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La disoccupazione è di destra

ahLa piena occupazione dovrebbe essere l’obiettivo fondamentale di ogni partito veramente di sinistra. Con la piena occupazione i lavoratori dispongono di un più equo potere negoziale, svincolato dal ricatto della disoccupazione, che consente loro di spuntare migliori condizioni di lavoro ed incrementi salariali commisurati alla crescita della produttività, contestualmente alla diffusione ed al consolidamento di regole ed organi di tutela, maggiormente favorevoli ai lavoratori. Con l’aumento della produttività dovuto al progresso tecnologico, in una condizione stabile di piena occupazione, il tempo di lavoro andrebbe ridotto ed i lavoratori potrebbero disporre di più tempo per prendersi cura di se e della propria famiglia, nonché per partecipare più attivamente alla vita sociale della propria comunità, rivendicando conseguentemente una maggiore influenza nelle scelte più importanti.

Dal punto di vista padronale, se per un verso la piena occupazione è indice di un’economia che gira a pieno regime, della cui forte domanda beneficiano indistintamente tutte le imprese, dall’altro sminuisce il potere sociale derivante dalla ricchezza, mitigato da una costante re-contrattazione di salari e condizioni di lavoro con una controparte organizzata, la cui arma, lo sciopero, rappresenta un serio deterrente in un contesto di forte produzione. Il potere padronale si riflette anche nella disciplina sul luogo di lavoro, che in condizioni di malcontento può essere fatta rispettare solo grazie al ricatto della perdita del lavoro e conseguente scivolamento nell’indigenza da parte del lavoratore. In un contesto di piena occupazione il licenziamento è soggetto a norme più favorevoli per i lavoratori, e in ogni caso è minimo il tempo per trovare un nuovo lavoro. Oltre a dover dividere più equamente i profitti grazie a salari commisurati alla produttività, i padroni sono un po’ meno liberi di disporre arbitrariamente della forza lavoro e di conseguenza dell’intera loro azienda. Sono un po’ meno padroni, o almeno così si percepiscono.

L’aumento dei profitti per un’azienda può essere ottenuto sia tramite un incremento della quota di mercato, che da una crescita della produttività. L’aumento della quota di mercato, per prodotti maturi, si ottiene abbassando i prezzi al di sotto della concorrenza. In condizioni di piena occupazione il costo della mano d’opera non può essere compresso per ridurre i prezzi, ed i maggior profitti possono essere conseguiti solo per l’aumento della produttività, ovvero grazie alle innovazioni di processi e prodotti. Che tuttavia non possono essere illimitate. Non potendo contare solo sull’innovazione per soddisfare la brama di profitti, il capitale inizia a delocalizzare la produzione in paesi a più basso costo della mano d’opera e contestualmente opera per la liberalizzazione del commercio mondiale. Comincia così il più grande attacco alla classe lavoratrice dei paesi sviluppati da parte del capitale, che tuttavia si vede costretto a finanziare il crescente indebitamento dei lavoratori-consumatori se vuole allocare la crescente produzione di beni. Allo stesso tempo, la progressiva finanziarizzazione dell’economia consente al capitale profitti maggiori degli investimenti produttivi. Negli ultimi decenni il capitale ha lucrato sul costo della mano d’opera dei paesi in via di sviluppo, producendo a basso costo beni di consumo di massa rivenduti nei paesi sviluppati, per il cui acquisto andavano progressivamente indebitandosi i lavoratori, il cui salario reale è andato inesorabilmente riducendosi. In questo modo il capitale guadagna due volte, una con il plusvalore sottratto ai lavoratori a basso costo, e l’altra con gli interessi sul credito concesso ai consumatori. Peccato che nulla possa aumentare all’infinito. Neppure il debito, che ad un certo punto non può essere più rimborsato e il sistema fa crack. Così infatti è avvenuto nel 2007-2008, con epicentro negli Stati Uniti, dove tutto il meccanismo ha preso l’avvio, per poi diffondersi anche in Europa. Ed il sistema sarebbe crollato davvero, se le banche centrali non avessero iniettato migliaia di miliardi quale antidoto ai cosiddetti titoli tossici.

Ci ritroviamo oggi in molti paesi d’Europa con una elevata disoccupazione, in taluni casi addirittura drammatica. I lavoratori hanno dovuto sopportare il carico più pesante della crisi, sotto forma di contrazione del salario, peggioramento delle condizioni di lavoro, aumento della pressione fiscale e taglio dei servizi offerti dallo Stato. Sotto il ricatto della perdita del lavoro, l’azione sindacale s’è di molto affievolita. In condizioni di crisi, lo sciopero ha perso d’efficacia quale arma contrattuale. Le aziende che non sono andate a produrre all’estero hanno avuto buon gioco ad imporre le loro condizioni di permanenza. Le multinazionali usano strumentalmente lo spauracchio della chiusura e spostamento delle loro filiali per addomesticare governi e sindacati. La disciplina è ritornata in ogni luogo di lavoro su cui incomba il rischio di riduzione del personale. E i padroni hanno riacquistato il loro pieno potere sociale, che del resto non avevano mai perduto, solo che ora possono spudoratamente sedersi al governo in prima persona, meglio se in un governo di larghe intese e pretendere l’abolizione dello Statuto dei lavoratori.

La disoccupazione è di destra. Non solo perché dà meno potere contrattuale al lavoratore, costringendolo ad accettare salario e condizioni di lavoro peggiori, consegnando all’arbitrio del padrone la sussistenza del lavoratore e della sua famiglia. Ma anche perché rende gli stessi luoghi di lavoro peggiori, mettendo i lavoratori uno contro l’altro nella difesa del proprio posto. Ma soprattutto perché genera una massa crescente di cittadini inoccupati e frustrati, rancorosi verso chi ancora un lavoro ce l’ha, lasciati soli nella loro condizione di bisogno da uno Stato alle prese con i tagli di bilancio, facile preda di predicatori reazionari e razzisti alla ricerca di capri espiatori su cui dirigere abilmente rabbia e frustrazione. Una massa in grado di portare al potere anche un ex imbianchino diventato abile predicatore.

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Pubblicato da Rosso Malpelo

Libero pensatore