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La guerra in casa

La guerra è sempre più sicura per i soldati super-tecnologici e lo è sempre meno per i civili inermi, chiamati a pagare un tributo di sangue ben più alto. Un turista all’aeroporto di Bruxelles e una massaia al mercato di Baghdad hanno oggi lo stesso rischio di rimanere vittime di un attentato terrorista.

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Tra tanti misteri, un fatto è certo: la ripresa dei consumi ha bisogno di un clima pacifico e tranquillo. Meno la gente se ne va in giro e meno soldi spende, ne consegue che l’economia del consumo crescente è fortemente ostacolata dalla paura diffusa dagli attentati terroristici, ciò a prescindere dalla loro matrice. Colpire stazioni e aeroporti ottiene l’ovvio risultato di rendere i viaggi più insicuri nella percezione della gente, che di conseguenza riduce i propri spostamenti.

Sia che si tratti di un obiettivo lucidamente perseguito, o di un utile effetto collaterale, la serie di attentati che hanno colpito negli ultimi tempi Tunisia, Egitto, Turchia, Francia e Belgio, ha ottenuto l’effetto di ridurre drasticamente il flusso turistico verso quei paesi, arrecando danni gravissimi alle loro economie, oltre che deprimere ulteriormente la propensione al consumo in Europa.

L’aggressione terroristica, che qualcuno vede come l’11/9 dell’Europa, ha connotati del tutto differenti con quell’attacco aereo concentrato in poche ore, in stile Pearl Harbour. Qui si tratta invece di un’escalation di attentati con una grande diffusione di panico, che difficilmente l’economia USA avrebbe potuto sopportare. Non a caso l’esortazione alla nazione del presidente Bush fu: “to shop” (comprate).

Per dirla tutta, se i fatti del 9/11 lasciano molte perplessità e zone d’ombra che giustificano i sospetti, la sequenza di attentati in Europa e nei paesi del bacino del Mediterraneo, appare inequivocabilmente come una strategia d’attacco nell’ambito della guerra asimmetrica in atto. Un attacco peraltro non generalizzato, ma rivolto ad alcuni obiettivi d’importanza strategica (per chi lo ha pianificato), come la mobilità ed i consumi, in particolare svago e turismo, dal cuore dell’Unione ai suoi vassalli islamici, fino a ieri mete turistiche a buon mercato. Portare la guerra nel cuore del Vecchio Continente, è questo il fine ultimo di chi la guerra in casa ce l’ha da anni, combattuta anche con armi europee, ed ora si propone (a torto o a ragione) di farcela pagare.

Eccoci dunque a difenderci nella fortezza Europa che alza i ponti levatoi e rafforza i suoi sistemi di sicurezza, mentre tutto intorno infuria la battaglia e masse di profughi premono ai suoi confini. Alla fine potremmo anche rivedere i campi di concentramento, invocati a gran voce dagli europei terrorizzati, per quei milioni di immigrati che vivono tra noi e che potrebbero essere potenziali nemici, pronti a farci saltare in aria. Nell’est europeo tira già una brutta aria.

Tempi grami per noi cittadini comuni, a cui già l’euro aveva sottratto quote di benessere e democrazia, ciò che resta della nostra libertà è ora a rischio per gli attacchi terroristici e le reazioni dei governi, bramosi di un “Patriot Act” all’europea. Ci attende un futuro di crisi economica permanente, esasperati controlli di sicurezza come in uno stato di polizia e il proliferare di attentati terroristici. Chi sopravviverà a tanto declino della ragione (e della nostra civiltà) si chiederà se ne sia valsa la pena, e la risposta, come sempre in questi casi, non potrà che essere negativa.

Rollback to Lira

10_lireNella sempre più probabile eventualità di rottura dell’Unione Monetaria Europea, il ritorno alla moneta nazionale, secondo gli economisti che lo propugnano, andrebbe realizzato, per semplicità, con un rapporto di cambio alla pari con l’euro, ossia una lira per un euro.

Io credo invece che sarebbe più opportuno scegliere un rapporto di cambio maggiormente consono alle nostre tradizioni monetarie, che al pari di altri paesi quali la Spagna o il Giappone, hanno sempre privilegiato una moneta “leggera”, cioè con un basso valore unitario. Così come altri popoli hanno preferito monete “pesanti”, come la sterlina o il marco, con alto valore unitario. L’Italia, probabilmente in virtù di una tradizionale inflazione che in passato l’ha costretta a svalutare di frequente per recuperare competitività, s’è ritrovata spesso con una moneta di basso valore nominale. Ciò ha comportato la necessità di esprimere importi di una certa entità con numeri a molti zeri, nonché l’utilizzo di moneta spicciola di scarso valore, che ha permesso agli italiani di controllare più efficacemente le proprie spese minute, certamente meglio che dopo l’avvento dell’euro. In generale posso affermare che, per ciò che mi riguarda, riesco ad essere più parsimonioso quando le somme che spendo sono espresse con cifre “grandi”, viceversa divento più spendaccione quando i prezzi sono espressi con cifre “piccole”, questo almeno nelle tante spese minute, che alla lunga costituiscono una buona parte del flusso di uscite.

A mio avviso il ritorno alla valuta nazionale andrebbe invece realizzato ad un con-cambio di 1 a 1000, ovvero mille lire per un euro. Ciò consentirebbe anche di rimettere immediatamente in circolazione banconote e monete metalliche in lire che gli italiani avevano conservato all’avvento dell’euro, riducendo così in parte il tempo di rollback. A proposito di ciò, va evidenziato il rischio di tesaurizzazione del contante in euro da parte degli italiani, nell’ottica di un sicuro apprezzamento nei confronti della lira, dopo la fase di rollback. Poco male, sarà comunque reddito che rientrerà in circolazione in un secondo momento.

Ricapitolando, il rollback da euro a lire dovrà essere effettuato in un periodo di chiusura prolungata delle banche, 3 o 4 giorni festivi durante i quali ogni deposito e titolo di credito, così come ogni altro rapporto debitorio contratto secondo le leggi italiane, incluso lo stock del debito pubblico, verrà ridenominato in lire per decreto, con un rapporto di 1 a 1000. Seguiranno tre mesi in cui la Zecca dello Stato dovrà stampare qualcosa come 20 mila miliardi di lire, in tagli da 1.000, 5.000, 10.000, 50.000 e 100.000 lire, nelle proporzioni di 20 banconote da 1.000, 16 da 5.000, 10 da 10.000, 2 da 50.000 ed 1 da 100.000, per ogni 400.000 lire, ovvero un totale di 1.000.000 pezzi da 1.000 lire, 800.000 pezzi da 5.000, 500.000 pezzi da 10.000, 100.000 pezzi da 50.000 e 50.000 pezzi da 100.000 lire, oltre a svariate tonnellate di monete metalliche. Durante questi tre mesi sarà in vigore la doppia circolazione monetaria e i prezzi dovranno essere espressi sia in lire che in euro. I prelievi di contante potranno essere fatti anche in lire, mano a mano che i bancomat verranno riforniti di nuove banconote. Gli euro verranno progressivamente ritirati dalla circolazione dalle banche, che provvederanno a convertirli in lire presso la Banca d’Italia. Questo tempo dovrà servire anche per l’adeguamento accelerato di tutti i dispositivi automatici di pagamento. Un’emissione massiccia di speciali carte prepagate in lire, potrebbe ridurre la necessità di moneta contante. Trascorsi i tre mesi, gli euro potranno essere cambiati in banca al tasso corrente di mercato, ma non potranno essere esportati all’estero oltre un tetto minimo consentito, per un periodo da definire. In pratica dovranno essere introdotti limiti ai movimenti di capitale in qualunque valuta per un certo tempo. Ovviamente non sarà consentita l’apertura di conti in valuta estera durante la fase di transizione.

Contestualmente il governo italiano dovrà avviare una trattativa con la Commissione europea e con l’eurogruppo per il rientro delle quote versate nel fondo salva Stati (MES) e quelle della BCE, nonché per le compensazioni dovute nell’ambito del sistema Target 2. Il resto è una passeggiata.

Imperi e repressione

montezumaScrive Scalfari nel suo sermone domenicale:

la sinistra ha il compito di porsi l’obiettivo di costruire l’Europa federata che riformisti e moderati debbono far nascere insieme, come richiede una società globale governata da Stati di dimensioni continentali

Ancora una volta il grande vecchio del giornalismo italiano confonde la realtà con i suoi desiderata. Come sempre il suo auspicio è per la nascita degli Stati Uniti d’Europa, che insieme con USA, Cina, Russia, India e Brasile, governino la società globale, in stile 1984 di Orwell. Agglomerati mastodontici e burocratici di popoli, razze e culture diverse, frullati insieme nella necessità economica di competere su scala globale. Se questo vi può sembrare un bel sogno, ve lo lascio volentieri. La realtà è invece assolutamente differente e ci dice che oggi sul pianeta ci sono 196 Stati sovrani ed altri 9 a riconoscimento limitato; quando sono nato io, nel 1957, di Stati sovrani ve n’erano 97, altri 3 erano occupati, 13 erano Mandati della Lega delle Nazioni, 2 erano membri non sovrani delle Nazioni Unite e la Cina reclamava ancora la sovranità; un secolo fa, alla vigilia della prima guerra mondiale, di Stati sovrani ce n’erano appena 61, più altri 8 semi-indipendenti. Non c’è dubbio che la tendenza dell’ultimo secolo sia per una maggiore frammentazione, piuttosto che una concentrazione delle entità nazionali. La ragione è intuibile, visto che gli Stati di grandi dimensioni geografiche e demografiche, tendono a trasformarsi in imperi, schiacciando autonomia e libertà delle tante piccole comunità periferiche, così come i loro diritti sociali, queste si ribellano e come possono rivendicano l’indipendenza, spesso soffocata con la repressione. Infatti, tenere insieme un impero richiede forti controlli di polizia e pronta repressione delle proteste. In questo senso è indicativo l’altissimo numero di carcerati che si registra negli USA: un detenuto su cinque nel mondo sta in un carcere USA, mentre la polizia americana gode di una sorta di licenza di uccidere valida per gli afroamericani che vivono nei sobborghi poveri e degradati delle città. Ma anche gli apparati repressivi di Cina e Russia, altri Stati giganti nella competizione globale, non sono da meno; della Cina non sappiamo neppure il numero di condanne capitali eseguite né l’entità della popolazione carceraria, mentre la Federazione Russa è governata col pugno duro da più di 16 anni da un ex colonnello dei servizi segreti. Per tenere insieme gli ipotetici Stati Uniti d’Europa sarebbe necessario un gigantesco apparato repressivo con comando centralizzato; nel volgere di un decennio andrebbero costruite molte nuove prigioni dove detenere i ribelli indipendentisti di tutt’Europa, magari appaltate ai privati come già accade negli USA. L’insurrezionalismo indipendentista rischierebbe di saldarsi ad un terrorismo islamico alimentato dagli enormi flussi migratori e dalla perdurante crisi economica, giustificando uno stato di polizia e una durissima repressione in Europa. In questo clima, con anche i diritti sindacali ridotti al lumicino, la sinistra italiana ed europea potrà sentirsi fiera di “essersi posta alla testa di questo ideale” (E. Scalfari).