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Il Buono, il Brutto e il Cattivo

sleoneRicordate la scena madre del bel film di Sergio Leone, Il Buono, il Brutto e il Cattivo? Quella in cui i tre protagonisti si fronteggiano per un tempo lunghissimo prima di sparare? Ecco, quell’immagine rappresenta plasticamente la situazione attuale tra USA, Russia e Cina, dove il Buono sono ovviamente gli Stati Uniti, il Cattivo la Russia e il Brutto la Cina.

Riusciranno gli Stati Uniti a resistere al crollo del prezzo del petrolio, che ora sta pompando la ripresa dei consumi spingendo il Pil del terzo trimestre ad un +5%, prima che la bancarotta dei nuovi produttori di petrolio, indebitati fino alla cima dei capelli per gli altissimi costi del fracking, trascini di nuovo a fondo l’economia nazionale, esasperando ulteriormente il conflitto socio-razziale in atto?

Riuscirà la Russia a resistere al crollo combinato del rublo e degli introiti del petrolio, prima che lo shock si propaghi a tutta l’economia e faccia venir meno quel consenso popolare che la crescita economica degli ultimi anni aveva assicurato a Putin, ridando voce all’opposizione mai sopita al nuovo Zar?

Riuscirà la Cina a sopperire con la domanda interna alla frenata delle esportazioni, mantenendo un livello di crescita sufficiente a disinnescare gli enormi conflitti sociali ed etnici che covano nel ventre del gigante asiatico?

In realtà ciascun contendente sta difendendo gli enormi privilegi della propria classe dominante, che si chiami borghesia capitalista, oligarchia, o Cosa Nostra, poco importa. E’ la classe al potere, che permane al potere fintanto è in grado di mantenere il conflitto sociale nel proprio paese al di sotto del livello di guardia. Per questo, e non per il profitto, è necessario un determinato livello minimo di crescita economica, giacché (come evidente) il profitto riesce a trarlo anche in assenza di crescita.

La contesa che connota questa particolare fase dello sviluppo capitalistico globale, è trasversale. Investe le singole società attraverso un’esasperata divaricazione della ricchezza, tornata a livelli quasi feudali. Ed investe anche i grandi paesi in un processo rapido di redistribuzione della ricchezza a favore dei paesi in via di sviluppo, favorito dalla ricerca di costi di produzione sempre più bassi da parte delle imprese e dalla conseguente creazione di nuovi mercati di sbocco per le merci prodotte.

Dato che la torta globale non può crescere di molto, fette più grandi per le nuove potenze economiche, comportano fette più piccole ai cosiddetti paesi del capitalismo maturo. Ferma restando la quota di profitto che le classi dominanti si assegnano, ciò che viene a ridursi drammaticamente è la quota di ricchezza redistribuita tra le classi subalterne, tramite gli investimenti pubblici e gli strumenti di Welfare. In una parola: è l’austerità.

Situazione ideale per incanalare la rabbia diffusa verso un nemico esterno.

Per non fare i conti con le proprie contraddizioni ed aprirsi ad una trasformazione verso un sistema più equo e sostenibile, il capitalismo globale ricorre allo strumento della guerra, col duplice fine di distogliere l’attenzione delle classi subordinate dalle sue responsabilità, evitando i conseguenti conflitti sociali, e di contenere l’espansione economica degli altri paesi, assicurandosi che la propria fetta di torta non si riduca, ma possibilmente s’accresca.

Notare, prego, che non è in atto nessuno scontro ideologico, alcun confronto di civiltà. Sono in gioco solo ricchezza e potere, nel mondo e in ciascun paese che partecipa a questa tenzone.

L’immagine della sfida finale de Il Buono il Brutto e il Cattivo, calza anche alla situazione politica italiana, specchio in sedicesima del proscenio globale, con Renzi nella parte del Buono, Grillo in quella del Brutto e Berlusconi in quella del Cattivo. Stanno per spararsi alle prossime elezioni, ma la sospensione è infinita. In realtà, pur rappresentando l’apice della mutazione dei partiti politici italiani verso l’assoluto personalismo, si muovono in un humus sempre più liquido e volubile, pronto ad abbandonare vecchie appartenenze per nuovi soggetti (o illusioni).

E’ la crisi economica che produce tutto ciò, rendendo estremamente difficile decifrare i segnali di un futuro incerto e nebuloso. In questo tetro contesto s’inquadrano le esternazioni conclusive di Re Giorgio, su cui val la pena di stendere un velo pietoso, giravolta politica di questo vegliardo che ha percorso tutta la storia politica della nostra Repubblica, ertosi, nel crepuscolo della sua vicenda, a paladino di interessi forti stranieri (“i nostri amici in Europa e nel mondo si attendono precisamente questo. Non deludiamoli”). Speriamo solo che il suo successore non ce lo faccia rimpiangere.

Per intanto godiamoci un altro pezzo del nostro welfare e dei nostri diritti che se ne volano via, insieme ad un’altra fettina di reddito. E’ l’Europa che ce lo chiede.

Buon Natale

Dettagli nella guerra del petrolio

war-for-oilNel post precedente scrivevo che:

Nei paesi del blocco occidentale, i grandi capitali hanno fatto squadra, per condizionare politica e informazione, calpestando secoli di conquiste democratiche e facendo strame della volontà popolare. Per perpetuare un sistema che è sempre stato iniquo e insostenibile, ma che ora scricchiola paurosamente, le forze che lo governano devono disporre del completo controllo sulla popolazione, tramite governi e istituzioni internazionali (escluso l’ONU) da esse controllati.

Devono essere libere di perseguire qualunque iniziativa che consenta un lucro, un profitto, incluse droga e prostituzione (per il momento computate a bilancio), di concentrarsi sempre di più, fagocitando tutte le imprese più piccole, di sfruttare il lavoro umano a proprio tornaconto in qualunque parte del mondo.

Voglio precisare meglio il concetto, ricollegandomi anche agli episodi di “scontro razziale” che stanno scuotendo gli USA in questi giorni.

Per collocarsi nella giusta prospettiva, bisogna partire da un dato reale: gli Stati Uniti, pur rappresentando il 5% della popolazione mondiale, detengono nelle loro galere un quarto di tutti i carcerati del pianeta, superando di circa un milione di detenuti la popolazione carceraria cinese. Per chi si considera il faro mondiale della libertà è un bel primato, non c’è che dire, al costo medio di 47 mila dollari per detenuto. I neri carcerati poi sono 5 volte più dei bianchi, che rappresentano solo la metà degli ispanici. Le cifre dicono che coloro che si trovano in fondo alla piramide sociale, subiscono anche la repressione maggiore.

Ora, non è un caso che si vada riacutizzando negli USA quello che altro non è che uno scontro di classe, nascosto dietro l’aggettivo razziale che la stampa vi appone. La crisi non è mai passata neppure negli Stati Uniti, soprattutto per i più poveri. E’ ripresa l’occupazione, ma più precaria e mal pagata di prima. Chi ha davvero ripreso a fare affari sono sempre i soliti che li facevano anche prima.

Per controllare la popolazione del cuore di quel sistema iniquo e insostenibile, evidentemente occorre una repressione ben maggiore di quella necessaria alla dittatura cinese. E il prolungarsi della crisi, fa crescere l’esercito di poveri, mentre il malcontento sfocia facilmente in esplosioni di violenza, a lungo repressa, specie in un paese dove le armi si vendono come le caramelle.

Nel disperato assalto finale alle risorse residue, il capitalismo americano riesce a far approvare la tecnica del fracking, che per spremere gli idrocarburi residui nelle rocce, devasta l’ambiente. Oppure scopre le possibilità economiche offerte dal business della cannabis, dopo averla a lungo criminalizzata, mentre la prostituzione è già legalmente sfruttata. Ma tutto ciò non è ancora sufficiente, occorre anche garantire la supremazia del dollaro negli scambi internazionali, ed impedire che altre potenze s’accordino tra loro in funzione anti americana.

Ecco l’attacco concentrico su più livelli alla Russia. Ecco la mossa del prezzo del petrolio, che danneggia contemporaneamente un bel trittico di paesi ostili: Russia, Iran e Venezuela, quest’ultimo già sull’orlo della bancarotta. Diciamo pure benevolmente che, se gli USA non sono dietro a tale strategia, quantomeno stanno dando una mano al destino, agevolando un eventuale default della Russia, stretta tra il crollo del prezzo del petrolio e le conseguenze delle sanzioni occidentali.

Nel post precedente dicevo anche che:

Il crollo del prezzo del petrolio, inoltre, accentua provvidenzialmente la divergenza di interessi tra un grande produttore, quale la Russia, ed un grande importatore, come la Cina, contribuendo ulteriormente all’isolamento della Russia.

Tuttavia accade che debba ricredermi in fretta, perché è notizia fresca che:

Il ministro degli Esteri cinese ha promesso sostegno alla Russia in quanto affronta una crisi economica a causa delle sanzioni e un calo dei prezzi del petrolio. Incrementare gli scambi in yuan è una soluzione proposta dal ministro del commercio di Pechino.

Evidentemente i cinesi non intendono stare lì buoni a guardare la partita che si sta giocando.

E l’Italia in questa partita che ruolo ha? Subordinato ai padroni, come al solito. E i padroni sono quelli più forti, destinati a vincere.

(Sempre fino a prova contraria).

Divide et impera

Courtesy of Emile Durkheim

Courtesy of Emile Durkheim

La Grande Crisi cominciata nel 2007-8 può essere letta anche come un momento di rottura dello scenario globale che precedentemente si andava configurando, con i paesi BRICS avviati a superare le vecchie economie occidentali nel giro di pochi anni. La Cina che s’apprestava a diventare la prima economia mondiale, sorpassando gli USA, che progettava una missione sulla Luna e migliorava il suo arsenale strategico; l’India che rappresenta il più vasto serbatoio di giovani del pianeta, forte del suo sviluppo economico e del suo arsenale atomico, che riscopriva l’orgoglio nazionalistico di contare sempre di più nello scacchiere mondiale. La Russia, beneficiata degli alti introiti per l’esportazione dei suoi idrocarburi, rinnovava il malandato esercito mentre s’accingeva a riprendersi il proprio ruolo strategico nel mondo, mettendosi innanzi tutto di traverso agli USA sulla questione siriana, che essi avrebbero voluto trattare alla stregua di quella serba, per poi proseguire con la recente questione ucraina. Il Brasile, anch’esso dotato di arsenale atomico, che s’andava sempre più configurando come la locomotiva di un sud america desideroso di sviluppo economico e libertà dalle secolari ingerenze nordamericane.

Questo formidabile blocco di paesi stava anche per dotarsi di propri strumenti internazionali di regolazione che avrebbero scavalcato FMI e Banca Mondiale, saldamente in mano ai paesi occidentali. Stava per sostituire il dollaro quale moneta di conto per i loro scambi interni. In una parola, erano sul punto di esautorare la supremazia del dollaro USA, imposta al mondo al termine della seconda guerra mondiale.

Tutto ciò ha subito un rallentamento, se non proprio una battuta d’arresto, con la Grande Crisi. All’indomani del crollo della Lehman Brother’s, per un tempo infinitesimo, il mondo della finanza fu additato a colpevole, e per un brevissimo lasso si parlò pure di regole e sanzioni. Poi gli stati si fecero carico delle perdite e i bilanci pubblici dovettero essere ridotti, mentre il mondo della finanza ricominciava allegramente a macinare guadagni come e più di prima.

La Grande Crisi Economica iniziata nel 2007-8, ha permesso di regolare diversi conti in sospeso. In ciascun paese interessato i ricchi (o i padroni che dir si voglia) si sono ripresi quel potere che nella seconda metà del secolo scorso avevano dovuto, in piccola misura, cedere. Grazie alla crisi i lavoratori si sono fatti più malleabili, i sindacati più ragionevoli, i cittadini più insicuri e divisi.

Nei paesi del blocco occidentale, i grandi capitali hanno fatto squadra, per condizionare politica e informazione, calpestando secoli di conquiste democratiche e facendo strame della volontà popolare. Per perpetuare un sistema che è sempre stato iniquo e insostenibile, ma che ora scricchiola paurosamente, le forze che lo governano devono disporre del completo controllo sulla popolazione, tramite governi e istituzioni internazionali (escluso ovviamente l’ONU, di cui non si parla più) da esse controllati.

Devono essere libere di perseguire qualunque iniziativa che consenta un lucro, un profitto, incluse droga e prostituzione (per il momento solo computate a bilancio), di concentrarsi sempre di più, fagocitando tutte le imprese più piccole, di sfruttare il lavoro umano a proprio tornaconto in qualunque parte del mondo.

Devono inoltre contrastare i progetti dei paesi BRICS, bloccandone lo sviluppo e separandone gli interessi. Opportunità improvvisamente concretizzatasi con il prezzo del petrolio, crollato del 50% in pochi mesi, grazie soprattutto alla decisione dei produttori OPEC del Golfo Persico di non ridurne la produzione. Considerato che quelle monarchie esistono solo grazie all’appoggio USA, è poco probabile che una tale decisione possa essere stata presa in contrasto con il potente alleato. Ed infatti, è stata la mossa che ha messo in crisi la Russia, che ne sta facendo più di altri le spese.

La Russia si sta trovando al centro di un accerchiamento progressivo, realizzato su più livelli, che vanno da quello economico, con le sanzioni imposte dal blocco occidentale, a quello finanziario, con la minaccia di escluderla dal sistema SWIFT, a quello militare, che vede gli avamposti NATO e USA estendersi dalle repubbliche baltiche all’Ucraina.

Il crollo del prezzo del petrolio, inoltre, accentua provvidenzialmente la divergenza di interessi tra un grande produttore, quale la Russia, ed un grande importatore, come la Cina, contribuendo ulteriormente all’isolamento della Russia. L’obiettivo a questo punto è chiaro, si punta ad una destabilizzazione della Russia e ad un suo passo falso militare, che dia l’occasione di scatenare un intervento mirato, con il fine di disarmala atomicamente. Allora ci spiegheranno che i suoi arsenali nucleari non possono rischiare di essere preda di gruppi terroristici.

A quel punto l’orso russo non sarà più un problema e ci si potrà concentrare al contenimento della Cina.

Divide et impera. Come nord Africa e Medio Oriente insegnano.