Menti raffinatissime

L’età del disordine, ovvero chi semina vento raccoglie tempesta.

 

La caduta di un impero, quando non avviene per una sconfitta militare, è spesso preceduta da una fase di estremo disordine. Un caos volutamente diffuso per l’incapacità di mantenere il controllo imperiale con strategie di ordine e stabilità che contemperino ed armonizzino i diversi interessi dei territori e delle popolazioni assoggettate con quelli del potere centrale. Quando viene meno ciò che è stato definito soft power, ovvero la pervasività culturale del potere imperiale attraverso meccanismi di seduzione del suo modello sociale e culturale, non resta che la forza bruta per assicurarsi la tenuta del potere su vaste aree e molteplici nazioni, i cui interessi soffocati e subordinati, creano faglie di scontro e divisioni all’interno dell’impero. Incapace di governare le forze centrifughe così generate, l’oligarchia imperiale risponde con il caos, ovvero con la diffusione della frammentazione e del disordine, nella convinzione suicida che sia più facile governare un insieme frammentario di elementi, caotico ed in conflitto tra loro, con la preponderante forza militare di cui l’impero dispone. E’ la teoria del martello di Abraham Maslow, “se l’unica cosa che hai è un martello inizierai a trattare tutto come fosse un chiodo”, meglio poi che i chiodi siano molti e piccoli anziché pochi e grandi.

Gli USA hanno raggiunto l’apice della propria parabola imperiale tra la fine degli anni Ottanta ed i primi anni Novanta del secolo scorso, ovvero dalla fase di decadenza e successiva dissoluzione dell’impero antagonista-nemico, cioè l’URSS. Si prospettò in quegli anni per gli USA un dominio assoluto del mondo e per un certo periodo di tempo andò esattamente così (vedere alla voce PNAC).

L’inizio della globalizzazione è datata appunto in quegli anni, un progetto che mirava a diffondere per tutto il globo l’economia di mercato, anche in luoghi dove era particolarmente avulsa, considerando ad esempio l’avversione dell’Islam per l’usura. Puntava soprattutto all’assoluta libertà di movimento del capitale, finalmente libero di essere impiegato dove maggiore fosse stato il profitto, sia per lo sfruttamento della forza lavoro che delle risorse naturali, creando al contempo nuovi mercati di consumo ove vendere i prodotti fabbricati a basso costo in altri paesi in via di sviluppo, con materie prime pagate il meno possibile grazie ad una forma di neocolonialismo che si avvale della corruzione delle classi dirigenti locali per depredare le risorse naturali, fornendo al contempo armi che garantiscono la loro permanenza al potere e che però hanno avuto per conseguenza un incremento dei conflitti locali. A noi comuni cittadini occidentali ci è stato raccontato che la globalizzazione avrebbe portato maggiore ricchezza per tutti, invece ha comportato la delocalizzazione delle industrie e la perdita di posti di lavoro, un’inesorabile deindustrializzazione sulla spinta della ricerca di maggior profitto, oltre ad una conseguente riduzione dei salari e delle tutele lavorative.

Messo in soffitta l’ONU, gli USA si auto-proclamano gendarmi del mondo, sia per imporre i propri interessi capitalistici che per esportare la loro Way of Life (le quali cose coincidono ampiamente), avviano quindi una fase cruenta di interventi militari, volti a riportare a più miti consigli popoli e governi che avevano avuto l’ardire di andare contro i loro interessi imperiali.

Tuttavia tali interventi armati, a cominciare dall’operazione Urgent Fury a Grenada, per proseguire con l’operazione Desert Storm contro l’IRAQ di Saddam Hussein, e continuare poi con la disgregazione della Jugoslavia negli ultimi anni del secolo scorso, non hanno quasi mai instaurato una duratura situazione di ordine e stabilità, anzi quasi sempre è accaduto il contrario.

Nel nuovo millennio gli USA, con il pretesto dell’attentato alle Torri Gemelle di New York, si arrogano il diritto di attaccare chiunque fosse in odore di terrorismo islamico (un impero sempre alla ricerca di un nemico da demonizzare e combattere), brandendo la dottrina della guerra preventiva. Così invadono l’Afghanistan nel 2001, accusato di dare rifugio a Osama bin Laden, indicato dagli USA quale mandante dell’attentato alle Torri Gemelle, anche se poi fu trovato ed ucciso in Pakistan nel 2011. Quindi invadono l’Iraq nel 2003 col pretesto, risultato falso, delle armi di distruzione di massa che non furono mai trovate, ciononostante quel paese fu ugualmente distrutto e frantumato ed il caos scaturitone vige ancora, consentendo ai trafficanti di armi e petrolio di fare grandi affari alle spese di quella che fu una grande e civile nazione. Stesso copione per la Libia di Gheddafi nel 2011. Dopo l’intervento della NATO, le istituzioni del paese con il reddito annuo pro capite più elevato del continente africano, furono smembrate e la Libia fu lasciata in mano a bande criminali interessate solo ai proventi del traffico di petrolio e migranti. Ulteriore replica in Syria, con il tentativo di rovesciare il regime di Bashar al Assad, reo di essere più vicino agli interessi russi e iraniani che a quelli americani, peccato che in quel contesto siano intervenuti attivamente proprio i russi e gli iraniani ed Assad è potuto rimanere al potere.

Non contenti del caos portato in medio oriente, gli USA stanno ora tentando attivamente di diffondere odio e disordine alle porte dell’Europa, utilizzando un’Ucraina ben foraggiata, riempita di armi e mercenari in una guerra per procura contro la Russia, con lo scopo dichiarato di far cadere il regime russo e conseguentemente estendere caos e divisione anche lì. Sicuramente ciò che otterranno sarà la disgregazione dello stato ucraino e la sua caduta nel disordine politico, sociale ed economico. Ma essendo coinvolta anche l’Unione Europea, caos e disgregazione sono destinati a contagiare l’Europa stessa che, stretta tra vincoli di appartenenza alla NATO a comando USA, conflitti interni alla UE e deboli interessi nazionali, ha ormai abbandonato ogni ambizione di sovranità.

Ora il caos è tra noi, di più: è dentro di noi occidentali indotti da una propaganda totalizzante e pervasiva a credere ciecamente nella bontà delle scelte governative, autocraticamente imposte, come abbiamo potuto assistere durante la pandemia degli ultimi due anni, per il fine neanche troppo occulto di disciplinarci e renderci ubidienti, con le buone o con le cattive, alle decisioni calate dall’alto, in assoluta assenza di un dibattito razionale, bensì sull’onda emotiva della paura della morte, diffusa a piene mani da tutti gli organi di comunicazione al soldo del capitale o dello Stato, mai come ora amministrato da fiduciari del capitale transnazionale. Stato Imperialista delle Multinazionali, avrebbero detto le Brigate Rosse negli anni Settanta, peccato che per il nostro paese si possa parlare solo di Stato Succube delle Multinazionali, laddove USA e UK sono i veri S.I.M.

L’Italia è uno stato succube perché la sua classe dirigente è corrotta da interessi stranieri, oppure incapace e pusillanime, ma molto probabilmente tutte e tre le cose insieme. Il sistema della rappresentanza non funziona più allorquando tutti i mezzi di comunicazione di massa sono detenuti in poche mani, colluse con i centri del potere imperiale. Seppure riuscisse ad emergere una classe politica indipendente e non ricattabile, il popolo italiano è ormai così assuefatto alla narrazione ipnotica, così intimidito sia sul versante sanitario che su quello economico, da non poter concepire un qualunque tipo di ribellione al percorso che gli viene indicato. Non è più tra le corde degli italiani ribellarsi al potere, forse neppure in prossimità della privazione della vita, mentre tutto il resto è rinunciabile: basta la salute, no?

Alla fine questo caos seminato volutamente, che ci priva dei nostri diritti, della nostra libertà, del nostro benessere in nome, di volta in volta, della sicurezza, della salute ed infine della pace, è penetrato nelle nostre menti confondendoci, facendoci perdere il senso di comunità e l’empatia per l’altro. Siamo progressivamente combattuti tra una socialità perduta ed un isolamento difensivo. Reagiamo con violenza al dissenso dalle nostre convinzioni, che somigliano sempre più spesso ad una fede dogmatica, come una volta era il tifo calcistico.

Così l’odio alberga tra noi. Il conflitto si sviluppa tra familiari, amici e colleghi. Ed in tal modo il potere raggiunge il proprio scopo, attraverso il caos, la discriminazione e l’odio che ha scientemente diffuso, al fine di dividere e comandare. Menti raffinatissime, le avrebbe definite il compianto giudice Falcone.

Ma perché l’impero si è ridotto alla diffusione del disordine e della discordia nell’ottica di mantenere la sua presa su popoli e nazioni assoggettate? La spiegazione più plausibile deve necessariamente muovere dalla crisi irrisolta del capitalismo quale sistema sociale ed economico alla base dell’impero stesso. La contraddizione insanabile tra accrescimento smisurato del capitale e risorse planetarie limitate ha portato alla creazione di ricchezza fittizia, debito futuro costituito da un’espansione monetaria illimitata, che ha consentito al capitalismo ed alla sua elite, nelle cui mani è concentrata la quota preponderante della ricchezza del pianeta, di guadagnare tempo, procrastinando il redde rationem.

Tuttavia il crollo del sistema rimane ineluttabile e la sua immanenza deve essere ben chiara anche alle elite del potere imperiale se stanno reagendo così inconsultamente alla sfida russa, tradendo il carattere esiziale che questa sta ponendo alla traballante impalcatura imperiale. Talmente frenetiche e non ragionate sono le reazioni messe in campo dai decisori occidentali, che finiscono col creare più danni ai sudditi dell’impero che alla Russia. Stanno stupidamente spingendo Russia e Cina verso un’alleanza strategica mortale per gli interessi occidentali. La Cina divenuta, grazie all’avidità del capitalismo occidentale, la fabbrica del mondo, mentre i paesi del cosiddetto capitalismo avanzato andavano man mano deindustrializzandosi, trasformandosi in economie finanziarie. La Russia, che è il maggiore detentore mondiale di risorse naturali, a partire da quelle energetiche, nonché superpotenza atomica. Il connubio tra queste due potenze sta per dare forma al prossimo ordine mondiale, che può fare benissimo a meno della ricchezza fittizia di trilioni di dollari dietro ai quali non vi è più alcun bene reale.

Analizzando il poderoso sviluppo cinese, che in poco più di mezzo secolo ha colmato un gap industriale di almeno un secolo e mezzo, dobbiamo convenire che la Cina s’è dimostrata essere l’allievo migliore del capitalismo globalizzato, purtuttavia la politica (nella forma del PCC) ha mantenuto la supremazia sul capitale, cosa invece perduta nei paesi occidentali in cui la politica è ormai completamente asservita agli interessi del capitale e più di preciso ai boss capitalisti in grado di finanziare le campagne elettorali dei candidati di tutti i partiti. Alla fine gli stessi USA si sono deindustrializzati, mentre i loro oligarchi preferiscono di gran lunga speculare che costruire, lasciando che siano altri in Messico, in Cina o in India a realizzare quei beni una volta made in USA. Anche i magnati del petrolio dopo un secolo di super sfruttamento, ora si ritrovano a dover spremere le rocce per tirare fuori un po’ di petrolio caro e di bassa qualità. Molto meglio anche per loro giocare con le scommesse sui derivati ed i prezzi pilotati degli idrocarburi. La condizione di declino del centro dell’impero è dovuta proprio a queste ragioni, che coincidono in ultima analisi con lo sfruttamento continuato del popolo e del territorio americano, fintanto che il capitale non ha trovato più profittevole sfruttare altri popoli e territori. Per questi motivi gli americani hanno uno stato sociale minimo, senza sanità pubblica, una pessima istruzione pubblica, bassa aspettativa di vita in rapporto al reddito pro capite, alto tasso di criminalità e una diffusa ignoranza. Di contro ci sono ottime scuole private a pagamento, ottimi ospedali privati a pagamento, pessime prigioni private a pagamento (nel senso che i detenuti sono tenuti a lavorare con una bassissima remunerazione. Sarà forse per questo motivo che gli USA hanno il più alto numero di carcerati al mondo in rapporto alla loro popolazione?). Quello che fu il melting pot tenuto insieme dalla forza del dollaro, sembra progressivamente andare in ebollizione e non saranno certo i dollari gettati dagli elicotteri a raffreddarlo.

Finita l’era del capitalismo etico, partecipe del progresso sociale ed economico dell’umanità, e rindossata la maschera del capitalismo totalitario e predatorio, oggi i suoi scopi e metodi appaiono sempre più nitidamente simili a quelli della Mafia. Oligarchi ricchissimi alla continua ricerca dell’accrescimento delle loro fortune e del loro potere, per mezzo di lucrosi traffici ed estorsione di reddito, in grado di condizionare e coartare con mezzi illimitati ogni uomo, tramite ricatti, campagne denigratorie e, quando necessario, omicidi, parte del loro armamentario per rimuovere ogni ostacolo sul loro cammino. Proprio come i boss mafiosi tendono ad accordarsi in cupole più o meno segrete, nelle quali vengono decise le strategie migliori di controllo e depredazione dei territori, nonché suddivise le quote di comando e ricchezza, in una sorta di pax mafiosa che a volte viene infranta per la troppa avidità di qualcuno, dando origine a guerre che, al pari della Mafia, sono combattute dagli eserciti di picciotti al loro soldo.

Ma talvolta anche le menti raffinatissime possono sbagliare i conti.

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Pubblicato da Rosso Malpelo

Libero pensatore