Bush insieme ad Aznar e Berlusconi, a fare recentemente atto di contrizione.

Ma l’evento senza dubbio più significativo del primo decennio del nuovo secolo è stato lo scoppio della grande crisi economica, iniziata con il fallimento della Lehman Brothers. Significativo perché ha inciso sulla carne viva di milioni di persone in tutto il mondo, che hanno patito la perdita del lavoro, della casa, della salute e persino della vita, o anche solo una forte riduzione del proprio reddito, con conseguente peggioramento del tenore di vita, ai limiti dell’indigenza. Da noi la crisi è arrivata con un paio d’anni di ritardo, ma i suoi effetti sono stati devastanti. A sette anni di distanza la nostra economia è ancora lontana dai livelli pre-crisi, sia come Pil che come occupazione, in compenso tutta l’eurozona è in deflazione e il nostro debito pubblico non è mai stato così alto. L’adesione alla moneta unica ed ai trattati che ne regolano il funzionamento ci ha privato degli strumenti per poter reagire alla crisi. Ci stiamo accorgendo che l’aver devoluto la nostra sovranità monetaria non ci ha protetto dalla crisi, ma anzi l’ha aggravata, allo stesso modo in cui ci rendiamo conto che sul problema dei profughi o dell’uso dell’esercito ognuno pensa per sé.

Con la recente vicenda Greca s’è visto quanto conti la volontà popolare di un piccolo Stato europeo contro la potenza della BCE e la politica della Germania. Anche se noi l’avevamo già vista all’opera nel 2011 con il benservito a Berlusconi. Da allora in poi non un solo premier è stato indicato dalla volontà popolare, né tanto meno s’è sottoposto al giudizio degli elettori, ad eccezione di Monti, seppur con un risultato umiliante.

Dopo la Grecia, saranno Portogallo e Spagna i prossimi casi da affrontare, mentre la Francia s’è già smarcata, invocando la sicurezza nazionale per liberarsi dai vincoli di bilancio, dopo i recenti attentati di Parigi. In Portogallo sta per nascere un governo euro-scettico ed in Spagna si voterà tra breve, con la prospettiva di un rafforzamento dei partiti euro-critici. Il nostro paese seguirà l’onda e probabilmente un governo 5 Stelle ci traghetterà fuori dall’euro nei prossimi tre anni.

Il terzo decennio me lo immagino più tranquillo, dopo che gli ultimi anni del secondo decennio avranno fatto vedere il peggio, tra guerre, attentati, rivolte e migrazioni. Se siamo fortunati un diverso assetto economico e politico europeo potrà favorire sia una reale ripresa economica, che una maggiore stabilità nell’area mediterranea, al cui sviluppo occorre guardare con lungimiranza se si ha a cuore la pace. Se invece non fossimo fortunati, non essendoci limite alla disgrazia, potremmo attenderci anche il peggio, ovvero guerra e distruzione.

Voglio essere ottimista e pensare che in qualche modo ce la caveremo, io, le mie figlie, i miei nipoti, noi italiani, noi europei, noi uomini. Voglio immaginare per allora un movimento guidato dall’ex comico Maurizio Crozza, si presenti alle elezioni per contrastare il predominio incontrastato dei 5 stelle. E che spasso saranno quegli scontri in streaming TV tra un Grillo quasi ottantenne e un Crozza quasi settantenne.

Patria, Nazione, Libertà ed Uguaglianza

Un popolo, che per esistere piú facilmente delega la propria sovranità, opera come uno che, per meglio correre, legasi gambe e braccia.”

pisacane

Una delle conseguenze più gravi della catastrofe bellica in cui il fascismo ha trascinato il Paese 75 anni or sono, è stata il disprezzo e ripudio del nazionalismo da parte del popolo italiano, sconfitto e umiliato. Quel nazionalismo di cui fu pregno il regime fascista, appropriatosi indebitamente di tutta la tradizione patriottica del Risorgimento, fondamentale per la costruzione dell’unità d’Italia e la conquista della sovranità nazionale. Con la sconfitta e l’occupazione da parte degli Alleati, la nostra sovranità andò perduta, il suolo patrio presidiato da forze armate straniere, la nostra politica estera condizionata dalle potenze vincitrici, che avevano diviso l’Europa in due blocchi, e il nostro sistema economico allineato alle regole di mercato del blocco occidentale, nel quale venimmo associati dagli accordi di Jalta.

Si dice che chi s’è scottato con l’acqua bollente, teme di toccare anche quella fredda. Così, è stato per gli italiani, soprattutto di sinistra, che hanno identificato nel nazionalismo, tanto necessario a combattere l’ingerenza straniera nell’Italia divisa, una delle ragioni principali della guerra e della disfatta che ne è conseguita. Per alcuni decenni nell’immediato dopoguerra, le parole Patria e Nazione erano pronunciate esclusivamente dalla destra neofascista del MSI, mentre a sinistra suonavano reazionarie e antistoriche.

Per reazione al deprecato nazionalismo bellicista del fascismo, la sinistra italiana ha abbracciato l’utopia dell’internazionalismo marxista, riconoscendo implicitamente l’impossibilità di rovesciare i rapporti di forza nel Paese, militarmente soggiogato nell’alleanza atlantica, gettando così le basi di quella cultura esterofila ed auto-razzista che ancora ci impregna e che ci ha condotto alla cessione progressiva di quel po’ di sovranità residua nell’adesione al progetto di unificazione capitalista dell’Europa, rimuovendo al contempo un filone di pensiero importante che ha caratterizzato il nostro Risorgimento: il socialismo anarchico rivoluzionario, di cui uno dei massimo esponenti fu Carlo Pisacane.

Coevo di Marx, Pisacane fu il teorico di una via italiana al socialismo anarchico, contestualmente alla realizzazione dell’unità nazionale. Il popolo che si ribella per riappropriarsi al contempo della libertà dai bisogni e dallo sfruttamento, e della sovranità nazionale.

L’Italia trionferà quando il contadino cangerà, volontariamente, la marra col fucile; e, per questi, onore e patria sono parole che non hanno alcun significato; qualunque sia il risultamento della guerra, la servitú e la miseria lo aspettano.

L’accostamento delle parole socialismo e nazionalismo non può non richiamare alla mente l’aberrazione del nazionalsocialismo tedesco, tuttavia, come il fascismo italiano, anche il nazismo tedesco s’era appropriato indebitamente di idee concepite molto prima e con ben altri significati.

La nazionalità è l’essere di una nazione. Un uomo che liberamente opera, liberamente vive ed esprime i propri pensieri, possiede completamente il suo essere, ma se un ostacolo qualunque impedisce lo sviluppo delle sue facoltà, ne interdice la volontà, ne arresta i moti, l’essere piú non esiste. Nella stessa guisa, per esservi nazionalità bisogna che non frappongasi ostacolo di sorta alla libera manifestazione della volontà collettiva, e che veruno interesse prevalga all’interesse universale, quindi non può scompagnarsi dalla piena ed assoluta libertà, né ammettere classi privilegiate, o dinastie, o individui la cui volontà, attesi gli ordini sociali, debba assolutamente prevalere: è nazionalità quella che godesi sotto il giogo d’un assoluto sovrano? … Col dispotismo non v’è nazionalità, qualunque lingua parli il tiranno, qualunque sia il luogo ove ebbe i natali.

Affermano alcuni, ma non molti, che potrebbesi, benché privi di nazionalità, godere di libertà. La piú parte di costoro son dotti, pei quali, a loro credere, è patria il mondo; e cotesta vanità può, in parte, adonestare il loro asserto che, assurdo quanto quello di nazionalità senza libertà, male adeguerebbesi con la loro dottrina. L’esser privi di nazionalità vuol dire che un elemento straniero debba, nella nostra patria, preponderare, ed in tal caso è indubitato che la libertà individuale verrà lesa. L’Italia, o parte di essa, dicono costoro, potrà formar parte di un’altra nazione libera, e godere di una tal libertà. In primo luogo, come l’utile, le attitudini, le inclinazioni non si riscontrano mai identiche fra due individui, del pari avviene delle nazioni. Un Italiano non sarà mai né Francese, né Tedesco senza una forza estrinseca che violenti il suo naturale. È questa una verità sentita, un assioma che non ha bisogno di dimostrazioni; una provincia italiana, o l’intera Italia, che facesse parte di liberissimo Impero, non potrebbe perciò dirsi libera; gli Italiani non sarebbero che schiavi beati, (per quanto possa esservi beatitudine fra le catene), ma non altro che schiavi. Se poi l’Italia, o parte di essa, fosse confederata con altra nazione, in tal caso sarebbe libera se unita da volontario patto ed allora di fatto esisterebbe la nazionalità; ma se una ragione qualunque imponesse questo patto, nazionalità e libertà sparirebbero entrambe.

Per coloro che hanno a cuore l’Italia le parole di un patriota rivoluzionario come Carlo Pisacane, dovrebbero far riflettere, anche se scritte oltre 160 anni fa. Per Pisacane libertà e nazionalità non sono separabili.

Facciamoci ora a considerare la libertà, nel suo vero aspetto, nel suo vero significato: dritto di eleggersi i proprî maestrati, di esser giudicati da’ proprî conterranei; di esser legislatori di se medesimi; di non sottostare ad alcuna determinazione, senza che venga ascoltato il proprio parere, o di chi eleggesi quale rappresentante… Possono tali condizioni verificarsi senza una recisa nazionalità?

L’Italia per essere libera deve essere indipendente, e libertà ed indipendenza non altrimenti si ottengono che conquistandole: l’Italia deve fare da sé;

…senza nazionalità, la libertà non può esistere. Ma oltre la nazionalità, essa per non dirsi una menzogna, una derisione, richiede un’altra condizione, per molto tempo ignorata, ora ad arte disconosciuta, l’uguaglianza.

La libertà per essere vera ha bisogno dell’uguaglianza.

L’uguaglianza politica è derisione, allorché i rapporti sociali dividono i cittadini in due classi distintissime, l’una condannata a perpetuo lavoro per miseramente vivere, l’altra destinata a godersi il frutto dei sudori di quelli. L’uguaglianza politica non è che un ritrovato per sgravarsi dell’obbligo di nutrire i schiavi, per privare il fanciullo, il vecchio, il malato d’assistenza; è un ritrovato per concedere al ricco, oltre i suoi diritti politici, la facoltà d’avvalersi di quelli dei suoi dipendenti.

Una tale ingiustizia, che sacrifica a pochi i moltissimi è, eziandio, danno manifesto all’intera società, perché riesce impossibile a’ null’abbienti ingegnarsi, ed ai troppo facoltosi manca ogni stimolo per farlo; e crescendo cosí la disuguaglianza, corresi, come altrove dicemmo, al deperimento, alla dissoluzione sociale.

In una società ove la sola fame costringe il maggior numero al lavoro, la libertà non esiste, la virtú è impossibile, il misfatto è inevitabile: la fame e l’ignoranza, sua conseguenza imediata, rendono la plebe sostegno di quelle medesime instituzioni, di que’ pregiudizî da cui emerge la loro miseria; rivolgono la spada del cittadino contro i cittadini medesimi a difesa d’una tirannide che opprime tutti. La fame imbriglia il pensiero, aguzza il pugnale dell’assassino, prostituisce la donna. La società intera viene abbandonata al governo di coloro che posseggono, ed il suo utile, la sua volontà, sarà sempre quella di cotesti pochi, i quali ammolliti dalle ricchezze, che temono di perdere, sacrificheranno sempre l’onore, la dignità, l’utile universale ai loro ozî beati, e l’ignoranza e la miseria interdicendo al maggior numero la libera espressione della loro volontà, distrugge affatto la nazionalità, espressa dalla volontà collettiva senza eccezione e senza prevalenza di classi.

Finché i pochi, sono proprietarî dei mezzi, onde soddisfare agli incalzanti bisogni de’ molti, questi saranno servi di quelli, qualunque siano le leggi; basta [il fatto] che esse riconoscono e proteggono il diritto di proprietà.

La rivoluzione sociale consiste nell’abolizione della proprietà privata.

Concludiamo che l’offrire a tutti un vivere agiato, cardine su cui, giusta la sentenza del Filangieri, debbono poggiare gli ordini sociali, non solo non riscontrasi nella moderna società, ma non v’è alcun mezzo come soddisfare a tale condizione. La società è divisa in due parti, possessori e nullatenenti, che il diritto di proprietà determina. L’economia pubblica, pigliando le mosse da questo diritto, sviluppa le sue leggi, che si basano su di esso. Queste leggi regolano inesorabilmente il rapporto fra queste due classi, e conducono a conseguenze inevitabili e funeste. Cotesti rapporti ne risultano di fatto né possono modificarsi, sotto pena di un deperimento universale; unica legge possibile è la libertà: conseguenza di essa, miseria sempre crescente. Se togliete al ricco parte del suo avere onde soccorrere il povero, egli, mentre con una mano sborsa il danaro che gli vien chiesto, con l’altra lo rapisce di nuovo; ben presto incarisce il vivere, e la miseria s’accresce.

Dunque: la causa che volge tutte le riforme in danno del povero; la causa che accrescendo continuamente la miseria, mena, come altrove vedemmo, alla decadenza, alla dissoluzione sociale, e contrasta allo scopo principale che si propone la società, il benessere di tutti, o almeno de’ piú, è il mostruoso diritto di proprietà. La logica dunque impone di rimuovere l’ostacolo, poco curandosi delle conseguenze; la società riprenderà da sé l’equilibrio, dal caos, naturalmente, verrà il cosmos.

Invano verrà inculcato l’amor di patria ove la patria non dona che miserie e stenti; né vi sarà bisogno inculcarlo quando la felicità del cittadino dipenderà dalla grandezza e prosperità di essa.

La Natura, avendo concesso a tutti gli uomini i medesimi organi, le medesime sensazioni, i medesimi bisogni, li ha dichiarati eguali, ed ha, con tal fatto, concesso loro uguale diritto al godimento dei beni che essa produce. Come del pari, avendo creato ogni uomo capace di provvedere alla propria esistenza, l’ha dichiarato indipendente e libero. I bisogni sono i soli limiti naturali della libertà ed indipendenza, quindi se all’uomo si facilitano i mezzi come soddisfarli, la libertà ed indipendenza è piú completa. L’uomo s’associa onde piú facilmente soddisfare a’ suoi bisogni, ovvero ampliare la sfera in cui si esercitano le sue facoltà, e conseguire libertà ed indipendenza maggiore, epperò ogni rapporto sociale che tende a mutilare questi due attributi dell’uomo, non ha potuto, perché contro natura, contro il fine che si propone la società, stabilirsi volontariamente, ma subirsi a forza; esso non può esser l’effetto di libera associazione, ma di conquista o d’errore. Dunque ogni contratto, in cui una delle parti, dalla fame o dalla forza, vien costretta ad accettarlo e mantenerlo, è violazione manifesta delle leggi di Natura; ogni contratto dovrà perciò dichiararsi annullato di fatto, appena mancagli il liberissimo consenso delle due parti contrattanti. Da queste leggi eterne ed incontrastabili, che debbono essere la base del patto sociale, emergono i seguenti principî, i quali reassumono l’intera rivoluzione economica:

1. Ogni individuo ha il diritto di godere di tutti i mezzi materiali di cui dispone la società, onde dar pieno sviluppo alle sue facoltà fisiche e morali.

2. Oggetto principale del patto sociale, il garentire ad ognuno la libertà assoluta.

3. Indipendenza assoluta di vita, ovvero completa proprietà del proprio essere, epperò:

a) L’usufruttazione dell’uomo per l’uomo abolita.

b) Abolizione d’ogni contratto ove non siavi pieno consenso delle patti contrattanti.

c) Godimento de’ mezzi materiali, indispensabili al lavoro, con cui deve provvedersi alla propria esistenza.

d) Il frutto de’ proprî lavori sacro ed inviolabile.

4. Le gerarchie, l’autorità, violazione manifesta delle leggi di Natura, vanno abolite. La piramide: Dio, il re, i migliori, la plebe, adeguata alla base.

5. Come ogni Italiano non può essere che libero ed indipendente, del pari dovrà esserlo ogni Comune. Come è assurda la gerarchia fra l’individui, lo è fra i Comuni. Ogni Comune non può essere che una libera associazione d’individui e la Nazione una libera associazione dei Comuni.

6. Le leggi non possono imporsi, ma proporsi alla Nazione.

7. I mandatarî sono sempre revocabili dai mandanti.

8. Ogni funzionario non potrà che essere eletto dal popolo, e sarà sempre dal popolo revocabile.

9. Qualunque nucleo di cittadini dalla società destinati a compiere una speciale missione, hanno il diritto di distribuirsi eglino medesimi le varie funzioni, ed eleggersi i proprî capi.

10. La sentenza del popolo è superiore ad ogni legge, od ogni maestrato. Chiunque credesi mal giudicato può appellarsi al popolo.

Le nazioni per associarsi devono essere libere ed indipendenti, oltre che avere pari dignità.

Le nazioni, durante le medesime fasi di loro vita, sono sempre le stesse; credi tu, o lettore, che siamo in decadenza? non leggere oltre, non perdere il tempo, caccia le mani nella corruzione che ti circonda, usa ogni mezzo per arricchirti e goder della vita, inchinati ai tiranni, basta che ti assicurino i materiali godimenti; se poi credi che possiamo risorgere, devi assolutamente credere che saremo grandi come furono i nostri progenitori; se nol credi ti compatisco, il tuo animo poco gagliardo non regge alle impressioni delle conseguenze estreme, tentenni nel mezzo, e sei fra la turba di coloro che vissero senza biasimo e senza lode; sarai poco utile alla patria ed increscioso a te stesso.

Non si affretta né si propugna la rivoluzione con dottrine che la distruggono, o almeno la travisano e sgagliardiscono l’animo; l’unità mondiale vi sarà, ma non già come pretendono costoro, distruggendo le nazionalità, incorporandosi insieme, o assorbite dalla preponderanza di una fra esse; ma come un individuo, associandosi co’ suoi simili, viene abilitato ad uno sviluppo maggiore delle proprie facoltà, del pari, nell’associazione universale, ogni nazione, lungi dal perdere la sua individualità e l’indole propria, troverà campo piú vasto di svilupparla; e nel modo stesso che una nazione non sarà libera in tutto il significato della parola libertà, se ogni suo individuo non sente fiducia nelle proprie forze, dignità, ed uguaglianza assoluta col resto dei cittadini, cosí l’associazione universale non potrà aver luogo, se prima ogni nazione non si costituisca strettamente ne’ proprî caratteri e non ci sia fra tutte che un’uguaglianza universalmente sentita.

L’uomo nasce libero ed indipendente, dunque ha diritto all’esistenza, diritto di sviluppare ed utilizzare le proprie facoltà, diritto al pieno godimento del frutto de’ suoi lavori… ecco delle verità che non hanno bisogno d’essere interpretare e svolte da’ migliori per senno e per virtú; chiunque le propugna, sia egli l’ultimo o il primo per senno, sia egli cultore della virtú o del vizio, esse non perderanno mai la loro evidenza, non cesseranno mai di esser verità. Costui potrà aggiungere: – la tirannide che sostiene i privilegî è quella che vi rapisce questi diritti; abbattiamola! – ed ognuno, senza fare atto di ubbidienza, potrà afferrare un fucile e seguirlo.

Il suffragio universale è un inganno finché esisteranno differenze di classe, e falsa sarà la libertà.

Finché la società verrà composta da molti che lavorano e da pochi che dissipano, e nelle mani di questi pochi sarà il governo, il popolo deriso col nome di libero e di sovrano, [i molti] non saranno che vilissimi schiavi.

Tutte le leggi, tutte le riforme, eziandio quelle in apparenza popolari, favoriscono solamente la classe ricca e culta; imperocché le istituzioni sociali, per loro natura, volgono tutto in suo vantaggio. Voi plebe, allorché crederete avvicinarvi alla meta, ne sarete, invece, piú discosti. Voi lavorate, gli oziosi gioiscono; voi producete, gli oziosi dissipano; voi combattete ed essi godono la libertà. Il suffragio universale è un inganno: come il vostro voto può esser libero, se la vostra esistenza dipende dal salario del padrone, dalle concessioni del proprietario? voi indubitatamente votereste, costretti dal bisogno, come quelli vorranno. Come il vostro voto può esser giusto, se la miseria vi condanna a perpetua ignoranza e vi toglie ogni abilità per giudicare degli uomini e de’ loro concetti? Come può dirsi libero un uomo la cui esistenza dal capriccio d’un altro uomo dipende?

La miseria è la principale cagione, la sorgente inesauribile di tutti i mali della società, voragine spalancata che ne inghiotte ogni virtú. La miseria aguzza il pugnale dell’assassino; prostituisce la donna; corrompe il cittadino; trova satelliti al dispotismo. Conseguenza immediata della miseria è l’ignoranza, che vi rende incapaci di governare i vostri particolari negozî, nonché quelli del pubblico, e corrivi nel credere tutte quelle imposture che vi rendono fanatici, superstiziosi, intolleranti. La miseria e l’ignoranza sono gli angeli tutelari della moderna società, sono i sostegni sui quali la sua costituzione si incastella, restringendo in picciol giro l’ampio cerchio dell’universale cittadinanza. Il delitto e la prostituzione, conseguenze inevitabili, sgorgano dal seno di questa società. Bagni e patiboli sono le sue opere, volte a punire, con raffinata ipocrisia, i frutti medesimi delle sue viscere. La statistica, scienza moderna, che mostra come indissolubilmente si legano le varie istituzioni sociali, ha già registrato come la miseria e l’ignoranza non scompagnano mai il misfatto. Finché i mezzi necessarî all’educazione e l’indipendenza assoluta del vivere non saranno assicurati ad ognuno, la libertà è promessa ingannevole.

Il sentimento di appartenenza ad una comunità nazionale: sentirsi italiani.

…in parità di circostanze preferisco ciò ch’è italiano a ciò ch’è straniero. E quando ad una formola adottata da un’altra nazione io trovo da sostituirne altra uguale o migliore, non dubito un istante, perché l’imitazione mai è scompagnata da qualche cosa di servile. Sono umanitario, ma innanzitutto italiano, e come in una nazione non può costituirsi il nuovo patto fra i cittadini, se ognuno di essi non acquisti piena ed intera la sua individualità, cosí non vi sarà fratellanza, o meglio associazione di popoli, se prima ogni popolo non ottenga la sua completa autonomia; e come è impossibile sorgere a libertà prima che ognuno senta ed operi liberamente, del pari il primo passo che dobbiamo fare noi Italiani, onde avviarci alla soluzione del problema umanitario, è quello di sentirci e di costituirci esclusivamente italiani. Come dalla libera manifestazione del pensiero d’ognuno risulta il vasto concetto nazionale; cosí dalla libertà ed esistenza propria ed assoluta d’ogni nazione può risultarne il patto umanitario; chi ammette supremazia di nazione, astri e satelliti, nega la rivoluzione verso cui aspiriamo.

Questi concetti di un secolo e mezzo fa, sono quanto mai attuali. Il pensiero rivoluzionario e al contempo patriottico di Pisacane merita di essere conosciuto ed approfondito, non fosse altro perché rappresenta un contributo italiano originale ad un dibattito svilito e distorto dall’esterofilia e dall’auto-razzismo che ha caratterizzato gli ultimi tre quarti di secolo.

Io sono convinto che le strade di ferro, i telegrafi elettrici, le macchine, i miglioramenti dell’industria, tutto ciò finalmente che sviluppa e facilita il commercio, è da una legge fatale destinato ad impoverire le masse fino a che il riparto dei benefizi sia fatto dalla concorrenza. Tutti quei mezzi aumentano i prodotti, ma li accumolano in un piccolo numero di mani, dal che deriva che il tanto vantato progresso termina per non esser altro che decadenza. Se tali pretesi miglioramenti si considerano come un progresso, questo sarà nel senso di aumentar la miseria del povero per spingerlo infallibilmente a una terribile rivoluzione, la quale cambiando l’ordine sociale metterà a profitto di tutti ciò che ora riesce a profitto di alcuni.

La legge fatale a cui fa riferimento è quella della caduta tendenziale del saggio di profitto enunciata da Marx, di recente tornata alla ribalta grazie alla “stagnazione secolare” in cui è entrata l’economia capitalista, a cui il capitalismo ha cercato di porre rimedio anche tramite la compressione del salario al di sotto del suo valore. Per usare le parole di Vladimiro Giacchè:

…è indubbio che oggi in un paese a capitalismo avanzato il valore della forza-lavoro (ossia l’insieme dei mezzi di sussistenza ritenuti socialmente accettabili) è superiore a quello dell’Ottocento. Ma è altrettanto indubbio che la riduzione dei salari avvenuta negli ultimi anni collochi i salari attuali in molti casi nettamente al di sotto del loro valore storico medio dei 2-3 decenni precedenti. Ciò è ancora più evidente se si tiene conto non soltanto del salario diretto (il netto in busta paga), ma anche della riduzione che hanno conosciuto le varie componenti del salario indiretto e differito attraverso la generalizzata diminuzione della protezione sociale, la privatizzazione dei sistemi pensionistici, e così via.”

Prosegue ancora Pisacane nel suo testamento:

Io sono convinto che l’Italia sarà grande per la libertà o sarà schiava: io sono convinto che i rimedî temperati, come il regime costituzionale del Piemonte e le migliorie progressive accordate alla Lombardia, ben lungi dal far avanzare il risorgimento d’Italia, non possono che ritardarlo. Per quanto mi riguarda, io non farei il piú piccolo sacrifizio per cambiare un ministero o per ottenere una costituzione, neppure per scacciare gli Austriaci dalla Lombardia e riunire questa provincia al regno di Sardegna. Per mio avviso la dominazione della casa di Savoia e la dominazione della casa d’Austria sono precisamente la stessa cosa. Io credo pure che il regime costituzionale del Piemonte è piú nocivo all’Italia di quello che lo sia la tirannia di Ferdinando II. Io credo fermamente che se il Piemonte fosse stato governato nello stesso modo che lo furono gli altri Stati italiani, la rivoluzione d’Italia sarebbe a quest’ora compiuta.

L’irrisolta questione meridionale, a distanza di un secolo e mezzo dall’unità, sta lì a dimostrare la giustezza della sua visione risorgimentale, che era al contempo un anelito di libertà, uguaglianza e sovranità. Non potendosi oggettivamente definire libera l’Italia, poiché non vi è né piena sovranità né diffusa uguaglianza, la nostra Patria è ancora – in una certa qual misura – schiava. E ancora servi sono gli italiani, divisi tra partiti di pseudo destra e pseudo sinistra.

Un governo unico, pe’ piú liberali emanazione diretta del popolo, responsabile, e revocabile, e per tutti poi, energico, compatto, distributore di cariche, premiatore del merito, è il concetto volgare. Ma se non vogliamo disconoscere l’umana natura, sarà facile scovrire le conseguenze di una tal forma di governo.

L’uomo o gli uomini componenti il governo, non potranno spogliarsi delle loro passioni, rinunziare a’ loro concetti, abdicare infine alla loro individualità: questa pretesa sarebbe assurda e ridicola, chi il crede possibile non legga questo libro, io non scrivo per esso. Eglino, come tutti gli uomini, vedranno le cose sotto quell’aspetto che le loro passioni le presentano, ed adattando i provvedimenti alle loro convinzioni, opereranno coscienziosamente e faranno quanto ad un uomo è dato di fare; quindi i loro desiderî, i loro concetti prevarranno su quelli dell’intera nazione, ed avverrà precisamente che, volendo il bene pubblico, conseguiranno uno scopo affatto contrario, imperciocché i desiderî, i concetti, le passioni di pochi non potranno essere quelli di tutti, la parte non può uguagliare al tutto. Inoltre tal governo dovrà esser forte, quindi diverrà immancabilmente tiranno, imponendo con la forza ciò che egli con fini rettissimi vuole; e la tirannide sarà piú dura per quanto maggiore sarà la forza dell’ingegno e della volontà degli uomini prescelti al reggimento; in altri termini, per quanto migliore sarà stata la scelta fatta. La nazione sarà libera nel momento delle elezioni, poi abdicherà la propria sovranità nelle mani di coloro che l’aura popolare menerà al potere; i candidati saranno vari, quindi il popolo si scinderà in partiti ed avverrà quello ch’è sempre avvenuto, il partito prevalente sarà tirannico con gli altri, e questi schiavi ed in permanente cospirazione contro di esso, e le continue lotte intestine roderanno le viscere della nazione, e sarà impossibile la continuità di sforzi, la perseveranza, la costanza che forma la felicità e la grandezza dei popoli; come nel medioevo, l’opera d’un partito verrà distrutta da quello che lo soppianta.

Adunque, democrazia ed unità cosí concepite conducono al governo dei partiti, e nazionalità e libertà sono nomi che servono loro di maschera, di pretesto onde lacerare la patria, né qui finiscono i mali. L’unità, facendo influire tutto ad un centro gli umori vitali della nazione, ne consegue, come dicemmo nelle pagine precedenti, che il resto dell’Italia deperirà, quasi membra inaridite e dogliose.

Dichiarare un governo rappresentante la pubblica opinione e la pubblica volontà è lo stesso che dichiarare una parte rappresentante del tutto. Inoltre, l’uomo per sua natura sdegna i rivali e l’opposizione, e gli amici del governo non saranno certamente coloro, che manifestano i suoi errori, che contrastano la sua opinione, ma bensí que’ che lo piaggiano; gli oppositori saranno occultamente odiati, e, se lo si potrà impunemente, oppressi; negarlo è un disconoscere l’umana natura, è negare la storia, negare i fatti che tuttodí si riproducono; quindi questo governo sarà sempre un’ulcera che tende di spandere la cancrena sull’intera società.

Il governo rappresentativo è discreditato in Europa; l’assemblea eletta a rappresentare i diritti del popolo ad altro non serve che a convalidare e vestire con una maschera di legalità e di giustizia le usurpazioni della tirannide. Non havvi principe, dittatore o ministro, il quale non faccia decidere secondo le proprie intenzioni il congresso che la nazione ha eletto a guarentigia de’ proprî diritti; queste assemblee, sovente sono d’impaccio al pronto operare, senza mai essere di ostacolo al male; nascono dalla corruttela, e vivono finché la forza crede dover subire il loro importuno garrito; odiose al tiranno, comecché accarezzate, sono sprezzate dalla nazione. Questo tristo fatto, che sembra conseguenza di loro natura, è l’effetto del modo come oggi sono regolati i rapporti sociali: l’utile privato essendo in opposizione col pubblico, produce una diversità di mire, di desiderî, di speranze, e quindi la irriconciliabile discordia delle idee e delle opinioni; e di piú, il potere che ha il principe, il dittatore, il ministro, di concedere cariche, distribuire oro ed onori, fan sí che le tante opinioni riluttanti, trovando l’utile su di una via comune, si accordano nel vendersi ad un padrone e cospirano verso il fine che da esso gli viene indicato.

Occorre riconoscere che vano è stato anche il sacrificio della Resistenza, gli Alleati avrebbero vinto ugualmente e le conseguenze per il nostro Paese non sarebbero state dissimili. Al più è servito a scrivere una Costituzione tanto avanzata quanto inapplicata, al cui assalto finale si sono lanciati i mandatari del potere sovranazionale del capitale, per cancellare ogni residuo di sovranità ed uguaglianza.

Lotta al bispensiero

1984Il dominio pressoché incontrastato delle élite economico-finanziarie ha bisogno del controllo assoluto della grande informazione e soprattutto dei media televisivi, che rimangono ancora quelli su cui si formano le opinioni della maggioranza della gente, per la diffusione pervasiva di concetti manipolati volti a convincere il popolo della giustezza di scelte che avvantaggiano puntualmente le élite stesse.

Il meccanismo prevalente è quello descritto da George Orwell in 1984 e battezzato bispensiero. Questo è alla base di convinzioni tanto diffuse quanto false, le cui conseguenze volute vanno nella direzione auspicata da chi le ha concepite e diffuse, a scapito del popolo che inconsapevolmente cade nella trappola logica costituita dal bispensiero.

Vediamo alcuni casi reali.

1.

“Le grandi banche non possono essere lasciate fallire”, variante del “too big to fail”. Questa convinzione diffusa ha comportato il salvataggio con soldi pubblici delle banche che speculando azzardatamente hanno subito enormi perdite allo scoppio della crisi dei mutui subprime. Sia negli USA che in Europa i governi hanno scelto di socializzare le perdite delle banche, senza nessuna sanzione nei confronti del loro management e senza imporre nessuna nuova regola sulla speculazione finanziaria, che infatti è ripresa più florida che mai, gonfiando la prossima bolla.

In realtà non è vero che le banche non possono essere lasciate fallire, come ogni altra impresa privata. L’Islanda ha dimostrato che è possibile lasciarle fallire per poi nazionalizzarle, salvaguardando al contempo i depositanti; che è possibile perseguire penalmente i responsabili del fallimento, condannando alla galera 26 alti dirigenti bancari; che è possibile regolare i movimenti di capitale e la speculazione. L’Islanda è un piccolo paese, ma le banche avevano un potere enorme, ciononostante, la consapevolezza e la determinazione degli islandesi ha permesso loro di operare la scelta giusta, come sta a dimostrare la buona ripresa economica, certificata anche dal FMI.

2.

“La corruzione è il nostro problema principale, risolto il quale l’economia potrà ripartire”, variante de “lo Stato corrotto e sprecone”. In realtà la corruzione c’è sempre stata e sempre ci sarà, almeno ad un certo livello fisiologico. E’ una debolezza umana ed esiste ad ogni latitudine. E’ da sempre uno degli strumenti occulti di concorrenza del capitalismo, nessuna grande corporation ne è immune. Nei paesi capitalistici avanzati s’è deciso da tempo di legalizzare la corruzione ad alto livello, piuttosto che combatterla, con l’istituzione delle lobbies. Per ciò che riguarda l’Italia, in passato c’era persino più corruzione, essendo ormai le intercettazioni telefoniche e ambientali gli strumenti principali nel suo contrasto, tuttavia è innegabile che il paese abbia sperimentato periodi di crescita e sviluppo maggiore nonostante il livello endemico di corruzione. La corruzione non è altro che una dazione di denaro in cambio di favori e privilegi che muovono comunque una certa economia, ed in questo senso forse risulta meno inutile del fiume di denaro sprecato nel gioco. Eppure il gioco è sempre più diffuso e per nulla contrastato. Certo è che quando lo Stato sarà ridotto al lumicino, senza più denaro da spendere, la corruzione pubblica sarà minore, con grande gioia dei soggetti privati che erogheranno a pagamento i servizi che prima erano pubblici. E il denaro potrà legalmente comprare favori e privilegi privati.

3.

“Il denaro contante favorisce evasione e criminalità”. Da alcuni anni è in atto una sorta di criminalizzazione del contante, finalizzata all’uso dei mezzi alternativi di pagamento. Si associa l’utilizzo del denaro contante con traffici loschi ed economia in nero, dimenticando che per secoli il denaro è stato solo contante, senza che le economie fossero fagocitate dalla criminalità o i paesi ridotti sul lastrico per l’evasione. E’ solo negli ultimi decenni che si stanno diffondendo sofisticati mezzi alternativi di pagamento, sempre più basati sull’elettronica e le reti informatiche. Tuttavia, a differenza della moneta sonante, che è emessa dallo Stato (eccetto che nell’eurozona, dove viene emessa dalla BCE, che non si è ancora ben capito se sia un ente pubblico o privato) e da esso garantita, i mezzi alternativi sono strumenti privati, di proprietà delle banche. La completa smaterializzazione del denaro servirà a renderci tutti clienti delle banche, che ci noleggeranno i loro strumenti di pagamento (a pagamento). Saremo tutti un po’ meno liberi quando le banche disporranno di tutto il nostro denaro e noi non potremo mai più chiederlo indietro, ma solo spenderlo tramite i loro sistemi. Senza dimenticare che le banche stesse sono tra i maggiori evasori ed elusori fiscali, nonché complici di altri grandi evasori.

 

Se è vero – com’è vero – che le differenze economiche vanno accentuandosi, con sempre più ricchezza concentrata in poche mani, mentre le classi medie scivolano progressivamente verso la povertà; che nel nostro continente la ricchezza prodotta viene sempre meno redistribuita, mentre diminuiscono le tutele sociali, e servizi e patrimonio pubblici sono privatizzati, significa che l’eterno confronto tra (pochi) ricchi e (tanti) poveri sta vivendo una fase d’attacco favorevole per i ricchi, e tra loro, ancor più favorevole per i ricchissimi, che sono estremamente pochi ma concentrano nelle loro mani il potere del pianeta, determinando anche il bispensiero propalato al popolo. Cercare di sottrarsi alla manipolazione mentale, svelando l’inganno del bispensiero è il primo atto di ribellione.