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Cronache dalla Guerra Asimmetrica Globale

siriaSono incappato in una mirabile analisi del confronto globale in atto nel mondo, pubblicata di recente nel suo blog da Pierluigi Fagan, direi che è imprescindibile per comprendere l’evoluzione della guerra globale in corso e ne consiglio senz’altro la lettura.

Purtroppo non tutti siamo coscienti del formidabile conflitto in atto, anche se le conseguenze sono ormai avvertite a quasi tutte le latitudini. E’ ovviamente un conflitto diverso da quelli del passato. Una guerra asimmetrica post-moderna, che comprende armi e teatri di scontro diversissimi tra loro, come l’economia e la finanza, i commerci e la concorrenza mondiale, il terrorismo e le risposte che gli stati mettono in campo contro di esso, oltre agli eserciti ed alle armi sempre più micidiali che l’evoluzione tecnologica mette a disposizione dei nuovi dottor Stranamore. Anche l’esodo biblico di centinaia di migliaia di profughi opportunamente indirizzati, può diventare un’arma in questa guerra globale.

Sono ovviamente all’opera anche gli strumenti classici a supporto di ogni conflitto, come lo spionaggio, la propaganda, la censura e la disinformazione, molto più perfezionati rispetto al passato. L’unica cosa che non è più necessaria in questo conflitto post-moderno sono le masse di combattenti, la carne da cannone che nel passato veniva sacrificata senza scrupoli al fronte per la conquista di pochi metri. Non serve più, perché la stessa tecnologia che rende superflua la forza lavoro nelle fabbriche, rende inutili anche gli eserciti mastodontici, basati sulla massa di soldati armati con armi leggere. Sono diventati obsoleti così come lo fu la cavalleria nella seconda guerra mondiale. Oggi si combatte con droni radioguidati a distanza di migliaia di chilometri. Si bombarda con missili di precisione lanciati da cacciabombardieri lontani decine di chilometri dall’obbiettivo. Oppure si colpisce con pacchi bomba inviati a caso per creare paura e confusione in una collettività.

Da alcuni mesi siamo entrati in una nuova fase di questo conflitto. Una fase certamente più cruenta, che prelude forse alla deflagrazione finale. Il salto di qualità è stato compiuto con le operazioni in Siria, Ucraina e Libia, ma fin dall’inizio del secolo la nuova dottrina USA di esportazione della democrazia nei paesi non allineati alla strategia americana e governati da dittatori, spesso installati proprio dagli USA durante il precedente periodo della guerra fredda, ha seminato odio e disordine dall’Afghanistan al nord Africa, azzerando ogni velleità di ergersi a potenza regionale, tranne che nei paesi alleati, come Israele, Arabia Saudita e Turchia. Per tutti gli altri è stato decretato il caos e la guerra civile, con l’eccezione dell’Iran, troppo grande e coeso per essere conquistato e destabilizzato senza immani perdite, il cui attacco è stato a lungo paventato da parte delle amministrazioni americane, ma alla fine si è deciso di arrivare ad un accordo, anche per rimettere in circolo l’enorme quantità di petrolio che quel paese possiede.

Proprio il petrolio è un’altra arma di questo conflitto, paradossalmente non la sua scarsità, ma la sua abbondanza, favorita dalla disgregazione degli stati nazionali produttori e dalle nuove tecniche di estrazione, che hanno permesso agli USA di tornare autosufficienti, seppure a costo di enormi investimenti. Il calo del prezzo del petrolio diventa così un’arma nei confronti della Russia e del Venezuela, estremamente dipendenti dalle esportazioni di greggio. Ma lo è anche per l’Europa, che con la caduta del prezzo del petrolio importa deflazione e non riesce ad uscire dalla crisi. Europa ormai palesemente egemonizzata dalla Germania, come evidenziato dal recente caso greco, sempre più restia a scattare agli ordini imperiali USA, come al tempo dell’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan. Con interessi divergenti in materia di commerci con la Russia per il proprio fabbisogno energetico, o di flussi migratori dalle zone destabilizzate dagli interventi occidentali.

Così si rende necessario ridimensionare l’egemonia tedesca, ridimensionandone innanzi tutto il peso economico, ad esempio svelando il trucco della Volkswagen per tenere entro i limiti le emissioni dei suoi motori diesel durante i test. Trucco probabilmente noto da anni e condiviso da altri. Mentre nubi nere già s’addensano sul colosso Deutsche Bank. Anche qui i fatti sono noti da tempo (su questo blog se n’era parlato l’anno scorso), ma al momento giusto potrebbe arrivare una spintarella da oltre oceano, magari se la Germania continua a cantare fuori dal coro.

Nel frattempo la Russia ha deciso di uscire dall’angolo in cui l’aveva costretta la progressiva espansione della Nato e dell’Unione Europea ad est. Dopo essersi ripresa la Crimea e puntellato le regioni russofone separatiste, esce allo scoperto in Siria e, dopo regolare richiesta da parte di Bashar al Assad (quello che gli americani vorrebbero facesse la fine di Gheddafi), per l’ONU ancora legittimo presidente siriano, inviano l’aviazione a bombardare l’ISIS e rinforzano le proprie basi militari nel paese.

Ufficialmente quindi la situazione è che esiste una coalizione occidentale che dice di combattere l’ISIS in Siria e Iraq, composta da Usa, Arabia Saudita, Giordania, Emirati Arabi, Bahrain, Qatar, Turchia, Francia, Olanda, Regno Unito, Australia, Danimarca e Belgio, effettuando attacchi aerei sul territorio siriano senza mandato ONU e senza l’autorizzazione del governo siriano. Ora c’è sul campo anche un’altra coalizione formata da Russia, Iran, Iraq e Siria che afferma di voler combattere l’ISIS, sempre per mezzo di bombardamenti aerei, in questo caso autorizzati dal governo siriano. In realtà nessuna delle due coalizioni è lì per combattere l’ISIS, o almeno non principalmente. Come dimostrano gli attacchi turchi contro i curdi siriani, nemici dell’ISIS, o l’addestramento e la fornitura di armi ai ribelli anti Assad da parte della coalizione occidentale, armi che spesso finiscono nelle mani dell’ISIS. C’è da stupirsi se ora i russi bombardano le postazioni dei ribelli finanziati e armati dall’occidente?

Come si vede lo scontro sta diventando sempre più intenso, coinvolgendo sempre più attori in teatri sempre più vicini a noi (a proposito, anche lo svizzero Blatter ed il controllo della potente FIFA sono un’altra pedina di questo gioco. Ne riparleremo più approfonditamente in seguito), ma non la Cina che ha altre gatte da pelare, avendo scelto di giocare quel gioco che è stato inventato nella City e perfezionato a Wall Street, ed in ogni caso, se la sua concorrenza al predominio del dollaro dovesse farsi troppo insidiosa, c’è sempre la possibilità di seminare un po’ di caos in un paese così popoloso, magari un incidente che distrugge mezza città, oppure un improvviso diffondersi di pacchi bomba.

Sembra un gigantesco Risiko di tutti contro tutti, con un contendente molto più forte degli altri, anche se, come scrive Fagan, “la debolezza è che gli Stati Uniti, possono solo perdere, di più o di meno, più velocemente o lentamente ma possono solo perdere. Gli USA dipendono strutturalmente da un forte controllo su più o meno tutto il mondo ma il mondo è giunto ad un livello di complessità tale che nessuno può sensatamente pensare di controllarne l’intera complessità.” Secondo Fagan questo Grande Gioco andrà avanti ancora a lungo, perché “una guerra aperta tradizionale non è possibile per via del nucleare e una guerra aperta nucleare non avrebbe senso“, ammettendo però che “c’è sempre il rischio che maneggiando provocazioni, testate nucleari, ardite manovre from behind, qualche cosa vada storto”.

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Pubblicato da Rosso Malpelo

Libero pensatore