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Decessi da crisi

cemeteryMaurizio Palmerini, cinquantenne di Vaiano, ieri ha ucciso i suoi due bambini di 8 e 13 anni, ferito sua moglie per poi suicidarsi buttandosi in un pozzo, davanti ai carabinieri accorsi.

All’origine del gesto ci sarebbe una motivazione economica. In passato l’uomo aveva lavorato come rappresentante di farmaci e come operaio ma al momento sia lui che la moglie svolgevano solo impieghi saltuari e ricevevano aiuti dalla loro comunità. Inoltre, a quanto raccontano i vicini, alla famiglia era stata pignorata la casa e Palmerini soffriva di depressione. Il vicino di casa che ha provato a salvarlo lo ha descritto come una “persona onesta e perbene”.

Il numero di suicidi per cause economiche è in costante aumento negli ultimi anni, nel 2014 sono stati 201, nel 2013 erano 149, nel 2012 se ne contavano 89. Anche il 2015 conferma il trend con una crescita rispetto all’anno precedente, ma in fondo non è che una piccola parte di quei quarantacinquemila decessi in più registrati lo scorso anno nel nostro Paese, statisticamente inspiegabili in assenza di guerre o di epidemie.

Ancora non sono state fornite analisi approfondite del fenomeno, ma il dato di fatto è che stanno morendo molti più italiani del solito e ciò non può essere considerato indice di benessere collettivo, nel comune buon senso. Forse sta accadendo che, insieme ai suicidi attivi, siano in aumento anche quelli passivi, ovvero, detto altrimenti, sta crescendo il numero di persone che si lasciano morire, che smettono di lottare, di curarsi, di resistere, perché depressi, avviliti e demotivati. Fiaccati dalla durezza del vivere, per dirla con Padoa Schioppa.

Certo, anche i tagli alla spesa sanitaria possono aver inciso sui livelli di assistenza garantiti, come pure l’aumento dei costi per le cure in una situazione di riduzione dei redditi generalizzata. Tutto ciò concorre a rendere ancora più fosco un futuro nel quale molti non ripongono più nessuna speranza, dopo otto lunghissimi anni di crisi che hanno affossato questo Paese. E il peggio potrebbe essere proprio la consapevolezza diffusa dell’ineluttabilità di questo nostro destino, deciso altrove e supinamente attuato dalla nostra classe politica, insieme ad ogni altra classe politica d’Europa, piegate agli interessi del capitale, con le buone o con le cattive, come in Grecia.

Con le cattive verrà espropriata la ricchezza, rappresentata dalla propria abitazione per l’ottanta percento degli italiani. Lo sarà più facilmente grazie alla riforma del diritto fallimentare varata al volo dal governo dietro insistenza di Bruxelles, per permettere di recuperare più velocemente quei non performing loans che le banche in cattive acque stanno per vendere alle società sciacallo a prezzi di saldo. Aziende avvoltoio specializzate nel recupero crediti, che aggrediscono i piccoli debitori in difficoltà, piuttosto che i grandi debitori assistiti dai migliori studi legali. Senza contare che i grandi hanno quasi sempre messo già da tempo il malloppo al sicuro, mentre i piccoli hanno investito tutto sulla casa o, al massimo, nel capannone della propria ditta.

Vale la pena di riportare integralmente il nucleo dell’analisi di Pasquale Cicalese:

Mettiamo un proletario che non paga più il mutuo. Con la nuova legge fallimentare sarà cacciato di casa molto prima rispetto a quando c’era il Regio Decreto 267. Si leggono di comitati contro gli sfratti a Roma, Torino, Milano, Bologna, ecc. Ebbene, nei prossimi anni avranno molto da lavorare. Dunque la casa viene presa. Diciamo che la garanzia della banca era pari a 100. La società finanziaria acquista questa sofferenza bancaria a 20. Riesce in poco tempo a cacciare il mutuatario fallito e la rivende a 40. Un affare del 100%, roba che a Wall Street te lo sogni di questi tempi. Passiamo ad un imprenditore fallito. Costui non ha più i mezzi di una volta di costituire una società ad hoc per ripararsi dai creditori perché la nuova legge glielo impedisce. Diciamo che il valore dell’azienda è pari a 10 milioni. La società finanziaria acquista il credito a 2 milioni, caccia l’imprenditore e vende l’azienda ad un cinese per 6 milioni. Ha guadagnato il 200%. Non contenta, questa società aggredisce il trust dell’imprenditore e tutti i beni di cui gode, guadagnandoci ancor di più.

Questa è la speculazione sulla fame, l’Italia di questi tempi offre solo questo.

Per inciso, sappiate che Davide Serra, il finanziatore di Renzi e della Leopolda, ha creato una società veicolo per l’acquisizione di non performing loans…

Ci attendono dunque decine di migliaia di procedure esecutive in più, con vendite all’asta più rapide, che andranno a deprimere ulteriormente un mercato immobiliare già contratto dalla crisi. Ancora più gente verrà cacciata fuori dalla propria casa, scivolando verso l’indigenza assoluta. Sempre più disperati cesseranno di resistere per lasciarsi morire, alcuni con un gesto violento, la maggioranza nel silenzio totale. Ne riparleremo alla fine di quest’anno, quando conosceremo i dati sui decessi.

Prima vennero…

Prima di tutti persero il lavoro i commerciali, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi licenziarono i bancari, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi venne la volta degli statali, e fui sollevato, perché erano lavativi. Poi toccò agli operai, e io non dissi niente, perché non ero un operaio. Un giorno liquidarono anche me, e non era rimasto più nessuno a protestare.

La pagliuzza nel Movimento

GrilloLa recente vicenda del comune di Quarto, che da giorni domina la cronaca di giornali e TV, configurandosi più che altro come una campagna denigratoria contro il Movimento 5 Stelle, messo in croce per la classica pagliuzza nell’occhio da quelli con la trave nel proprio, mi offre lo spunto per alcune riflessioni che già da tempo andavo facendo tra me.

Premesso che non voglio trattare del caso specifico, sul quale si continua strumentalmente a fare troppo rumore per nulla nel contesto di una campagna politica che va facendosi più nervosa con l’approssimarsi del voto amministrativo nei maggiori centri del Paese, la questione che m’interessa focalizzare è quella cruciale dell’affidabilità dei rappresentanti del M5S, ovvero la loro capacità e credibilità nel rappresentarlo pubblicamente, con onestà, moralità e coerenza, oltre che con buone doti di comunicazione. Va da sé che l’onestà impone anche il disinteresse personale, come la moralità richiede spirito di abnegazione al servizio della collettività, il cui bene dovrebbe essere il supremo fine di ogni aderente al M5S.

Un movimento politico che nasce da una rottura netta con l’esistente sistema, deve necessariamente essere nuovo, formato, cioè, nella sua classe dirigente e nei quadri intermedi, da persone non colluse con il vecchio potere e non appartenenti ai partiti, altrimenti sarà solo un ennesimo caso di trasformismo, di cui è costellata la storia politica italiana. Tuttavia, una classe dirigente non spunta fuori per incanto. E’ il frutto di un confronto ed una selezione, operata dalla base e dagli organismi centrali che il movimento si è dato, da cui possano emergere gli individui migliori, ovvero quelli maggiormente idonei a rappresentarlo.

Il M5S s’è aggregato inizialmente intorno alla guida carismatica del suo fondatore Beppe Grillo, che insieme a Gianroberto Casaleggio, l’ha strutturato territorialmente per mezzo dei Meetup, ovvero gruppi di aderenti in rete, che definiscono gli obiettivi sul territorio e scelgono autonomamente i propri rappresentanti. L’intervento nel processo di selezione da parte della dirigenza nazionale, è stato limitato da Grillo alla verifica di alcuni requisiti obbligatori, quali la fedina penale pulita, la non militanza in altri partiti e l’appartenenza al territorio, oltre al vincolo dei due mandati.

Ciononostante, i ricorrenti casi di espulsione certificano il parziale fallimento dei meccanismi adottati per la selezione dei candidati. Quando si arriva all’espulsione di un rappresentante eletto, il danno prodotto è duplice. Da un lato si ammette esplicitamente un errore di valutazione sulla persona, dall’altro si offre il destro alle critiche di intolleranza al dissenso interno, con corollario di accuse di autoritarismo. Quando poi un rappresentante del M5S risulta addirittura infiltrato dai poteri criminali e dal malaffare, il danno è enormemente amplificato. Per quella stessa regola che rende più grave un pelo in un ristorante sulla Guida Michelin che un topo in una bettola.

La questione è di quelle cruciali, evidenziata in questi giorni anche da due autorevoli commentatori, come Roberto Saviano:

I 5Stelle si illudono se pensano di aver chiuso il caso con l’espulsione del sindaco Capuozzo. I sondaggi dicono che stanno già pagando un prezzo. Ma il punto non è questo: il punto è che nella realtà italiana non c’è fortezza politica che sia inespugnabile per il contro-Stato mafioso. Soprattutto, quando un movimento cresce impetuosamente in pochi anni, deve preoccuparsi di selezionare e formare una generazione politica che sia all’altezza della sfida nel territorio e dei suoi pericoli. Può essere consolatorio dire “Noi non sapevamo”. Ma è proprio quello il problema: non sapere.

e ancora, Marco Travaglio che si spinge a suggerire una sorta di direttorio regionale per il vaglio delle candidature:

non solo i 5Stelle, ma tutti i partiti che davvero schifano i voti mafiosi devono studiare meccanismi più efficaci per selezionare i candidati e tener fuori non solo i collusi, ma anche gli avvicinabili e i ricattabili, con filtri molto più stretti. I meet up e il web non bastano.

Un tempo i partiti avevano strutture sul territorio capaci di sapere tutto di tutti. Oggi non più, e per giunta i 5Stelle non vogliono diventare partito. Ma possono replicare su scala regionale l’esperimento del direttorio, dando a persone fidate l’ultima parola sulle candidature

Personalmente ritengo che, dichiarandosi il M5S una forza rivoluzionaria, nel senso che persegue un radicale cambiamento, ispirato da motivazioni ideologiche, nella forma di governo di un paese con trasformazioni profonde di tutta la struttura sociale, economica e politica, con mezzi non violenti, esso dovrebbe adottare alcuni dei meccanismi usati nel passato da altre formazioni rivoluzionarie, per la selezione delle classi dirigenti e dei propri rappresentanti.

Magari, perché no, rispolverando l’uso della commissione politica, inviata dalla dirigenza centrale ad accertarsi in loco delle condizioni per l’utilizzo del simbolo e della qualità dei rappresentanti scelti, nonché dirimere quei contrasti troppo esacerbati, che divengono autolesionistici una volta preda dei media.

In ogni caso qualcosa di più efficiente andrà presto pensato, perché – come dice Travaglio – i Meetup e il web non bastano (più – aggiungo io).