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Al bivio della storia

Biennio RossoDestra e Sinistra hanno progressivamente perduto la loro valenza ideologica, per confondersi in un positivismo tecnocratico, fondamentalmente succube alle forze di mercato, divenute nel frattempo entità mostruosamente potenti, in grado di piegare intere nazioni ai propri voleri. Quando ancora destra e sinistra rappresentavano visioni antagoniste della società e dell’economia, quando la sinistra aveva a cuore gli interessi delle classi subalterne che essa aspirava a rappresentare, e soprattutto quando il denaro non aveva ancora conquistato i cuori e le menti della maggior parte dei dirigenti politici. A tale epoca si riferiscono le successive considerazioni, trattando le categorie politiche destra e sinistra da un profilo storico, prescindendo – per quanto possibile – dalla loro evoluzione attuale.

 

E’ luogo comune ritenere gli italiani un popolo fondamentalmente conservatore e politicamente di destra. Eppure ci sono stati momenti nella nostra storia in cui molti italiani hanno sentito imminente la rivoluzione. E’ accaduto all’indomani delle due guerre mondiali, è avvenuto di nuovo durante gli anni Settanta del secolo scorso e in parte anche al crollo della prima Repubblica, nei primi anni Novanta. Dal 1919 al 1920, a seguito della grave crisi economica scoppiata alla fine della guerra, ci fu il cosiddetto “biennio rosso”, durante il quale vennero occupate ed autogestite gran parte delle fabbriche del nord da operai armati, alcuni reparti di Bersaglieri insorsero ad Ancona, mentre al sud i contadini occupavano le terre. Il Partito Socialista superava il 30% alle elezioni e l’Italia sembrava dover seguire a breve l’esempio russo. Invece seguirono vent’anni di fascismo. La borghesia si era ricompattata, insieme con la Chiesa e gli altri poteri forti, aveva demonizzato il bolscevismo e ora chiedeva alla monarchia il ripristino dell’ordine e della disciplina. E il popolo si trovò d’accordo.

 

Anche dopo la disfatta militare del fascismo e il conseguente crollo, è spirato un vento di rivoluzione, presto soffocato dagli accordi di Yalta delle potenze vincitrici. L’Italia spettava al campo occidentale e non ci si poteva far nulla, i partigiani dovevano riconsegnare le armi e il cosiddetto “fattore K” impediva alla sinistra di governare il paese. Ma le idee di sinistra avevano trovato ascolto anche nella borghesia italiana e nella nuova classe dirigente che era chiamata a ricostruire un paese distrutto. Così ci furono la riforma agraria e le nazionalizzazioni, lo Stato prese il controllo diretto o indiretto di buona parte dell’economia. Ricordate le partecipazioni statali? Erano gli anni della ricostruzione e del mito delle imprese italiane che andavano per il mondo a costruire dighe, porti ed aeroporti. E mentre il Pil cresceva grazie al tacito patto che, in cambio della fedeltà atlantica, consentiva di realizzare in Italia un’economia essenzialmente statalizzata, anche se formalmente mista, si andavano consolidando le eccellenze produttive nazionali.

 

Cominciammo a sentir parlare d’austerità con la crisi economica seguita allo shock petrolifero degli anni Settanta. Allora significava essenzialmente fare a meno dell’auto la domenica per risparmiare sulla bolletta petrolifera. Fu a seguito di quella prima crisi economica che il capitalismo comincia a mettere in discussione il sistema keynesiano – tendente alla piena occupazione – uscito da Bretton Woods. Quel periodo coincise in Italia con gli anni della contestazione studentesca e delle lotte operaie, grandi conquiste sociali furono ottenute grazie alla mobilitazione di masse di giovani e lavoratori. Furono anni di aspri conflitti sociali e politici, i militanti più intransigenti si spinsero a formare nuclei armati e clandestini nella convinzione dell’imminenza della rivoluzione. Nacque la lotta armata e il terrorismo, i grandi partiti di massa ne presero le distanze e la repressione dello Stato ebbe la meglio su di un fenomeno divenuto sempre più marginale e distante dal popolo, spesso manipolato per interessi inconfessabili.

 

Seguirono dieci anni di riflusso nel privato, cioè nella corsa al denaro. Furono gli anni della Milano da bere e del craxismo rampante. Gli anni delle TV private e la nascita dell’impero di Berlusconi. Gli anni dei soldi facili, della droga a fiumi, del debito pubblico in salita. Una bella ubriacatura collettiva che terminò con il crollo del URSS, che in Italia tolse il velo al marciume che si nascondeva dietro i partiti, divenuti congreghe d’affari. Quando scoppiò tangentopoli e il popolo tifava per il pool di Mani Pulite, Antonio Di Pietro era il beniamino delle folle, avrebbe potuto chiedere anche la dittatura e gli sarebbe stata accordata.

 

Alle prime elezioni di nuovo libere dopo molti anni, una sinistra priva di appeal si presentava con la gioiosa macchina da guerra di Occhetto, mentre un Berlusconi in piena forma recitava “l’Italia è il paese che amo” nel primo videomessaggio della discesa in campo. Vinse la destra, naturalmente, e non sarebbe potuto essere altrimenti. Poco prima erano scese in campo forze molto potenti, che a suon di bombe avevano intimorito lo Stato e i suoi rappresentanti, al fine di trovare adeguata sistemazione nella Seconda Repubblica.

 

Vent’anni è durata l’era di Berlusconi, e ancora dura, anche se ha visto l’alternanza con il centrosinistra, che alla fine ne è stato così trasformato da darsi una leadership di fatto berlusconiana, oltre a governare da tre anni insieme l’Italia. In questo periodo il sistema paese ha progressivamente perso colpi, mentre una colata di cemento veniva stesa lungo la Penisola, il malaffare ha prosperato come e più di prima, ma tutti eravamo felici di entrare in Europa con gli euro in tasca. Nessuno che ci spiegava a cosa si andava incontro. Il resto sarebbe venuto da se, dicevano, magari al primo shock.

 

La gravissima crisi economica che attanaglia il paese da oltre 5 anni, avvitandosi su se stessa, rappresenta il giro di boa di quest’ultimo ventennio e dei personaggi che l’hanno caratterizzato. Quando la polvere si sarà posata sulle macerie del crollo di un euro insostenibile, tornerà di nuovo a spirare vento di rivoluzione e gli italiani si troveranno di nuovo al bivio della storia. Quanto vogliamo scommettere che svolteranno ancora una volta a destra? (E come dargli torto con la sinistra che si ritrovano?).

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Pubblicato da Rosso Malpelo

Libero pensatore