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Tre minuti alla mezzanotte

donetskIn questi giorni sono in atto alcuni eventi senz’altro degni di nota, e pur se scollegati tra loro, a mio avviso contribuiscono anch’essi all’avanzamento dell’orologio dell’apocalisse, ora a soli tre minuti prima della mezzanotte.

Partiamo dalla ripresa in grande stile, se mai si fosse interrotta, della guerra civile in Ucraina, con stragi e distruzioni che avevamo già visto durante la dissoluzione jugoslava. Fallita la spallata economica alla Russia, grazie anche al sostegno cinese, l’Europa si trova stretta tra l’incudine americano, smanioso di estendere all’Ucraina l’ombrello NATO, ed il martello delle autolesionistiche sanzioni alla Russia in un periodo di vacche magrissime, col rischio di pregiudicarsi le forniture di gas.

Proseguiamo con le convulsioni di un’eurozona che si dibatte tra la deflazione conclamata, una crescita inesistente, una disoccupazione spaventosa nei paesi del sud e debiti pubblici in aumento. Il Q.E. di Draghi, più annunciato della Buona Novella, dovrebbe contribuire a far risalire l’inflazione, anche se Paul Krugman ne stima l’effetto in un miserrimo 0,2% nei prossimi dieci anni. Per intanto l’euro si sta svalutando nei confronti del dollaro, buona cosa per le nostre esportazioni – ci dicono, anche se gran parte del nostro interscambio commerciale è con la zona euro. Comunque sia, qualcuno vende euro per acquistare dollari, che diventano più cari, non fosse altro perché i rendimenti dei titoli americani sono decisamente superiori a quelli europei. E la svalutazione tanto deprecata per la lira, diventa un toccasana per l’euro: misteri della fede (nell’euro).

A contribuire ad agitare le acque ci sono anche le imminenti elezioni in Grecia, che potrebbero consegnare il governo a Tsipras, deciso a rinegoziare il debito e rigettare l’austerità che ha messo in ginocchio il paese. Se nella trattativa, il nuovo governo greco dovesse spuntare qualche sostanziosa concessione, sarebbe ben difficile negarla poi a Portogallo, Spagna e Italia. Viceversa, una completa chiusura spingerebbe la Grecia verso l’uscita dall’euro, creando un pericoloso precedente per l’unione monetaria. Insomma, se il partito di Syriza riuscirà a guadagnare la maggioranza assoluta, si vedrà molto presto se Tsipras ha gli attributi per andare fino in fondo. Un suo cedimento sarebbe fatale per le aspettative di una certa sinistra europea, che vede in questo momento le sue speranze riposte nello spagnolo Podemos e nel greco Syriza.

Infine c’è l’elezione del nostro Presidente della Repubblica, che riguarda solo noi, ma le cui conseguenze potrebbero notarsi anche a Bruxelles, Berlino, Washington, Parigi, Mosca e non solo. Non sarà ininfluente la posizione del capo dello stato sulla nuova diarchia Renzi-Berlusconi, che sta rapidamente palesandosi sulla scena politica. Come non lo sarà un suo eventuale ruolo di garante degli interessi europei, intesi come preminenti su quelli nazionali. Alla Napolitano, per intenderci. Ricordiamoci che la sua carica dura un settennato, durante il quale molte cose possono cambiare nello scenario interno ed in quello internazionale. Ad una visione geopolitica più elastica e accorta potrebbe non convenire un appiattimento acritico sulle politiche nordamericane volte a disseminare caos ed instabilità nelle provincie recalcitranti dell’impero. Come pure potrebbe verosimilmente ritrovarsi nella fase di breakdown dell’euro, con la necessità di gestire un ritorno alla valuta nazionale il più possibile ordinato ed indolore.

Vedremo presto l’evoluzione di questi eventi. La speranza è sempre la stessa, quella di non cadere dalla padella alla brace.

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Pubblicato da Rosso Malpelo

Libero pensatore