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Re Giorgio al gioco del cerino

gioco-cerinoMi sono domandato sempre più spesso negli ultimi due anni le ragioni della trasformazione di Giorgio Napolitano, da presidente garante e super partes, ben voluto dalla stragrande maggioranza degli italiani, unico baluardo (pur se con timidezze e ambiguità ben diverse da quelle di Oscar Luigi Scalfaro) allo strapotere di Berlusconi, all’indomani delle elezioni del 2008, tra i pochissimi politici italiani che godono di stima all’estero.

E’ iniziato tutto nell’estate 2011, quando lo spread tra BTP e Bund è schizzato a quota 600 e la BCE ha messo nero su bianco le rigide condizioni per intervenire in difesa dei titoli italiani, e che è infine sfociato nella caduta del governo Berlusconi. Da allora il ruolo di Napolitano è mutato notevolmente, caricandosi di scelte strategiche che non sono mai appartenute alla sfera di competenza dei presidenti della Repubblica, distanti dalla prassi consolidata se non dalla Costituzione, che non vincola rigidamente gli ambiti d’intervento della presidenza della Repubblica, essendo stata concepita come figura di garanzia e rappresentanza, piuttosto che esecutiva. Alle dimissioni di Silvio Berlusconi, il presidente ha nominato l’euroburocrate Mario Monti prima senatore a vita e subito dopo presidente del Consiglio, evitando di riconsegnare la scelta in mano al popolo sovrano e imponendo di fatto un’alleanza politica impropria tra centrodestra e centrosinistra, malvista dalla maggioranza degli elettori. Si è poi riservato il potere di scegliere il nuovo premier all’indomani delle elezioni dello scorso febbraio, nonostante il suo mandato fosse di prossima scadenza, non ha ritenuto di consegnare tale scelta al prossimo presidente della Repubblica eletto dal nuovo Parlamento. Dopo l’esito del voto non ha neppure esplorato vie alternative a quella delle larghe intese PD-PDL, da lui imposta quale condizione per la sua rielezione (senza precedenti nella storia repubblicana). Rielezione che peraltro egli aveva categoricamente escluso fino ad un attimo prima. L’esito stesso delle elezioni, addotto a giustificazione per il governo di larghe intese, altro non è stata che la conseguenza della sua decisione di non far votare gli italiani l’anno prima, quando la maggioranza di centrodestra democraticamente votata dagli elettori, era andata in crisi. Dalla formazione (certo non per volere popolare) del governo Letta in poi, il presidente ha protetto la sua creatura politica dagli attacchi dell’opposizione, della stampa e persino dai propri atti, come nei casi Shalabayeva-Alfano e Ligresti-Cancellieri. Ha affermato in più riprese che non scioglierà mai le camere con l’attuale legge elettorale, sebbene questa sia stata legittimamente utilizzata nelle ultime tre elezioni politiche, senza che Napolitano obbiettasse qualcosa, salvo invitare i partiti a riformarla durante l’infausta (per il paese) esperienza del governo Monti. Infine ha nominato contestualmente 4 senatori a vita, provenienti dalla stessa area, in funzione palesemente strumentale, a supporto della striminzita maggioranza in Senato.
Con il dispiegarsi di cotanta invasione di campo da parte del presidente, sono andate aumentando anche le voci critiche, che da più parti hanno denunciato la deriva presidenzialista, giungendo a definirlo “re Giorgio”.

Giorgio Napolitano non è un demiurgo né un egolatra, preda con l’età avanzata di smanie di potere. Niente di tutto ciò, semplicemente egli sta giocando per nostro conto una variante speciale del gioco del cerino, che consiste nel resistere il più possibile con il cerino acceso tra le dita, aspettando che qualcun altro molli prima il proprio cerino, lasciandolo cadere sulla paglia che sta sotto i piedi di tutti i giocatori. Non c’è un solo cerino in questo gioco, ma tanti quanti i PIIGS. Il primo che non ce la farà più a scottarsi col fuoco del cerino (leggasi austerità e depressione) e lo lascerà cadere in terra, avrà perso: sarà additato come il distruttore dell’euro, l’origine del contagio che farà esplodere debiti e crediti anche di chi pensa di essere al sicuro perché non ha il cerino in mano, il capro espiatorio del disastro annunciato della fine della UE, nonché paria dei mercati finanziari per lungo tempo. Ecco, Napolitano sta tentando di evitare che sia l’Italia la prima a cedere, anche a costo di comprimere la democrazia, anche a rischio che il paese arretri di un ventennio per redditi e produzione, anche venendo a patti con il Diavolo (leggasi Berlusconi), salvo poi non rispettarli.

Ma qualcuno ha mai chiesto agli italiani se ritengano valga la pena di giocare a questo folle gioco, che comunque vada si concluderà con un grande incendio?

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Pubblicato da Rosso Malpelo

Libero pensatore