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L’otto settembre dei lavoratori

8_settembreL’otto settembre del 1943, il governo italiano presieduto da Badoglio (che aveva da poco sostituito Mussolini con un colpo di mano orchestrato dal re Vittorio Emanuele III) dichiarava l’armistizio con gli Alleati, lasciando il paese nel caos e l’esercito allo sbando. 815.000 soldati italiani furono catturati dai tedeschi e deportati nei lager, mentre trascorrevano i due peggiori anni di guerra per l’Italia.

A più di 70 anni di distanza, oggi si compie l’otto settembre dei lavoratori italiani, con la caduta di quel totem rappresentato dallo Statuto dei lavoratori ed il suo nocciolo duro dell’articolo 18. Ci si erano provati in tanti negli ultimi quindici anni, da destra e da sinistra, paladini del neoliberismo dilagante nel mondo, ma si erano sempre scontrati con una fiera resistenza. Ricordate i tre milioni di lavoratori al Circo Massimo con Cofferati nel 2002? Una destra arrogante e prepotente al governo, la stessa che aveva ispirato e coperto la “più grave sospensione di democrazia in un paese occidentale dal dopoguerra” avvenuta al G8 di Genova, si era dovuta arrestare di fronte alla grande mobilitazione dei lavoratori.

Oggi quell’operazione è riuscita al giovane Matteo Renzi, che con un colpo di mano favorito da re Giorgio, è riuscito a scalare il PD ed a scalzarne via la vecchia dirigenza (copiando il progetto di Grillo, che ci aveva provato in passato). Un Cavallo di Troia per conquistare il grande partito unico, forte dell’appoggio e intensa sintonia di un Berlusconi nella fase conclusiva della sua vicenda politica, più interessato alla sopravvivenza del suo impero economico che del suo partito-azienda, ricondotto a maggior ragionevolezza dalle condanne penali, e dare la spallata finale ai diritti dei lavoratori e alle piccole imprese.

Esultava il popolo delle primarie alla vittoria di Renzi, speranza di novità dopo due anni di inciucio con la destra e il sostegno al governo del commissario europeo Monti. Non si era ancora reso conto che la novità era solo chiacchiere ed apparenza, la sostanza era invece vecchia e reazionaria. Era la rinnovata accondiscendenza alle riforme nell’agenda della troika, come oggi denuncia anche uno Stefano Fassina, caduto dal pero.

Rimanendo nell’euro, il solo modo che resta all’Italia per guadagnare competitività (o per lo meno non continuare a perderla), è di svalutare il lavoro. Per far ciò è necessario il mix giusto di precarietà e disoccupazione, che convinca i lavoratori ad accontentarsi di minor reddito e diritti. Altra scelta ai governi non è data. Sfortunatamente però, questa politica ha un piccolo effetto collaterale: genera un crollo dei consumi, specialmente dei beni durevoli, quelli che per il loro acquisto necessitano di sicurezza e stabilità (soprattutto per chi deve anticiparne il costo, sotto forma di prestito). E se i consumi crollano, il Pil sprofonda, le entrate fiscali diminuiscono ed il rapporto debito/Pil schizza verso l’alto. Di nuovo i vincoli dei trattati sottoscritti da politici inetti o peggio ancora traditori, ci impongono di tagliare la spesa pubblica, che a sua volta fa girare meno denaro nell’economia, e così via in una spirale negativa che ha per capolinea l’insostenibilità del debito pubblico e quindi il default del paese.

I lavoratori italiani stanno per ritrovarsi allo sbando, senza più una guida politica, come il nostro esercito nel ’43, e ben presto si aggiungeranno anche quelli del settore pubblico. Le prime avvisaglie dell’attacco già si intravvedono nel dibattito politico, e del resto la Grecia, che ci precede in questo calvario, ha da tempo aggredito pesantemente il pubblico impiego sotto il ricatto della troika, con licenziamenti in massa e riduzioni di stipendio.

Come all’indomani dell’otto settembre, i due anni che ci attendono saranno i più duri di questa guerra combattuta con altre armi. Probabilmente centinaia di migliaia di lavoratori italiani saranno costretti ad emigrare, come già sta avvenendo. Molti altri obbligati ad accontentarsi di meno e quasi tutti vedremo assottigliarsi le speranze di un futuro migliore. L’auspicio è che questa guerra possa concludersi in modo simile ad allora, con i responsabili della catastrofe appesi a testa in giù.

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Pubblicato da Rosso Malpelo

Libero pensatore