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Umanità

imageIn questi giorni non mi veniva da scrivere granché, non certo perché mancano argomenti e fatti degni di nota, piuttosto per una sorta di apatia rassegnata e demotivata, frutto proprio dell’immane flusso di avvenimenti folli, tragici, grotteschi e drammatici che s’accavallano sempre più frenetici.

A partire dalle sofferenze inflitte a tanta gente dalle scelte scellerate di una elite di tecnocrati, che rappresentano soltanto gli interessi dei gruppi più forti, siano essi corporation, banche o anche Stati, a loro volta governati da elite di potere che hanno come stella polare una sola cosa: il denaro.

L’avidità di denaro divenuta virtù di vita, l’egoismo assurto a modello di comportamento benemerito, stanno generando sofferenze e dolore tra i popoli, che come bestie impaurite e affamate, s’apprestano a sbranarsi tra di loro, nelle solite guerre tra poveri, abilmente manipolati dalle elite dominanti. Disoccupati contro immigrati, precari contro dipendenti a tempo indeterminato, autonomi contro statali. Siamo al tutti contro tutti, anticamera del si salvi chi può.

Paradossalmente ma tragicamente si muore per la mancanza di denaro, non per fame o freddo, ma per un qualcosa che non esiste in natura, che è stato inventato dagli uomini e che gli uomini stessi decidono quanto e a chi dare. Una moneta che non ha più uno Stato né un corrispettivo in metallo prezioso alle spalle, che è solo un numero in un computer di una banca, può fare la differenza tra la felicità e la sofferenza, tra la vita e la morte.

Senza denaro non si può spendere, e se non si consuma, non si produce, quindi si riduce il lavoro e gira ancora meno denaro. Milioni di persone scivolano dalla classe media all’indigenza senza neppure rendersene conto, mentre chi dovrebbe invertire la caduta è prigioniero della gabbia di regole e vincoli che ha approvato, pensando di correre verso un futuro radioso di benessere e prosperità.

Abbiamo aderito alla moneta unica e alla UE con lo stesso entusiasmo con cui il Mezzogiorno d’Italia s’è lasciato conquistare dai Mille di Garibaldi, salvo accorgersi di lì a poco della fregatura che gli era stata rifilata, con i Savoia al posto dei Borboni.

Ad un passo dal collasso sociale, la politica italiana è ormai completamente estraniata dalla realtà e continua a girare in tondo guardandosi l‘obellico, senza saper affrontare i nodi alla radice. L’unica cosa che sa fare è produrre dei salvatori della Patria a tempo determinato, con scadenza a 12-18 mesi, che promettono sempre le stesse mirabilie che nessuno ha mai saputo realizzare, tanto gli italiani hanno la memoria corta.

Destra e sinistra hanno perduto ogni connotazione ideologica e sono ormai indistinguibili contenitori di interessi più o meno forti, tant’è che governano assieme da tre anni a questa parte, anche se in realtà eseguono soltanto le direttive che provengono da Bruxelles. La sinistra ha smesso di difendere le classi subordinate e la destra l’identità nazionale. D’altronde siamo sempre stati un paese succube di potenze straniere, tanto che alla fine ci hanno convinti che senza vincoli esterni finiremmo in bancarotta, mentre invece adesso …

Insomma, sempre le solite cose che vado ripetendo da un paio d’anni su questo blog, e per completezza, allargo anche l’orizzonte del mio disagio con le pessimistiche considerazioni sull’umanità intera e la piega che si è data.

Sapete che se rappresentassimo i 4 miliardi e mezzo di anni di vita della Terra in un orologio rotondo di 24 ore, ci accorgeremmo che i 200.000 anni trascorsi dalla comparsa dell’Homo Sapiens, corrispondono sul nostro quadrante agli ultimi 3,8 secondi, che scendono a 0,1 secondo se consideriamo solo la Storia scritta dell’umanità, ovvero gli ultimi 5.500 anni. Come pure saprete che per raggiungere 1 miliardo di individui sul pianeta, l’umanità ha impiegato 200.000 anni, e che in particolare si stima che 5.500 anni fa la popolazione terrestre fosse compresa tra i 20 e i 25 milioni di persone, mentre per arrivare agli attuali 7 miliardi sono occorsi solo 2 secoli.

Gli ultimi 250 anni concentrano in effetti il maggior numero di cambiamenti avvenuti nella storia dell’Uomo. In sole 5 o 6 generazioni si è passati dal fuoco all’energia atomica, dai segnali luminosi alla televisione, dai vascelli a vela agli aerei di linea, dalla cavalleria ai missili intercontinentali, dal pallottoliere al computer. Giganteschi progressi sono stati fatti in ogni direzione, specialmente in campo medico e nella produzione del cibo necessario per alimentare la crescente popolazione. Ma il ritmo con cui si sta dando fondo alle risorse naturali del pianeta (soprattutto quelle energetiche) e il forte inquinamento causato dalle attività umane, stanno avendo un impatto drammatico sull’ecosistema, alterando in un tempo brevissimo quell’equilibrio complesso raggiunto dal pianeta in 4 miliardi e mezzo di anni, con rischi altissimi per la sopravvivenza di molte specie viventi, incluso l’uomo.

A fronte di tutto ciò, le disuguaglianze sono aumentate in proporzione all’aumento della popolazione, fame e miseria sono ben lungi dall’essere state debellate, la guerra non è stata messa al bando, e se esiste un mercato che non conosce crisi, è proprio quello delle armi. Ad un quarto di secolo dalla caduta del muro di Berlino, ci ritroviamo in Europa a fare i conti con la crisi politico-militare in Ucraina, che ricorda da vicino la guerra di Crimea dell’800. Ma si combatte e si muore anche in Siria, in Afganistan, in Libia e in Iraq, anche se i riflettori dell’informazione vengono puntati di volta in volta su di uno scenario diverso, a seconda delle convenienze del momento. Poi ci sono i tanti conflitti in Africa, di cui non si parla proprio più. Le rivolte in Egitto, Turchia, Brasile, Venezuela e Bosnia, ma anche in Thailandia la situazione non è certo tranquilla.

Molti si chiedono come mai i popoli dei paesi europei che stanno sperimentando i drammatici effetti dell’austerità imposta, ancora non si siano ribellati. Io penso che forse stiamo tutti in attesa che qualcuno inizi le danze. Che un primo paese ci faccia vedere come fare a ribellarsi, per poi scatenarci tutti insieme e sprigionare in un sol colpo tutta la rabbia repressa in questi anni, per tutti i soprusi ricevuti, i furti subiti e i sogni delusi di una generazione.

A dirla tutta, mi pare proprio che questo mondo sia una pentola a pressione in procinto di esplodere. E ciò non mi rende per nulla sereno.

So che tutto ciò che ha un principio deve avere anche una fine. Vale per le stelle, come per i pianeti, per le specie viventi come per le civiltà, per i regimi come per le persone. Il capitalismo finirà un bel giorno, come pure la specie umana. Voglio solo sperare che non sia lo stesso giorno.

 

Guerra di Crimea e Grande Depressione

Fino a poco tempo fa ero propenso a pensare che la crisi economica che stiamo attraversando e più in generale la fase storico-politica che ci troviamo a vivere, fosse assimilabile al periodo intercorso tra le due guerre mondiali, ovvero che questa crisi economica fosse comparabile per intensità e cause a quella iniziata nel 1929 con il crollo di Wall Street.

Invece mi vado sempre più convincendo che se un parallelismo storico, politico e economico possa essere azzardato (per quanto tale operazione sia effimera, essendo ogni evento storico cosa a se), non è con gli anni Trenta del secolo scorso, bensì con la Grande Depressione della seconda metà dell‘800, durata oltre vent‘anni. Il Capitalismo stava vivendo allora il suo massimo fulgore, con l’aumento vertiginoso della produttività industriale, il controllo del potere in tutti i paesi avanzati, l’assenza di un antagonismo sociale organizzato (e dunque salari bassissimi), l’assenza di intervento pubblico nell’economia e la bellezza di un cambio stabile, dato dalla parità aurea, un po’ come l’euro attuale per l’universo-mondo europeo. Quando arrivò la crisi, la produzione e i profitti crollarono e l’establishment capitalista anche allora reagì con la deflazione salariale, la domanda regredì ancor di più e la disoccupazione aumentò a dismisura. La crisi, intesa come peggioramento delle condizioni dei lavoratori e aumento delle disuguaglianze, durò oltre un ventennio, nonostante il PIL continuò, seppur di poco a crescere, per terminare con la trasformazione del Capitalismo stesso e l’inizio dell’intervento dello Stato in economia.

Per quanto riguarda gli aspetti geo-politici, sono soprattutto i drammatici eventi ucraini che palesano a mio avviso un ritorno allo scontro di interessi economici e nazionalistici tipici di quando sulla scena dominavano le potenze imperiali dell’800, ovvero Gran Bretagna, Francia, Russia, Impero Asburgico, Impero Ottomano e Prussia, che giocavano la loro partita nello scenario dell’universo-mondo europeo, mentre gli USA in crescita, andavano guadagnando quel ruolo di locomotiva economica mondiale che oggi appartiene alla Cina, ma politicamente e militarmente contavano ancora poco.

Trovo conferma di questa mia lettura nell’interessante articolo di Barbara Spinelli su La Repubblica di oggi, in cui c’è la constatazione che “oggi la Russia di Putin e l’Occidente condividono un’identica visione basata sulla ricerca di profitto e potere”. Non è un caso quindi che le lancette della Storia stiano per tornare indietro alla metà dell’800, proprio con quella Guerra di Crimea, primo grande scontro d’interessi tra le potenze della Restaurazione, dopo la sconfitta di Napoleone e della Rivoluzione Francese.

Nonostante le similitudini con alcuni eventi del passato, l’epoca che stiamo vivendo e le sue crisi sono una novità assoluta per l’umanità presente. Questo spiega perché spesso vengano commessi gli stessi errori del passato, prima di imboccare la strada giusta, che il più delle volte consiste nella trasformazione dei modelli sociali fino a quel momento dominanti, oltre alla definizione di nuovi orizzonti per l’umanità, più aderenti alle sfide e conoscenze correnti.

Purtroppo un tragico e ricorrente errore è quello di cercare un capro espiatorio estraneo a cui addossare le frustrazioni dei popoli esasperati e manipolati, per distogliere dalle classi dirigenti capitaliste le responsabilità delle perduranti sofferenze e disuguaglianze, continuando a soffiare sul fuoco dell’odio, fino a perdere il controllo del demone evocato, con lo scoppio delle guerre.

Renzi-Grillo: o la va o la spacca

IncontroRenziGrilloGuardando in TV la diretta streaming dell’incontro tra Renzi e Grillo tenutosi a palazzo Chigi il 19 febbraio, ho pensato che stavamo assistendo alla nascita del nuovo dualismo politico in Italia, dopo il ventennio che ha visto contrapposto Berlusconi a tutto il cosiddetto arco costituzionale.

La nuova contrapposizione è post ideologica e nasce dalla cenere dei vecchi partiti, che si vanno disgregando nell’incapacità di porre rimedio alla crisi economica più devastante dal dopoguerra, essendo stati loro stessi gli artefici della cessione di sovranità monetaria che ha drammaticamente ridotto le capacità dello Stato di contrastare i cicli economici negativi.

I partiti politici e la loro “casta” si sono dimostrati anche incapaci di dare il buon esempio al paese, riducendo gli altissimi costi che la politica ha raggiunto in Italia. Per vent’anni ogni nuovo governo ha promesso di aggredire sprechi, corruzione ed evasione, mettendo ottimisticamente già a bilancio i relativi introiti, puntualmente rivelatisi aleatori. Nessun governo è mai riuscito ad incidere realmente sui mali endemici del nostro paese, salvo contare sul fatto che, in tempo di vacche grasse, l’indole italica fosse più indulgente con i peccatori. Ma oggi ci ritroviamo da oltre un lustro in un periodo di vacche magrissime e i costi della politica, corruzione, evasione fiscale e sprechi, sono divenuti intollerabili per chi è costretto ogni giorno di più a tirare la cinghia.

A causa della crisi è in atto un ricambio generazionale e un riposizionamento in ampi settori della società, a partire da quelli produttivi, che vedono ridursi quella che era stata una colonna portante della nostra economia: le piccole imprese, che stanno pagando il prezzo più caro della crisi. A seguire, quasi tutte le imprese che vivono di domanda interna, e specialmente quelle del settore immobiliare. Quelli che sono stati i nostri paperoni per eccellenza, i grandi palazzinari, poi passati alla finanza, ora se la stanno passando alquanto male. Il loro potere si sgretola e le banche sono costrette a soffrire con loro, il rischio di fallimento è incombente, scatenando una sorta di mors tua vita mea, con insolvenze a catena. Qualcuno finisce agli arresti, qualcun altro scappa, quando gli ammanchi svelano anche le malversazioni.

E’ altresì in atto un ripensamento generale in Europa sulla moneta comune e sulla governance che si è andata realizzando. Le critiche e le richieste di correttivi stanno entrando nel dibattito politico di tutte le forze, spaventate dalla possibilità che i popoli esasperati voltino le spalle ai fautori di questo modello fallimentare per molti paesi della periferia. Le prossime elezioni europee di maggio saranno un test cruciale per la UE e la sua moneta, ma fino ad allora aspettiamoci pure una calma piatta sui mercati.

L’accelerazione impressa da Renzi è indice della percezione di altissimo rischio per il risultato delle elezioni europee, dove si voterà con il proporzionale e senza coalizioni. Se il M5S dovesse rivelarsi la prima forza politica del paese per consenso elettorale, le larghe intese imposte agli elettori di entrambi gli schieramenti, diverrebbero ancora più precarie. Era quindi necessario per Renzi dare un segnale di cambiamento prima di quella scadenza, sparando a raffica gli annunci di una serie di riforme che neppure un governo monocolore con maggioranza in entrambe le Camere saprebbe realizzare in tempi brevi, in stile berlusconiano 2.0. Era altresì necessario governare il ricambio degli alti manager pubblici ai vertici delle aziende partecipate, le cui nomine sono in scadenza nei prossimi mesi, secondo i nuovi riposizionamenti in atto.

Tutto ciò ha convinto Renzi ad abbandonare gli indugi e, anche a rischio di incoerenza, mettersi personalmente al timone della nave Italia e dare l’impressione di conoscere la rotta giusta. Il problema è che quel timone è taroccato, può virare solo a dritta, ed anche gli organi che trasmettono i comandi sono da lungo tempo in avaria.

Beppe Grillo, rimproverando a Renzi di rappresentare quei poteri forti colpevoli di aver impoverito il paese, nella spartizione della ricchezza pubblica, ha negato ogni possibilità di fiducia nel PD, nonostante la novità rappresentata dal giovane segretario, che non ha trovato spazi per replicare. Chiusura completa e fine dell’incontro.

E qui precipitano i mal di pancia nel M5S, rappresentati da quella pattuglia di deputati e senatori da sempre più propensi ad un qualche dialogo con settori del PD. Propensione condivisa anche da una fetta della base e dell’elettorato, la cosiddetta fazione dialogante, che con la proverbiale pazienza e tolleranza di Grillo è stata gentilmente invitata ad andare a fanculo, con regolare referendum in rete. La strategia dichiarata è quella di privilegiare la coesione interna, in funzione di una stagione di lotta dura. Specularmente anche Renzi si ritrova a dover convivere con voci troppo critiche, come quella di Civati, che mettono in dubbio la sua leadership.

Imprimendo la sua svolta, Renzi ha raddoppiato la posta in gioco. Se fallisce c’è un’unica alternativa all’orizzonte e si chiama M5S. Il suo tempo è estremamente breve e le possibilità di successo davvero scarse. La parabola di Mario Monti dovrebbe ricordargli il destino di chi delude grandi aspettative, anche lui era stato dipinto come il salvatore della patria. La via d’uscita potrebbe essere un ricorso alle urne anticipato, ma in assenza di risultati concreti, è ugualmente un azzardo.

Il M5S deve perciò prepararsi a gestire un probabile successo elettorale propiziato dai suoi avversari, ma a differenza di questi, non potrà deludere le aspettative, perché dopo un suo eventuale fallimento, sarà l’esercito a dover mettere ordine al caos. Il tempo è davvero scaduto, o ci si riprende come nazione o, se continua il declino, rischiamo la balcanizzazione.

Quindi non è dato molto tempo al M5S per prepararsi a gestire la macchina pubblica, e per far ciò è assolutamente necessario creare una squadra di persone oneste e capaci, oltre che bene affiatate. Una squadra composta da numerosi staff tecnico-giuridici in grado di padroneggiare i vari aspetti della burocrazia e superare le prevedibili resistenze che questa porrà in essere alla sua riforma.

In definitiva, si pone in tempi rapidi per il M5S la questione della selezione di una nuova classe dirigente per il paese che, sia a livello centrale che periferico (oltre che europeo), sia in grado di operare in sostituzione di quella parte degli apparati amministrativi inetti, corrotti e collusi con la vecchia classe politica. Vanno dunque preventivamente cercate e trovate alcune migliaia di cittadini onesti, competenti e disposti ad impegnarsi, e formati in staff affiatati per il gravoso compito che si assumono, con compensi commisurati al resto del mondo del lavoro. Affidarsi solo alla rete per questo compito cruciale potrebbe rivelarsi azzardato.

Per quanto meno probabile, deve comunque essere presa in considerazione l’ipotesi che a Renzi riesca in parte la sua manovra, magari agevolata dall’allentamento dei vincoli europei. In tal caso il M5S può e deve proporsi come credibile supporto al cambiamento possibile, in sostituzione di quelle forze che difendono privilegi, rendite di posizione e interessi dominanti, favorendo il completo ricambio della classe dirigente ed il definitivo chiarimento nel PD, con la fuoriuscita della fazione conservatrice.

Viviamo un tempo di transizione, gli avvenimenti si succedono in fretta e la politica deve essere pronta a recepire tutti i cambiamenti che si producono nella società. L’intransigenza scelta da Beppe Grillo penalizza una certa flessibilità del M5S, riducendone gli spazi di manovra. Anche questo è un azzardo, ma oramai ognuno dei due contendenti si sta giocando il tutto per tutto: o la va o la spacca.