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Rivolta fiscale (sogno di una notte di mezza estate)

La non violenza è la forza più grande di cui disponga l’umanità. È più potente della più potente arma di distruzione escogitata dall’uomo.

La rivolta fiscale partì dalla rata dell’IMU e dai versamenti IRPEF, per poi estendersi a quelli dell’IVA e alle rateizzazioni fiscali pregresse. Quando si unirono i distributori di carburanti che abbassarono il prezzo della verde ad un euro al litro, rifiutandosi di riscuotere le accise per conto dello Stato, anche i datori di lavoro cessarono i versamenti contributivi, e dopo soli due mesi quasi nessuno pagò più nulla all’erario.

In meno di tre mesi lo Stato poteva dirsi fallito, non essendo più in grado di pagare stipendi e pensioni. Le forze dell’ordine, pure sguinzagliate per reprimere la rivolta, potevano solo denunciare i cittadini che si rifiutavano di pagare le tasse, ma non erano in grado di riscuoterle con la forza, né sarebbe stato possibile vista l’ampiezza della rivolta, che coinvolse persino i militari, allorché non percepirono più stipendi.

In meno di tre mesi quell’edificio marcio e squilibrato era stato fatto crollare pacificamente e ora andava riedificato su nuove basi: solo quattro tipi di imposta, una sul reddito (fortemente progressiva, 10 scaglioni a partire da un’aliquota del 10%, fino al massimo del 90%) e una sui consumi (4 aliquote, dal 5% al 20%). Tassa di successione e imposta patrimoniale progressive a partire da una quota minima esente. Impegno costituzionale a mantenere la pressione fiscale al di sotto del 30% del PIL. Amnistia fiscale generale. Inasprimento delle pene per evasione ed elusione, prevedendo anche la detenzione per importi superiori ai 20.000.000 di lire. Divieto di esproprio immobiliare da parte del fisco nel caso di unica casa di modesto valore. Abolizione di bolli ed accise.

Lo Stato doveva dimagrire se voleva esistere, e così avvenne. I 3 milioni e 250 mila dipendenti pubblici furono ridotti a 2 milioni e mezzo, e tra questi le forze dell’ordine passarono da 570 ogni 100.000 abitanti ad un più europeo rapporto di 250 ogni 100.000. Alle pensioni fu fissato un tetto massimo di 10 milioni di lire mensili, e di 20 milioni per gli stipendi pubblici. Fu introdotta la leva civile obbligatoria di un anno utilizzata per tutta una serie di servizi sociali e assistenziali, già a carico del sistema sanitario e degli enti locali. Venne istituito il sussidio di disoccupazione universale, con la contestuale abolizione di ogni altro ammortizzatore sociale.

Naturalmente venne abbandonato l’euro e reintrodotta la lira, al cambio di 2000 lire per un euro. Fu abrogato l’obbligo di pareggio di bilancio e tutti gli altri vincoli sottoscritti, da Maastricht in poi. Vennero nazionalizzate le principali banche, ripristinato il controllo del Tesoro sulla Banca d’Italia e la piena sovranità monetaria. Fu istituito il divieto d’esportazione di capitali e ristrutturata la parte estera del debito pubblico.

Ma soprattutto furono sciolti i vecchi partiti politici e fu imposto il divieto di candidatura a coloro che ne avevano fatto parte. Una nuova leva di cittadini avrebbe ricoperto un minor numero d’incarichi amministrativi, molto meno remunerati che in passato e fortemente soggetti al controllo della magistratura e della stampa libera (quest’ultima libera anche dal finanziamento pubblico). Il reato di corruzione punito con forti pene detentive e interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Ben presto il cemento cessò di essere il business nazionale principale di costruttori, banche e amministratori locali. Il consumo di territorio poté essere arrestato e nuove norme posero le basi per un efficiente recupero e salvaguardia del patrimonio abitativo, architettonico e paesaggistico del Paese.

L’abrogazione dei reati di clandestinità e consumo di stupefacenti liberò un terzo dei posti nelle carceri, facendo risparmiare allo Stato 20.000 miliardi di lire l’anno. La chiusura dei due terzi delle strutture sanitarie private convenzionate e la cessazione dei finanziamenti pubblici a scuole e università private e alla Chiesa cattolica, permise un altro sensibile risparmio. Mentre più di 3000 miliardi di lire l’anno furono recuperati dal rientro delle missioni militari all’estero.

Alla fine del secondo anno dalla rivolta il bilancio dello Stato fu portato al di sotto di un milione di miliardi di lire, l’economia riprese a girare e di lì a poco l’Italia tornò ad essere un Belpaese dove vivere bene.

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One Response to “Rivolta fiscale (sogno di una notte di mezza estate)”

  1. Guest ha detto:

    Con una piccola differenza: devi scindere Stato da Governo! Lo Stato, quello vero è composto dai cittadini ma i politicanti corrotti si sono arrogati il pieno potere! Da qui l’art 1 della Costituzione in vigore che dice “Popolo sovrano” e non politicanti o camere sovrane..!

    Il Governo è quello che porta avanti i furti legalizzati e gli arricchimenti personali a danno della collettività, mentre dovrebbe guidare (governare –> gubernum –> come il pastore governa e conduce i suoi animali al pascolo più verde).
    Ora cambia i termini da Stato a Governo, nel tuo scritto e vedrai come ogni cosa quadra!

    Aiuta anche tu a diffondere la denuncia fatta dall’avvocato Paola Musu per una raccolta firme che serve a mandare via quelle canaglie putride e a ristabilire una vera democrazia…
    http://www.youtube.com/watch?v=-o6IXofyBWI