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Quando il gioco si fa duro

Ghigliottina-CameraLo scontro politico si va facendo sempre più duro, prove ne sono due recentissimi episodi, novità assolute nella nostra storia parlamentare. Il primo è la decisione della Presidente della Camera, Laura Boldrini (che pure sarebbe in quota ad un partito d’opposizione), di applicare per la prima volta la cosiddetta “ghigliottina” al dibattito, per stroncare l’ostruzionismo dell’opposizione contro il decreto in scadenza del governo, che accorpava due atti con finalità estremamente diverse, ovvero l’abolizione della seconda rata IMU e la ricapitalizzazione delle quote della Banca d’Italia, da molti giudicato un regalo ai due maggiori istituti di credito italiani. Se avessero parlato tutti i parlamentari iscrittisi ad intervenire, il decreto sarebbe decaduto e gli italiani avrebbero dovuto pagare l’IMU abolita, il governo ha però rifiutato di scorporare i due provvedimenti, permettendo a quello sull’IMU di passare la votazione, così come proposto dall‘opposizione. Evidentemente il consolidamento dei patrimoni di Banca Intesa e Unicredit era così urgente da non poter attendere oltre.
Il secondo avvenimento è la richiesta di messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica presentata dal M5S, una novità dalla nascita della Repubblica, anche se il PDS di Napolitano ci andò molto vicino con Cossiga.

Vero che la palude in cui versano da tempo i partiti politici ci aveva disabituati alla presenza di un’opposizione reale, tuttavia lo scontro si va radicalizzando proprio mentre la crisi economica raggiunge di giorno in giorno strati maggiori di popolazione, minacciati dalla perdita del lavoro, con aziende che delocalizzano se non possono pagare meno i salari, e al contempo assediati dall’Europa che esorta a liberalizzare e privatizzare, mentre candidamente riconosce che nell’impossibilità di una svalutazione monetaria, l’unica strada per i paesi che hanno perso competitività è la svalutazione interna. Disoccupazione e impoverimento marciano di pari passo, contribuendo all’avvitamento della domanda interna, mentre l’export resiste ma è frenato dall’euro forte. La pressione fiscale è a livelli record, ciononostante il debito pubblico continua a crescere mese per mese.

In questo desolante scenario s’inseriscono con regolarità annunci e previsioni ottimistiche del governo, puntualmente ridimensionati dagli organismi internazionali e smentiti dai dati reali. I partiti della palude sono tutti presi a ritagliarsi la legge elettorale più favorevole e farneticano di riforme istituzionali che non vedranno mai la luce. La loro distanza dalla società aumenta malgrado gli illusionismi di Renzi e la propaganda di regime schierata a difesa del nulla che si va sgretolando sotto i colpi della crisi. E qualcuno comincia già a chiedersi come si farà a rispettare il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio, come si farà a conferire altri 70 miliardi al MES, come faranno le banche italiane a superare i prossimi stress test della BCE, con il crollo dei valori immobiliari e la crescita delle sofferenze in atto.

Tutto ciò mentre gli Stati Uniti stanno progressivamente chiudendo la stamperia di dollari, riducendo l’immissione mensile di altri 10 miliardi. E di riflesso i capitali fuggono dalle economie emergenti per rifluire in America ed in parte in Europa. Le valute degli emergenti vanno sotto pressione e gli effetti già si vedono, con l’Argentina costretta a svalutare e la Turchia a rialzare i tassi d’interesse. Così, mentre i miliardi di dollari immessi sul mercato dalla FED fanno ritorno a casa, l’America è già pronta per una nuova bolla speculativa. Insomma, una situazione estremamente instabile che può innescare da noi un’ulteriore ricaduta.

Ma i nostri politici nella palude non possono far nulla per invertire la rotta, i vincoli imposti dall’adesione alla UEM non consentono alcun margine di manovra. Possono solo proseguire le politiche di austerità e di deflazione, mantenendo alta al contempo la tassazione, con l’effetto di deprimere ancor più la nostra economia.

Alla fine rimarranno sulla scena solo i grandi gruppi industriali e finanziari, che operando trans-nazionalmente godono di tutti i benefici e pochi svantaggi dell’eurozona, ma anche questi risulteranno alquanto ridimensionati rispetto a quelli dei paesi centro-europei. L’Italia sta perdendo terreno ed il declino è ormai percepibile in molti aspetti, anche non economici, come nella vicenda dei 2 marò in India, o delle 24 adozioni in Congo. Rimanere inchiodati a questa crisi non solo comporta l’impoverimento progressivo di milioni di italiani, la ripresa del fenomeno dell’emigrazione, la frustrazione dei sogni e delle speranze di quel 43% dei giovani che oggi non trovano lavoro, significa anche rinviare sine die la modernizzazione di servizi ed infrastrutture, restare indietro nella ricerca e nell’innovazione e alla lunga dissipare l’immenso patrimonio di conoscenze e competenze che altre nazioni ci invidiano.

Questo è l’infame delitto di cui si stanno macchiando i nostri governanti e politici della palude, voluti da Bruxelles e Berlino. Loro non condividono le sofferenze del popolo, vivendo nel palazzo dorato della politica meglio di Luigi XVI, devono solo preoccuparsi di rimanere al potere per proseguire nel lucido disegno di integrazione del capitalismo europeo al nobile fine di poter competere globalmente con il capitalismo americano e quello cinese nel depredare il rimanente 99% dell’umanità.

I prossimi giorni vedranno lo scontro politico divenire ancora più serrato attorno alla legge elettorale. E’ plausibile che nel segreto del voto vengano fuori tutte le resistenze e le critiche al progetto messo a punto da Renzi e Berlusconi su misura per le loro esigenze. Ma un sistema elettorale deve tutelare tutti e non solo i partiti maggiori, considerato poi che il Parlamento è un organo rappresentativo, la stabilità dell’esecutivo andrebbe garantita con altri sistemi, come in Germania con la sfiducia costruttiva, piuttosto che alterando con premi abnormi il risultato reale delle urne.

Renzi ha l’esigenza di intestarsi al più presto qualche cambiamento, ha scelto la riforma meno necessaria in questo momento per la gente (ma per le soluzioni economiche, come abbiamo visto, le mani le ha legate anche lui). Se fallisce il suo tentativo di riforma elettorale avrà la scusa per mandare a casa il governo Letta ed andare a votare con le regole, perfettamente costituzionali, scaturite dalla sentenza della Consulta, a cui nemmeno re Giorgio può muovere rilievi. Forse assisteremo all’estremo tentativo di forzatura, con le dimissioni del Presidente, o magari anche no, perché non si sa mai uscisse dalle urne una nuova possibilità di larghe intese.

Nel frattempo che il popolo sovrano si possa esprimere a maggio, riappropriandosi della sua sovranità in Europa e nel paese, sopportiamoci ancora questo Parlamento eletto con una legge incostituzionale, che ha eletto per il secondo mandato consecutivo un Presidente della Repubblica quasi novantenne, sul quale pende oggi anche una richiesta di messa in stato d’accusa da parte di un partito che rappresenta un quarto dell’elettorato. Continuiamo a sopportare un Presidente del Consiglio il cui nome non appariva in nessun simbolo elettorale alle precedenti elezioni, sostenuto da una maggioranza di partiti che avevano spergiurato in campagna elettorale che mai avrebbero fatto un’alleanza insieme, la cui politica ben poco s’è discostata dal predecessore Monti, purtroppo con gli stessi deludenti risultati. Sopportiamo ancora una TV e una stampa in buona parte asservite ai partiti e al capitale, che ci collocano al 57mo posto nella graduatoria della libertà di stampa nel mondo. E che buon pro ci faccia!

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