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Rabbia globale

eu_collapseFintanto che la globalizzazione significava merci a buon mercato, ci piaceva. Ci siamo illusi pure di poterci spostare facilmente così come le merci, e in parte ciò è avvenuto con i vettori low cost, che ci movimentano proprio come cose, tuttavia per la gente comune, viaggiare per il mondo non è divenuto più facile. Sicurezza, frontiere, paura, documenti e denaro, limitano più che mai la possibilità di viaggiare per gran parte dell’umanità.

Quando il mercato globale ha iniziato a fare vittime tra le imprese nazionali, abbiamo fatto spallucce, confidando nella selezione naturale che avrebbe favorito le imprese innovative al passo coi tempi. Ma non tutte le imprese volevano (o potevano) rinnovare i propri prodotti, molte sceglievano invece di delocalizzare la produzione per abbattere il costo del lavoro, ancor di più erano quelle troppo piccole per fare l’una o l’altra cosa e semplicemente chiudevano, spesso lasciandosi dietro debiti con le banche ed altre ditte.

Saliva così la disoccupazione, consentendo ai datori di lavoro di calmierare le pretese dei lavoratori che, con la spada di Damocle della disoccupazione sul capo, preferiscono accontentarsi di meno, in termini sia di reddito che di diritti. Più disoccupazione, più precarietà, meno reddito disponibile, uguale caduta dei consumi. Siccome poi meno consumi significa meno vendite e minor produzione, il mondo del lavoro ha continuato ad espellere lavoratori in esubero, inclusi piccoli imprenditori, artigiani, commercianti e professionisti, dalle cui fila provengono i nuovi proletari (senza prole) esiliati dalla middle class.

Le statistiche vengono corrette con metodiche che consentono di annoverare tra gli occupati anche quelli che lavorano estemporaneamente per paghe da fame, ma la realtà è che deflazione e stagnazione connotano da lungo tempo il panorama economico dei paesi del sud Europa, tenendoli bloccati in una morsa che impedisce il pieno utilizzo di tutte le forze produttive, nonché una più equa redistribuzione del reddito, in grado di riavviare e sostenere la domanda interna.

Questa morsa è rappresentata dalla moneta unica e la conseguente rinuncia da parte degli stati ad una efficace politica monetaria e fiscale, funzionale al benessere della maggioranza dei cittadini e non di una esigua minoranza di privilegiati, come da troppo tempo avviene. La gente, il popolo, sta cominciando a rendersene conto. Bene, se non fosse che più di 170.000 migranti sono arrivati quest’anno ad ingrossare le fila dell’esercito dei lavoratori di riserva e, visto che gli altri paesi d’Europa non vogliono farsene carico, il problema ricade tutto sulle fasce più deboli degli italiani, che si vedono costretti a stringersi ancora un po’ per far posto ai nuovi arrivati, mentre ai benestanti è risparmiato ogni fastidio, ma magnanimamente si possono permettere di assumerli nei servizi alla persona.

C’è il rischio che, dopo le urne elettorali, la gente si ribelli anche nelle piazze, se le urne non saranno servite a nulla. La rivolta quel giorno potrà essere verso il sistema e i poteri che ci hanno condotto a tal punto, oppure verso chi dal basso insidia il nostro sempre più precario stile di vita, spinto dalla lotta per la sopravvivenza. Presto si riproporrà l’eterno dilemma: guerra tra poveri oppure poveri contro i ricchi?

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