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La rivoluzione passa per il voto o per l’astensione?

Iliade

Sulle elezioni regionali di domenica scorsa trovo da dire ben poco, se non che il mio partito è quello che continua inesorabilmente a crescere ad ogni tornata elettorale. Certo, so bene che il Sistema si sentirà legittimato anche con una minima affluenza alle urne, continuando ad esercitare potere e controllo con tutti gli strumenti di cui si è dotato. Ma, come ho già scritto altre volte, mai più col mio voto. E siccome non partecipo al voto, questo sistema non ha la mia legittimazione, per quel poco che possa contare. Basta ipocrisia in questo che è divenuto un nuovo feudalesimo, il Potere faccia ciò che ritiene, senza millantare più la legittimazione popolare. Che cada infine la sua maschera con l’astensione dal voto dei più, allora si vedrà chiaramente chi è che comanda davvero e decide in barba alla Costituzione, al diritto e all’interesse generale. Quando il mio partito sarà maggioranza, apparirà finalmente nuda la realtà di una élite che ha sempre deciso per tutti, indipendentemente dall’esito del voto, facendo dell’Italia una piccola e gregaria potenza guerrafondaia, in spregio alla Costituzione. Che ha svenduto la nostra invidiabile economia ad interessi stranieri, vincolandoci con trattati che hanno progressivamente limitato la sovranità popolare. Che ha promesso più benessere con la globalizzazione, salvo omettere che sarebbe stato solo per pochi eletti, mentre il resto del popolo ha visto peggiorare le proprie condizioni e prospettive future.

Qualcuno potrebbe obiettare che in Grecia con il voto qualcosa è cambiato. Vedremo a breve come andrà a finire l’esperimento greco. Si noti però che quando un governo eletto democraticamente si mette in testa di cambiare davvero il sistema, va incontro inevitabilmente ad una brutta fine. Basti per tutti l’esempio cileno. Nel 1970 Unidad Popular vinse le elezioni e Salvador Allende divenne presidente, dando l’avvio ad una serie di misure veramente “rivoluzionarie”.

Fu avviato un programma di nazionalizzazione delle principali industrie private, fra cui le miniere di rame fino ad allora sotto il controllo della Kennecott e della Anaconda (aziende statunitensi), si diede mano alla riforma agraria, fu creata una sorta di tassa sulle plusvalenze. Il governo annunciò una sospensione del pagamento del debito estero e al tempo stesso non onorò i crediti dei potentati economici e dei governi esteri. Tutto ciò irritò fortemente la media e alta borghesia e da qui la tensione politica nel paese, oltre ovviamente a creare un discreto dissenso internazionale. Vi fu la nazionalizzazione delle banche, delle compagnie di assicurazione e, in generale, di tutte quelle attività che condizionavano lo sviluppo economico e sociale del paese. Tra queste la produzione e la distribuzione di energia elettrica, i trasporti ferroviari, aerei e marittimi, le comunicazioni, la siderurgia, l’industria del cemento, della cellulosa e della carta. Nel 1973 lo Stato controllava il 90% delle miniere, l’85% delle banche, l’84% delle imprese edili, l’80% delle grandi industrie, il 75% delle aziende agricole ed il 52% delle imprese medio-piccole.

Vi furono l’introduzione del divorzio e l’annullamento delle sovvenzioni statali alle scuole private, leggi che irritarono i vertici della Chiesa cattolica (nonostante molti preti e anche vescovi, seguaci della teologia della liberazione, sostenessero Unidad Popular).

Furono introdotti la garanzia di mezzo litro di latte ad ogni bambino, incentivi all’alfabetizzazione, l’aumento dei salari, alcune tutele sociali, il prezzo fisso del pane, la riduzione degli affitti, la distribuzione gratuita di cibo agli indigenti e l’aumento delle pensioni minime.

Sin dai primi mesi di governo, Allende promosse l’invio nelle regioni meridionali del Cile di 55.000 volontari, allo scopo di fornire l’istruzione e cure mediche di base alla fascia più povera della popolazione. Inoltre, fu istituita una commissione centrale, composta da rappresentanti del governo, dei sindacati e dei datori di lavoro, per sovrintendere un piano di pagamento tripartito e fu firmato un protocollo d’intesa con i rappresentanti dei lavoratori che concedette i diritti di rappresentanza nel consiglio di finanziamento del Ministero di pianificazione sociale.

Poi, allo scopo di stimolare la crescita economica, il governo avviò un intenso programma di lavori pubblici, tra i quali la metropolitana di Santiago, in modo di collegare meglio i quartieri operai, la costruzione di numerose case popolari ed investimenti per migliorare i servizi igienico-sanitari.

Importanti furono gli interventi nell’agricoltura che favorirono i contadini braccianti e i piccoli imprenditori coltivatori (in gran parte ex braccianti che avevano acquistato piccole proprietà o imprese familiari), che godettero di sovvenzioni e sgravi fiscali notevoli a scapito dei latifondi e delle proprietà maggiori di ottanta ettari di cui fu disposta l’espropriazione.

Di conseguenza, la spesa sociale, indirizzata verso l’istruzione, politiche abitative e sanitarie, crebbe fortemente e fu bilanciata da un grande sforzo per ridistribuire la ricchezza a vantaggio dei cileni più poveri, tra cui gli indigeni mapuche. Tali ambiziosi progetti, sebbene incompleti, comportarono un netto aumento dei salari e degli assegni famigliari (in seguito vanificati dalla recrudescenza dell’inflazione) che permisero ai più poveri di nutrirsi o di vestirsi meglio e di godere di un maggiore accesso ai servizi di sicurezza sociale.

Gli effetti delle politiche di redistribuzione della ricchezza sono testimoniate dall’aumento della quota del reddito salariale dal 51,6% (media annuale tra il 1965 e 1970) al 65% e dall’aumento del 12,9% dei consumi delle famiglie e dall’incremento della spesa media personale, pari al 4,8% nel periodo 1965-1970 e che raggiunse l’11,9% nel 1971.

[da Wikipedia]

Come andò a finire lo sappiamo bene tutti. Per conoscere come finirà in Grecia basta attendere ancora un po’, ma quel che è chiaro fin da subito è che Tsipras non è certo Allende.

La conclusione perciò è sempre la stessa, con questo Potere globale non si può venire a patti.

… non mi parlare, maledetto, di patti:
come non v’è fida alleanza fra uomo e leone,
e lupo e agnello non han mai cuori concordi,
ma si odiano senza riposo uno con l’altro,
così mai potrà darsi che ci amiamo io e te; fra di noi
non saran patti, se prima uno, caduto,
non sazierà col sangue Ares, il guerriero indomabile.

[Iliade, libro XXII]

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One Response to “La rivoluzione passa per il voto o per l’astensione?”

  1. Dolphin ha detto:

    tutto questo perché il popolo, nonostante avesse avuto vantaggi dalla politica di Allende, non seppe sostenerlo adeguatamente, per ignoranza o codardia, nel momento del bisogno. Per questo, la gente si metta bene in testa una cosa: che prima di essere cittadini, bisogna essere guerrieri, per difendere con ogni mezzo i propri diritti, o rassegnarsi a essere pecore a vita, però poi non dobbiamo stare a lamentarci perché siamo proprio noi con la nostra inerzia la causa dei nostri guai.