Contrordine. Dopo 20 anni tutti a casa.

Non si è mai parlato così tanto dell’Afghanistan negli ultimi venti anni nei media come in questi ultimi giorni. I giorni del ritiro delle truppe USA e della NATO da quel paese dove sono rimasti per vent’anni, stabilendo il primato della guerra più lunga per gli americani. Un ritiro annunciato da tempo da una guerra finita così com’era iniziata: con i talebani al potere, riconquistato quasi senza colpo ferire, mentre l’esercito regolare, armato ed addestrato dagli occidentali in questi anni, si è sciolto come neve al sole e l’ultimo presidente eletto è fuggito all’estero. Le scene dell’assalto all’aeroporto di Kabul da parte degli afgani collaborazionisti in fuga hanno richiamato alla memoria le immagini dell’assalto all’ambasciata americana di Saigon nel ‘75, dove si cercava la salvezza sugli ultimi elicotteri in partenza.

Ora il presidente Biden ci vuole far credere che lo scopo della guerra in Afghanistan è stato raggiunto e quindi è logico che le truppe si ritirino. Lo scopo era di scacciare Al Qaeda dall’Afghanistan e catturare Osama Bin Laden, artefice dell’attentato alle Torri Gemelle di New York nel 2001. Eppure qualcosa non torna se gli USA ed i loro alleati hanno speso migliaia di miliardi di dollari e sacrificato migliaia di uomini ben oltre la neutralizzazione di Al Qaeda e Bin Laden. Per rimanere così tanto tempo in Afghanistan e profondere tanti sforzi, in assenza di una contropartita concreta come è stato ad esempio il petrolio iracheno (a meno di non comprendere nella partita l’oro afgano: l’eroina), l’occidente aveva per obbiettivo quello di “normalizzare” l’Afghanistan, riportandolo nell’alveo dei paesi ad economia di mercato, un popolo di consumatori di prodotti occidentali, aderente a quei principi di libertà e democrazia che l’occidente ama esportare in tutto il mondo, forte di un dato di fatto: beni materiali e benessere generano dipendenza e assuefazione.

Ma l’Afghanistan è sempre stato un osso duro. Lo fu per gli inglesi durante la ritirata da Kabul nel 1842 dopo averla occupata per due anni. Lo fu per i sovietici, la cui occupazione durò dieci anni, prima di essere costretti a ritirarsi. Lo è stato per gli USA ed i loro alleati, che hanno resistito per ben venti anni prima di lasciare il paese. Tutti hanno perso con gli afgani, nessuno è riuscito a piegarli al proprio volere (ovvero usi, costumi, istituzioni, economia, politica estera). Certo, collaboratori ci sono sempre durante le occupazioni, ma la maggior parte lo fa per necessità e il resto fugge per lo più terrorizzato dalla propria coscienza sporca, allorché gli occupanti se ne vanno. E’ un popolo fiero quello afgano. Povero, ma fiero. Giovane, l’aspettativa di vita è intorno ai 45 anni, combattivo, basta guardare le foto di quei giovani con lunga barba folta e nera, turbante e l’AK47 tra le braccia, che sembrano provenire da un’altra epoca, in cui emirati e califfati dominavano quella parte di mondo.

Dunque gli USA e la NATO hanno perso questa guerra durata vent’anni. Le famiglie dei soldati morti in questi anni chiedono sommessamente perché non ci si è ritirati prima, risparmiando tante vite. Il trauma è di quelli storici e richiede che l’intera macchina dell’informazione distorca l’opinione pubblica con un’altra narrazione: i talebani, terroristi e cattivi, hanno sferrato un’offensiva irresistibile che li ha riportati al potere ed ora stanno scatenando una caccia all’uomo per consumare la propria vendetta oltre che rinnegare tutti i diritti delle donne, emancipatesi grazie agli occidentali. Questa narrazione torna utile anche per giustificare la doverosa accoglienza dei collaboratori afgani che vogliono lasciare il paese. Peccato che tutte queste stragi causate dai talebani non si vedano, che le vittime all’aeroporto di Kabul siano causate per lo più dalla calca, che la vita sembra scorrere normalmente in tutto l’Afghanistan e che se ci fosse stata una vera opposizione ai talebani o un vero esercito convinto di difendere le istituzioni, ci sarebbero stati scontri durissimi, di cui non v’è traccia.

Diciamocelo, dopo venti lunghi anni d’occupazione straniera, quando uno degli effetti collaterali più comune era il bombardamento con droni e missili di banchetti nuziali in remoti villaggi, mentre soldati stranieri armati fino ai denti pattugliavano le strade del paese, riempito delle loro basi militari, finalmente gli afgani sono tornati liberi. Magari liberi di spararsi tra loro, come hanno fatto i mujaheddin dopo la ritirata dei sovietici e prima dell’arrivo al potere dei talebani, tuttavia ad oggi non lo stanno facendo.

I media ci mettono in guardia dalle dichiarazioni tranquillizzanti dei leader talebani, a cui non si deve dar credito e soprattutto non ci si deve dialogare, avendoli definiti terroristi per vent’anni. Però c’è qualcosa che non quadra se gli americani hanno trattato per oltre un anno a Doha con quegli stessi leader e l’operazione messa in piedi in fretta e furia con tremila soldati americani per regolare la moltitudine di fuggiaschi all’aeroporto di Kabul è stata concordata con i talebani che l’anno consentita senza intralciarla.

In questo caso, siamo franchi, per i talebani vale quella massima che recita: “A nemico che fugge, ponti d’oro”. Ora che hanno riconquistato quel potere da cui erano stati allontanati non per volontà popolare, ma con la forza soverchiante delle armi straniere, non hanno nessun interesse a scatenare una guerra civile, anzi hanno tutto da guadagnare nel mostrare al mondo che sono in grado di riportare ordine nel paese senza sparare un colpo. Si vedrà nei prossimi mesi se si scatenerà quell’ondata migratoria dall’Afghanistan che i  media paventano, ad oggi sono solo quelli che hanno collaborato con gli occupanti a voler fuggire.

Riflettiamo oggi sul fatto che l’Occidente opulento e tecnologico ha vinto quasi subito la battaglia con Al Qaeda, ma dopo vent’anni ha perso la guerra contro dei guerrieri che sembrano provenire dal passato, contro un popolo povero ma fiero che ha dimostrato per l’ennesima volta come finisce chi si azzarda ad invaderlo e conquistarlo.

I moderni eserciti sono fatti per combattere le battaglie, non le lunghe guerre. L’unica grande guerra che l’establishment dell’occidente sta vincendo da molti anni è quella dell’informazione, tramite la quale controlla l’opinione pubblica ed in ultima istanza il consenso alla propria permanenza al potere.

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Pubblicato da Rosso Malpelo

Libero pensatore