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Ma i mercati non hanno eserciti

Le elezioni presidenziali in Francia, con la probabile vittoria di Hollande e l’exploit di Marine Le Pen, hanno fatto alzare la febbre dei mercati. Le conseguenze non si sono fatte attendere, gli spreads sono tornati a crescere e la Spagna è stata declassata. Ma i segnali di cedimento del fronte costituito dai tecnocrati insediati nei posti chiave, sempre dai cosiddetti mercati, si vanno moltiplicando. Il governo olandese si è dimesso e dopo l‘estate ci saranno le elezioni, la Grecia si appresta a rinnovare il proprio parlamento e in Irlanda si sta per svolgere un referendum popolare per ratificare il Fiscal Compact, ovvero quel patto firmato a febbraio dai paesi dell’area euro che impone il pareggio di bilancio ed il rientro a tappe forzate dei debiti pubblici al di sotto del 60% del PIL.

Ma chi controlla davvero i mercati? Per dirla con le parole della giornalista di Repubblica Livia Ermini, è la rete globale del potere finanziario: “Una cravatta il cui nodo è costituito da un nucleo piccolo ma solido di aziende che, dettando le regole, strozzano la concorrenza e gli Stati. Una rete di controllo di banche e multinazionali che tiene sotto scacco i mercati influenzandone la stabilità. E’ l’immagine, colorita ma efficace, che emerge da una ricerca dell’Istituto Federale Svizzero di Tecnologia di Zurigo dal titolo “La rete globale del controllo societario” secondo cui 147 imprese nel mondo sono in grado di controllare il 40% di tutto il potere finanziario”. Insomma, un po’ come accade nelle grandi corporation, in cui un nocciolo duro di azionisti ha il controllo effettivo, ben lungi dal rappresentare la maggioranza.

Anche la messa in discussione del tabù dell’euro è un’ulteriore crepa nel pensiero unico economico, imposto dai mercati. Prese di posizione autorevoli a parte, come quella recentemente espressa da Paul Krugman, si registrano iniziative volte a prevedere gli scenari migliori, nel caso di crollo dell’euro, quali il “Wolfson Economics Prize”, indetto in Inghilterra da Simon Wolfson, politico e capo di un’importante azienda di abbigliamento londinese, che ha messo in palio 250mila sterline per chi elaborerà la migliore strategia di uscita dall’Euro.

Il punto è che questo castello di carta, messo in piedi dalla speculazione di quegli stessi mercati, non riesce più a stare in piedi e sta per crollare. A fronte di un prodotto interno lordo mondiale di 74mila miliardi di dollari, le borse pesano 50mila miliardi, le obbligazioni 95mila e i derivati 466mila miliardi. E poi ci sono i debiti sovrani, che per salvare i mercati dal crack dopo lo scoppio della bolla dei mutui subprime, sono aumentati ancora di più, facendosi carico delle perdite dovute alla speculazione selvaggia. Ecco che gli stati hanno solo due strade di fronte a loro, per non far crollare il sistema. Continuare a stampare moneta, come stanno facendo Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone, prestandola a tassi vicini allo zero. Oppure attuare severe politiche di austerity, facendo pagare ai cittadini il risanamento dei conti e gli interessi sempre più onerosi sui debiti pubblici, tassando e tagliando i servizi pubblici, come sta avvenendo nell’eurozona. Questa strategia si sta rivelando controproducente e dunque inutilmente crudele, giacché le economie dei paesi già in recessione vengono così spinte verso la depressione, aumentando ulteriormente il rapporto debito/PIL. Prima la Spagna e poi l’Italia hanno annunciato di non poter raggiungere gli obiettivi di consolidamento del bilancio nei tempi che si erano dati solo pochi mesi fa, come dire: la medicina amara non sta dando i risultati sperati.

I popoli stanno riscuotendosi dal loro torpore e, per non soccombere, saranno spinti a liberarsi dal cappio del debito, estromettendo dal potere le tecnocrazie imposte dai mercati. E siccome i mercati non hanno eserciti, lo scontro finale li vedrà necessariamente sconfitti. Dopo una fase estremamente caotica, l’economia dovrà ripartire da nuovi presupposti, le risorse intellettuali per ridefinirli esistono, vanno solo fatte emergere e opportunamente valorizzate.

Il suicidio economico dell’Europa

Domenica 15 aprile è apparso sul New York Times un articolo di Paul Krugman dal titolo emblematico “Il suicidio economico dell’Europa”, in cui il premio Nobel mette in discussione la moneta unica, suggerendo l’uscita dall’euro e il ripristino delle monete nazionali. Non a caso, nella traduzione apparsa su La Repubblica del 20 aprile, il titolo è stato cambiato in “L’Europa può salvarsi se si libera dell’euro”.

Per ciò che riguarda lo specifico italiano, allo stato attuale bisogna riconoscere che l’euro non ci ha fatto molto bene. Il nostro debito pubblico è passato da 1.145 miliardi di euro del 2001 a 1.935 miliardi di euro attuali, il suo rapporto con il PIL ha raggiunto il record del 123%, superando persino il picco del 1994. Il potere d’acquisto dei lavoratori è diminuito di 5.500 euro annui. L’incremento del PIL non ha mai superato l’1,9% dal 2001, con un picco negativo del -5,1% nel 2009. L’andamento del risparmio medio familiare ha segnato un netto calo, passando dal 23% del 1990 a meno del 10% attuale, in termini reali si è ridotto del 60%, da circa 4.000 euro annui del 1990 ai 1.500 attuali. I consumi sono scesi al livello peggiore dal dopoguerra, mentre la disoccupazione ha raggiunto il 9,3% della forza lavoro, a cui vanno aggiunti più di 3 milioni di persone che un lavoro hanno smesso di cercarlo, oltre a tutti i lavoratori in cassa integrazione e in mobilità, che hanno abbondantemente superato il mezzo milione. Probabilmente il tasso reale di disoccupazione si aggira oggi attorno al 12% della popolazione. In compenso possiamo goderci una tra le più alte pressioni fiscali al mondo, con servizi pubblici che assomigliano sempre più a quelli del terzo mondo.

Molti di questi dati negativi hanno radici lontane, che sono stati accentuati dalla crisi iniziata nel 2008, ma la presenza dell’euro non li ha certamente migliorati. Inoltre vale la pena di annotare che i paesi che più hanno sofferto gli effetti della crisi, e che tuttora ne stanno soffrendo, hanno adottato l’euro come propria moneta, mentre economie più piccole e marginali, esterne all’area euro, non ne hanno risentito in maniera così intensa.

Tutto ciò porta a ritenere che, sebbene l’euro non sia stato causa della crisi, si è però dimostrato essere una camicia di forza che ne ha accentuato gli effetti negativi nei paesi periferici.

L’aggravarsi delle condizioni economiche nei paesi PIIGS (ma anche in Francia), sta mettendo in discussione il tabù della moneta unica, che, come è giusto che sia, deve poter essere dibattuto al pari di ogni altro fattore, senza preconcetti ideologici. L’euro poteva e può ancora diventare un fattore di stabilizzazione e coesione europea, a patto di modificare i criteri che guidano la politica economica europea. Occorre prendere atto che il surplus tedesco è l’altra faccia dei deficit dei paesi ad economia più debole ed avviare un’azione di trasferimento di risorse. E’ altresì necessario dotare la BCE degli stessi strumenti con cui le altre banche centrali riescono a contrastare la crisi. Ben venga una convergenza delle politiche fiscali europee, a patto che l’Europa si doti finalmente di un governo vero, liberamente eletto, che riesca a rappresentare anche gli interessi dei deboli.

In mancanza di tutto ciò, sarà meglio sfilarsi prima che l’edificio crolli, con la consapevolezza che in ogni caso le conseguenze saranno traumatiche. Ma il ripristino della sovranità politico-economica potrebbe aprire delle prospettive future di ripresa, altrimenti inesistenti, e dare una speranza d’approdo dopo la tempesta.

La guerra del terzo millennio

Quando gli storici del futuro dovranno datare l’inizio della III guerra mondiale, molto probabilmente converranno sull’11/9/2001, che al pari del 28/6/1914, data dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, fu il pretesto per l’inizio della I guerra mondiale. Come il 1° settembre 1939 lo fu per la II guerra mondiale, con l’invasione della Polonia.

Se la III guerra mondiale è iniziata l’11 settembre 2001, con l’attentato alle Twin Towers di New York, significa che questa è ancora in atto, anche se la maggior parte dell’opinione pubblica non se ne rende conto, così come non si rese conto della gravità dei conflitti che seguirono, all’indomani degli eventi che in seguito sarebbero stati identificati come l’avvio.

Per comprendere correttamente le fasi del conflitto attualmente in atto nel mondo, occorre ampliare il concetto classico di conflitto armato, che ha coinciso per millenni con l’idea della guerra, in cui eserciti di soldati ed armi si combattevano in scenari di morte e distruzione.

Già dal 1999 questo concetto ha subito una sostanziale modifica, grazie al contributo dei colonnelli cinesi Quiao Liang e Wang Xiangsui, che nel loro libro “Guerra senza limiti”, teorizzavano la possibilità di conflitti asimmetrici, combattuti su diversi livelli e con nuovi strumenti, quali il terrorismo, la guerra informatica (net war), la pressione esercitata attraverso i mezzi di comunicazione di massa sull’opinione pubblica (media warfare o propaganda), il “lawfare” (neologismo composto dai termini “law” e “warfare”, dove “warfare” indica l’insieme delle tecniche utilizzate da un gruppo per effettuare la guerra), ovvero lo sforzo per conquistare e controllare le popolazioni attraverso l’uso coercitivo di mezzi legali, come regole internazionali, trattati, tribunali internazionali, etc. E infine la guerra economica, che a causa della natura interconnessa dell’economia globale, consente alle nazioni (e gruppi economici) più forti di infliggere gravi danni alle economie delle altre nazioni, senza intraprendere alcuna azione offensiva.

Tutti questi nuovi strumenti di conflitto sono attualmente utilizzati nello scontro in atto, oltre ovviamente ai mezzi bellici tradizionali. L’attentato alle Twin Towers (con tutti i suoi misteri, mai chiariti) è stato usato dagli Usa come pretesto per attaccare e invadere militarmente l’Afganistan, uno tra i paesi più poveri e arretrati del mondo. Il pretesto dell’autodifesa (o difesa preventiva), di lì a poco li ha portati ad invadere l’Irak, in disaccordo con il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, dove pure avevano sventolato le prove (false) delle armi di distruzione di massa presenti in quel paese.

La posizione geostrategica dell’Afganistan, nota fin dai tempi del Grande Gioco dell’Impero Britannico, ne fa un tassello importante per il controllo di quell’area ricca di risorse petrolifere, vitale per il controllo dell’espansione cinese in quell’area e base fondamentale per un prossimo attacco all’Iran.

Le risorse petrolifere irachene erano divenute troppo importanti per essere congelate dall’embargo decretato dopo la prima guerra del Golfo. Inoltre, dopo la crisi seguita allo scoppio della bolla speculativa su internet alla fine del secolo scorso, c’era bisogno di stimolare l’economia americana attraverso le commesse militari e civili, queste ultime necessarie alla ricostruzione del Irak, prima bombardato e poi ricostruito, con i proventi del suo petrolio.

L’aggiornamento tecnologico dei sistemi d’arma è una questione di vitale importanza per una superpotenza. Gli armamenti sofisticati vanno in obsolescenza in una decina d’anni e il loro smaltimento è sicuramente più costoso del loro utilizzo. Con tale mossa gli Usa hanno pensato bene di prendere i classici due piccioni con una fava, smaltendo il loro arsenale convenzionale, hanno potuto commissionare nuovi e più aggiornati sistemi d‘arma, stimolando l’industria bellica americana. Mettendo le mani sul petrolio iracheno hanno calmierato l’impennata del suo prezzo e pagato le aziende (in maggioranza americane) che hanno partecipato alla ricostruzione delle infrastrutture del paese.

Tuttavia non è mancato un rovescio della medaglia, costituito dalla tenace resistenza afgana e irachena alla presenza di truppe straniere, che ha fatto lievitare i costi dell’intera operazione, finanziata col debito pubblico Usa. Questo ha raggiunto, grazie ai due fronti aperti per più di un decennio, un livello pericolosamente elevato.

Allo stesso tempo, l’economia Usa (ma non solo) veniva drogata dall’aumento dei valori immobiliari e dai mutui facili, che andavano a gonfiare la bolla speculativa dei derivati finanziari basati su tali mutui, con i quali sono state infettate tutte le banche del mondo. Quando nel 2008 la bolla dei mutui subprime (al pari di tutte le bolle speculative) è scoppiata, le banche si sono ritrovate piene di titoli tossici, perché inesigibili. Si è rischiato il crollo dell’intero sistema e, dopo il fallimento della Lehman Brothers, gli stati sono dovuti intervenire massicciamente per ripianare i bilanci fallimentari delle banche, aumentando ulteriormente i debiti sovrani. Così facendo, le perdite sono state trasferite dai privati al pubblico, senza nessuna seria contropartita in cambio.

La guerra economica in atto non è che una fase del confronto globale, nella quale gli Usa devono ristabilire il predominio del dollaro sull’euro, quale moneta di scambio mondiale. Per ottenere ciò è necessario destabilizzare l’area euro a partire dal fronte più debole, costituito dai paesi periferici: Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia, i cosiddetti PIIGS. La caduta dell’euro servirebbe anche a rimettere in riga gli alleati riottosi, e soprattutto la Germania che, grazie al suo peso economico, è andata sempre più sganciandosi dalla politica americana, rifiutandosi di intervenire in molti scenari di guerra, ultimo dei quali la Libia. A proposito di Libia, va sottolineato che il colonnello Gheddafi è stato vezzeggiato e corteggiato dalle cancellerie europee per decenni, ma solo quando il petrolio libico è divenuto davvero strategico, non si è esitato a bombardarlo anche in presenza di un discreto consenso interno di cui godeva.

Il petrolio sta finendo. Dal 2005 la sua produzione non aumenta più. E’ stato raggiunto il cosiddetto picco di Hubbert e, considerato l’aumento costante della domanda da parte dei paesi emergenti (specialmente quelli del gruppo BRICS), ogni giacimento diventa una risorsa strategica da difendere militarmente. In realtà il petrolio ci sarà sempre, ma i costi d’estrazione tendono a raggiungere il suo valore energetico. Siccome storicamente ogni grande crisi economica degli ultimi decenni ha sempre fatto seguito ad un aumento del costo del petrolio, diviene importantissimo tenere aperti tutti i rubinetti onde evitare un’ulteriore impennata del suo prezzo in questa fase di profonda crisi.

Inoltre, per quanti sforzi possano essere fatti per sostituire il petrolio come combustibile e base chimica per i prodotti plastici, l’aviazione civile e (soprattutto) militare continuerà per molti decenni ancora a dipendere dal petrolio. Dal momento che nelle guerre moderne l’aviazione si è dimostrata essere l’arma vincente, la disponibilità di petrolio garantirà ai sempre più sofisticati caccia-bombardieri di poter volare e quindi, in ultima analisi, la supremazia militare.

Il prossimo fronte di guerra guerreggiata che si sta profilando è costituito dalla Siria. Come per Gheddafi, anche per Assad si sta muovendo il warfare e la macchina di convinzione di massa dei media occidentali. La Siria è l’ultimo tassello per l’accerchiamento dell’Iran e l’isolamento di Hezbollah in Libano. La conquista dell’Iran non sarà una passeggiata e ci sarà bisogno di tutto il vantaggio logistico possibile.

In questa partita, un ruolo fondamentale è giocato da Israele, che soffre sempre più di un accerchiamento demografico ineluttabile da parte degli arabi della regione, ben più pericoloso delle presunte armi nucleari dell’Iran. Israele scalpita per colpire l’Iran e provocarne la reazione, onde costringere l’alleato americano ad intervenire col massimo sforzo militare nella regione. L’estremismo ideologico dei suoi governanti pare ispirato al biblico “muoia Sansone con tutti i filistei”.

Infine la Cina. Molti economisti prevedono il sorpasso della sua economia su quella americana entro il prossimo decennio (o anche meno). Da prima potenza economica a prima potenza militare il passo sarà breve. Sono disposti gli Usa a cedere lo scettro senza discutere? Sarà sostenibile l’enorme debito pubblico e privato americano senza più la supremazia mondiale? Si tratta ovviamente di domande retoriche. La domanda fondamentale è invece, sarà disposta la Cina, ma anche la Russia a tollerare senza reagire l’invasione e la conquista di Siria e Iran in contrasto con il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, in cui essi hanno diritto di veto?

 

Nonostante l’apparente linearità nell’esposizione, occorre riconoscere che le cose non sono così semplici e lineari. Lo scontro in atto avviene su più livelli, gli attori sono molteplici e le decisioni non sempre razionali. Le grandi corporations globali perseguono loro obiettivi, di profitto e allargamento dei mercati, ciò provoca un conflitto con le classi lavoratrici nei diversi paesi, che vedono ridursi reddito e diritti. Le grandi nazioni hanno ulteriori obiettivi di supremazia politico-militare, che confliggono tra loro. Milioni di individui migrano per sfuggire alle guerre e alla fame, le risorse alimentari vengono subordinate sempre di più agli interessi economici e l’ambiente terrestre sta rapidamente degradando a causa dell’inquinamento e del suo sfruttamento intensivo. Non esistono più gli antichi plenipotenziari che avevano nelle proprie mani il destino degli uomini, decidendo la guerra o la pace. Tutto il sistema umano è diventato più caotico e disordinato e nessuno è più in grado di prevederne l’evoluzione. Quello che si riesce ad intuire è che l’accelerazione degli avvenimenti è tale che non dovremo attendere molto per assistere a ciò che il destino ci ha riservato.