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Rischi dell’estate 2015

incendioSono davvero tanti i focolai di crisi che rischiano di far divampare un incendio di dimensioni planetarie in questa estate 2015, elencarli tutti è davvero sconfortante. Si può iniziare dal caos in atto in Africa e Medio Oriente, frutto degli scellerati interventi armati occidentali a supporto dell’esportazione di democrazia, che sta causando un esodo biblico di profughi e rifugiati, parte dei quali approda sulle coste italiane, greche e maltesi. La guerra religiosa che contrappone sciiti e sunniti che s’espande sempre più e vede coinvolti anche gli occidentali quali sponsor e fornitori di armi. Ciò che sta rapidamente dissolvendosi è la cartina geopolitica disegnata col righello dai vincitori della seconda guerra mondiale, che potrebbe dar luogo ad una nuova potenza regionale in grado di attrarre e annettere rapidamente tutti i paesi dell’area mediorientale e nordafricana, affacciandosi sull’altra sponda del Mediterraneo.

C’è poi la crisi economica che attanaglia l’occidente capitalista ed in particolare l’Europa, una crisi sistemica che in assenza di soluzioni vere tende ad avvitarsi su se stessa, sfociando, come nel caso greco, in aperto rifiuto, da parte dei popoli, delle controproducenti ricette finora imposte dai creditori internazionali, spesso gli stessi che hanno gonfiato la bolla speculativa prima del crack della Lehman, salvo poi essere salvati col denaro pubblico perché “too big to fail”. Un sistema economico che non riparte, nonostante i trilioni di dollari, yen, euro e sterline pompati dalle banche centrali. Che non può ripartire semplicemente perché l’euforia ante crisi era dovuta alla droga del credito facile. Il debito privato è cresciuto in maniera incontrollata fino a che non è diventato insostenibile, le insolvenze sono esplose e i consumi crollati. La gente che è rimasta scottata ora ci pensa bene prima di lasciarsi prendere di nuovo dal consumo compulsivo e caricarsi di debiti, soprattutto se i redditi vanno in discesa e le tasse salgono.

Così, quando l’economia va male e la torta rimpicciolisce, si sa, le tensioni aumentano e ciò è tanto più vero nel contesto europeo, mai così disunito nell’affrontare il disastro greco, l’esodo dei profughi e i rapporti con Mosca. Paradossalmente gli interessi degli stati europei non sono mai stati così divergenti dal trattato di Roma del 1957, mentre ancora in tanti vanno farneticando di Stati Uniti d’Europa.

Quasi nessuna delle lezioni apprese con la grande crisi del 1929 è stata messa a frutto, ad eccezione dei salvataggi con denaro pubblico delle grandi imprese finanziarie private. Per il resto s’è spinto il sistema in deflazione, con la dimostrazione lampante che non è la politica monetaria delle banche centrali a determinare l’inflazione, pur di non consentire investimenti pubblici finanziati con deficit di bilancio. Perché lo Stato è “la bestia da affamare”, a cui vanno tagliate le risorse economiche per essere più proficuamente gestite dai privati (più proficuamente per loro, naturalmente). Come nella grande crisi del ’29, segue un decennio di depressione/stagnazione che terminerà solo con lo scoppio della seconda guerra mondiale, la massiccia ripresa dei consumi (di bombe e munizioni) ed enormi investimenti produttivi pubblici (in armi). La ripresa economica verrà poi consolidata nel dopoguerra, grazie alla ricostruzione di quanto era andato distrutto nel conflitto.

Proprio come allora, qualche angloamericano pensa che sia questa l’unica via d’uscita dalla “stagnazione secolare” in cui l’occidente capitalista è caduto, e coerentemente si da da fare per scatenare un bel conflitto, magari col vecchio nemico russo, reo di voler resistere all’accerchiamento della Nato, di costituire un pericoloso concorrente economico negli scambi con l’Europa e di troppa spregiudicatezza nel contrastare, insieme al gruppo dei BRICS, l’egemonia del dollaro, con l’imminente istituzione di una banca mondiale per lo sviluppo, alternativa alla BM e al FMI.

Ecco allora la ricerca del casus belli, prima che arrivi la prossima crisi economica, che la statistica ci avverte essere prossima, tra esercitazioni militari ai suoi confini, finanziamenti ed armi ai golpisti ucraini ed avamposti armati negli stati Nato a ridosso della Russia, paesi questi in preda ad una russofobia rancorosa e con governi neofascisti, che soffiano sul fuoco, incuranti del fatto che un conflitto con la Russia li vedrebbe direttamente coinvolti.

In tutto questo caos c’è anche chi ne approfitta per lanciare segnali al mondo, usando armi nucleari tattiche nel teatro di guerra yemenita. Israele sta dicendo all’Iran (e a tutti quelli che hanno orecchie) che dispone di questo tipo di armi da teatro e che non ha nessuno scrupolo ad usarle.

E la Cina? La Cina è grande, forte e saggia. Interverrà quando sarà il momento, nel frattempo sta velocemente ammodernando il suo arsenale. Se la sua strategia sarà corretta, emergerà quale superpotenza egemone per il prossimo secolo, sulle macerie di USA, Europa e Russia.

E l’Italia? Al guinzaglio del potente di turno, come al solito. Con un’informazione addomesticata e la maggioranza dei politici ricattabile, il popolo italiano, già frustrato dalla crisi, non si avvede del rischio che stiamo correndo, anche se in Parlamento c’è qualche voce che grida nel deserto. Nel frattempo continuiamo a pagare 26 miliardi di euro l’anno per le spese militari, senza sapere se sono impiegati nel nostro o nell’altrui interesse.

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