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Lo spettro che s’aggira per l’Europa

MarineLePenSo che in Italia, con lo strumento del voto, non si cambierà mai nulla, salvo che in peggio. Lo so perché ho visto eleggere e condividere un pezzo di potere i rappresentanti di tutti i partiti nell’ultimo quarto di secolo, da Berlusconi a Prodi, da Storace a Bertinotti, ciascuno promettendo ciò che puntualmente non è stato in grado di mantenere. All’appello mancano solo i Cinque Stelle, ma l’attesa non sarà lunga, anche se sono pronto a scommettere fin da ora che ben poco di ciò che propugnano vedrà la luce, come ci rammenta la storia dell’inceneritore di Parma. E’ una constatazione amara che non lascia spazio alla speranza. Il sistema di potere e di interessi consolidati a differenti livelli, la gabbia normativa e giuridica, i vincoli internazionali, determinano una direzione obbligata per qualunque guida politica, come un treno sul binario. A ciò va aggiunta la nostra caratteristica culturale auto denigratoria e antinazionalistica, che da secoli giustifica il predominio straniero con l’incapacità degli italiani di autogovernarsi. Noi siamo da secoli calpesti e derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi. Anche adesso non siamo un popolo, perché siamo divisi proprio su ciò che dovrebbe essere la ragione d’essere di ogni popolo: il suo interesse nazionale. Siamo bravissimi ad identificare il nostro interesse personale, ma abbiamo idee molto diverse su quale sia l’interesse nazionale dell’Italia, spesso confuso con interessi localistici e particolari. Forse ciò che sarebbe nell’interesse nazionale è proprio quello che i partiti promettono senza essere capaci di realizzare. Riforme di semplice buon senso, mutuate da paesi più virtuosi, per la giustizia e la pubblica amministrazione. Migliore distribuzione del reddito e del carico fiscale. Lotta vera ai privilegi e alla criminalità. Ammodernamento ed efficientamento di tutti i servizi pubblici, dall’istruzione alla sanità, dai trasporti alla tutela del patrimonio nazionale e dell‘ambiente, dal credito alla tutela del risparmio. Ed infine, ma forse più impellente, lotta alla disoccupazione, condotta sia attuando quanto elencato, che facendo ripartire la ripresa economica, invertendo le politiche di svalutazione interna finora messe in atto per riguadagnare competitività. Ovvero riappropriandoci della sovranità monetaria e consentendo alla nostra valuta di fluttuare liberamente rispetto alle altre monete.
Sarebbe altresì bello che l’Italia desse reale attuazione all’articolo 11 della Costituzione, considerando come operazione di guerra ogni missione in armi fuori dal territorio nazionale. L’esercito deve servire per la difesa della patria, non per esportare la pace o la democrazia in altre nazioni sparse per il mondo. Sarebbe bello non dover ricevere ordini da nessuno, scattando sugli attenti. Qualcuno dirà che purtroppo abbiamo perso la guerra, ed è vero, ma sono pure passati 70 anni e abbiamo pagato ciò che dovevamo (a differenza della Germania, cui sono stati abbuonati i risarcimenti per i danni di guerra), anche in termini di subalternità e marginalità. In ogni caso non minacceremmo nessuno e nessuno ci minaccia, potremmo esserci finalmente meritata la nostra completa sovranità militare (e completa significa che nessuna nazione straniera deve avere basi militari sul nostro territorio).
Sarebbe bene che la smettessimo di vedere la competizione internazionale come un campionato di sumo, dove la stazza è l’arma vincente. La competizione esiste solo tra produttori capitalisti, per i popoli esiste solo l’esigenza di soddisfare i propri bisogni, che, partendo dai primari, tendono a comprendere progressivamente tutto ciò che definiamo benessere, ovviamente in pace. Ci sono tanti esempi di nazioni piccole, pacifiche, operose e benestanti, a cominciare dalla Svizzera, passando per la Norvegia, fino alla Corea del Sud, che nel 2050 potrebbe essere la seconda potenza economica mondiale. Non dobbiamo aver paura delle dimensioni degli altri, noi siamo da secoli un paese a vocazione manifatturiera, sappiamo fare le cose e quando ci va, le facciamo anche bene e belle. I nostri prodotti di qualità si vendono ancora bene all’estero, peggio va per gli altri prodotti sul mercato interno, a causa di una moneta supervalutata che rende più vantaggiosi i prodotti d’importazione. Siccome l’economia di una grande nazione non può reggersi solo sulle esportazioni, specie se anche gli altri paesi cercano di esportare più di quanto importano, soltanto riequilibrando il mercato interno si potrà far ripartire il ciclo economico. Ma per farlo è necessario disporre di una moneta che rappresenti il valore reale dell’economia italiana.

Sono più che sicuro che nulla di tutto ciò potrà avvenire in Italia a seguito di un’elezione. Servirebbe una rivoluzione, ma noi non ne siamo capaci. Ben diversi sono i francesi, loro sì che sono un popolo consapevole del proprio interesse nazionale, pronti a perseguirlo anche eleggendo Marine Le Pen, l’unico vero spettro che s’aggira per l’Europa in questo momento.

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