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Viva la Recessione

guillotineSe non fosse che la recessione sta infliggendo tragiche sofferenze a molte famiglie, verrebbe da tifare perché prosegua e s’inasprisca, per due fondamentali motivi. Il primo è attinente alla necessità di diminuire il livello dei consumi nei paesi ricchi che hanno avuto finora il privilegio di vivere al di sopra della sostenibilità terrestre, grazie allo sfruttamento intensivo di risorse altrui e ad un maggiore impatto ecologico. La cosiddetta decrescita, che purtroppo per noi non si sta rivelando affatto felice. Il secondo motivo riguarda la possibilità di cambiamento del sistema che governa le nostre vite, a partire dalla cultura neoliberista, procedendo per livelli sempre più ampi di potere, che coinvolgono le istituzioni e la gestione globale dell’economia e delle regole della finanza, fino al controllo di tutti i paesi con trattati giuridico-economici, che li costringono ad adottare, volenti o nolenti, le leggi che fanno comodo al grande capitale transnazionale. Tale cambiamento può avvenire solo quando il sistema dimostra il suo fallimento, con la distruzione di ricchezza e posti di lavoro, allorquando cioè scoppia una crisi, specie se di natura strutturale, come quella che stiamo attualmente vivendo. In tali circostanze i popoli perdono fiducia nel sistema di mercato e prendono coscienza delle enormi disuguaglianze create e alimentate da questo stesso sistema. Se la crisi è sufficientemente intensa e lunga da ridurre alla fame vasti strati popolari, esiste la concreta possibilità che questi si rivoltino, facendo resuscitare quella lotta di classe che si pensava definitivamente sepolta dall’avido individualismo consumista, e dando luogo ad un riequilibrio dei rapporti di forza e ricchezza all’interno della società. Beninteso, questo non è mai un processo indolore, le classi dominanti oppongono sempre una strenua resistenza alla perdita di potere e di ricchezza. Tuttavia tale evento diventa concepibile solo quando quella classe dominante si dimostra incapace di creare ricchezza se non per sé stessa, condannando al contempo alla miseria masse crescenti di cittadini, che si vedono sottratte anche le residue speranze di un’affermazione sociale meritocratica indipendente dal censo, oltre che progressivamente ridotto lo stato sociale, per soddisfare gli interessi di pochi già ampiamente privilegiati. E’ in queste fasi che, sotto la sferza della deflazione e dei fallimenti, molta ricchezza passa di mano, concentrandosi sempre più in quelle dei creditori, lasciando i debitori sul lastrico, eccetto i pochissimi Too Big To Fail, che sono puntualmente salvati dai governi a spese dei cittadini, che continueranno a pagare sempre più interessi sul debito pubblico stratosferico.

Una ripresa economica a questo punto lascerebbe l’amaro in bocca, dopo 5 lunghi anni di inutili sacrifici, di cui gli ultimi due davvero terribili per la nostra economia, che finalmente hanno tolto i paraocchi all’opinione pubblica sulla moneta unica, avviando il dibattito che condurrà inevitabilmente alla sua dissoluzione. Ecco, per dirla con le parole di Romano Prodi:

Sono sicuro che l’euro ci obbligherà a introdurre un nuovo set di strumenti di politica economica. È politicamente impossibile proporre ciò ora. Ma un giorno ci sarà una crisi e nuovi strumenti saranno creati.

Solo che il set di strumenti di politica economica che immaginava il professore potrebbe essere totalmente diverso. Gli strumenti che i popoli sapranno inventare potrebbero cambiare radicalmente questo sistema, un po’ come la ghigliottina inventata dalla Rivoluzione Francese.

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Pubblicato da Rosso Malpelo

Libero pensatore