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La via nazionale al capitalismo

pyramidNei mitici anni Settanta si andava facendo strada un concetto nuovo presso la sinistra europea, era l’idea della via nazionale al socialismo. Non doveva esistere un solo modello di socialismo, costituito dall’URSS, ma ogni paese poteva cercare la propria peculiare via d’applicazione del socialismo. Sembra che oggi purtroppo ci ritroviamo a dover difendere una “via nazionale al capitalismo”, in alternativa a quel modello unico globalizzato, di fatto imposto dagli USA. Eppure è così ovvio che ogni sistema politico-economico debba adattarsi alle caratteristiche di ciascun popolo e luogo, anche se questa tendenza è da sempre stata contrastata dal paese egemone, che ha tutto l’interesse ad imporre il proprio modello all’interno del suo campo di dominio. In buona sostanza si tratta di imporre le proprie regole del gioco, che consentono a chi le impone di vincere con più facilità. Dovendo partecipare ad una competizione sportiva contro gli afgani, preferireste giocare a calcio o a buzkashi?

Fortunatamente il mondo non è più diviso in due blocchi imperiali antitetici, seppure la superpotenza vincitrice della Guerra Fredda, gli USA, abbia assunto un atteggiamento di polizia planetaria nell’ultimo quarto di secolo, il suo intervento armato in numerosi teatri di conflitto, lungi dall’aver pacificato le aree coinvolte, non ha neppure prodotto i vantaggi geo-strategici sperati, oltre ad aver drenato ingenti risorse finanziarie che in tempi di crisi possono trovare più utili impieghi. Gli USA si sono resi conto che il ruolo di gendarme del mondo che essi stessi s’erano attribuito, alla lunga non è sostenibile. Come non è sostenibile il confronto con la Cina, destinata ineluttabilmente a divenire entro breve tempo la prima economia del mondo, e la prima economia non può non avere anche il primo esercito del pianeta. Nel frattempo che il sorpasso si compia, altre potenze emergenti cercano di fatto la propria via al capitalismo. Mi riferisco al resto dei BRICS, Brasile, Russia, India e Sudafrica, ma anche Corea del Sud, Turchia e Messico. Da una parte ci sono i paesi del capitalismo maturo, a trazione anglosassone, che hanno negli USA il centro di quell’alleanza strategica che comprende anche la UE, il Giappone, il Canada e l’Australia. Un formidabile apparato economico e militare che, approfittando del crollo dell’URSS, ha esteso ancora più ad est la propria influenza, relegando l’ex potenza imperiale russa in uno spazio vitale sempre minore, e con le batterie di missili anti-missili dispiegate ai suoi confini. Dall’altro lato i soggetti sono molteplici, anche se militarmente inferiori, ed a ciascuno fanno capo interessi regionali, come quelli dell’America latina – rappresentata dal gigante brasiliano – che liberatasi dal giogo delle dittature militari istigate dalla CIA, è in cerca anch’essa di una propria via al capitalismo dal volto umano. Pure l’India è impegnata nella ricerca della propria via, anche se, al pari della Cina, sconta la grande arretratezza di partenza, ma disponendo di un capitale umano pressoché infinito. Alcuni recenti segnali prefigurano scenari futuri alquanto diversi, ad esempio l’accordo di fornitura trentennale di gas russo alla Cina, che non pagherà in dollari; o la creazione di una propria banca da parte dei BRICS, alternativa alla Banca Mondiale e al FMI, o ancora l’atteggiamento più comprensivo riservato alla Russia nella crisi Ucraina da parte degli altri paesi BRICS.

Il venir meno dell’antagonismo ideologico, costituito dai paesi del socialismo reale, ha di fatto accelerato la trasformazione del capitalismo iniziata negli anni Ottanta del secolo scorso, con la crisi del modello fordista-keynesiano e l’avvento delle teorie neoliberiste, fatte proprie dalla coppia anglosassone Thatcher-Reagan, che hanno spianato la strada alla globalizzazione. Da allora in poi il capitalismo ha progressivamente perduto il suo volto umano per trasformarsi sempre di più in turbo-capitalismo finanziario e speculativo, insensibile ai costi sociali ed intollerante alle regole, tornando ad approfondire le disuguaglianze all’interno della società. Mentre il capitalismo industriale approfittava della globalizzazione per tornare a forme arcaiche di sfruttamento, consentite nei paesi in via di sviluppo, ove progressivamente la produzione s’è spostata per rincorrere più bassi salari.

Il consolidamento del sistema sta ora avvenendo per mezzo di una rete di trattati che si stringono a cappio intorno ai paesi e li vincolano nel loro funzionamento economico e nei commerci, togliendo di fatto ai popoli ogni possibilità di scelta sulla posizione geo-strategica ed economica del loro paese.

Il capitalismo italiano è nato con caratteristiche peculiari che ben si sono adattate al modello fordista-keynesiano, e infatti non è un caso che il trentennio seguito alla seconda guerra mondiale sia stato per l’Italia quello di maggior crescita. Quando il capitalismo occidentale ha iniziato la sua trasformazione, il modello italiano è andato in crisi, accentuatasi con l’avvento della globalizzazione e l’adozione di regole e moneta comuni. La risposta della nostra classe politica è stata di assecondare la tendenza senza scontentare troppo i tanti piccoli imprenditori di cui era costituito il nostro tessuto economico. In sostanza non si è fatto molto per adattarsi alle nuove regole, forse perché si intuiva che avrebbero ancor più ridotto diritti e redditi dei lavoratori senza produrre nessun boom economico. Riforme o meno, l’economia italiana affonda perché abbiamo deciso di giocare con le regole altrui, anziché con le nostre. Ci siamo iscritti ad un torneo truccato e gli effetti si vedono. O andiamo a giocare da qualche altra parte con regole più favorevoli alle nostre caratteristiche nazionali, oppure il risultato è scontato.

 

Le domande che a questo punto sorgono spontanee sono: può l’Italia decidere di uscire dall’alleanza occidentale per ricercare sia una propria via specifica al capitalismo che un contesto di alleanze strategico-economiche più rispondenti ai nostri interessi nazionali? Quanto questo ci verrebbe fatto pagare? E soprattutto, esiste in Italia una classe politica con le palle in grado di attuarlo?

 

Questo post trae spunto da un’analisi recentemente pubblicata sul blog main-stream.it da Marino Badiale

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Pubblicato da Rosso Malpelo

Libero pensatore