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La guerra del terzo millennio

Quando gli storici del futuro dovranno datare l’inizio della III guerra mondiale, molto probabilmente converranno sull’11/9/2001, che al pari del 28/6/1914, data dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, fu il pretesto per l’inizio della I guerra mondiale. Come il 1° settembre 1939 lo fu per la II guerra mondiale, con l’invasione della Polonia.

Se la III guerra mondiale è iniziata l’11 settembre 2001, con l’attentato alle Twin Towers di New York, significa che questa è ancora in atto, anche se la maggior parte dell’opinione pubblica non se ne rende conto, così come non si rese conto della gravità dei conflitti che seguirono, all’indomani degli eventi che in seguito sarebbero stati identificati come l’avvio.

Per comprendere correttamente le fasi del conflitto attualmente in atto nel mondo, occorre ampliare il concetto classico di conflitto armato, che ha coinciso per millenni con l’idea della guerra, in cui eserciti di soldati ed armi si combattevano in scenari di morte e distruzione.

Già dal 1999 questo concetto ha subito una sostanziale modifica, grazie al contributo dei colonnelli cinesi Quiao Liang e Wang Xiangsui, che nel loro libro “Guerra senza limiti”, teorizzavano la possibilità di conflitti asimmetrici, combattuti su diversi livelli e con nuovi strumenti, quali il terrorismo, la guerra informatica (net war), la pressione esercitata attraverso i mezzi di comunicazione di massa sull’opinione pubblica (media warfare o propaganda), il “lawfare” (neologismo composto dai termini “law” e “warfare”, dove “warfare” indica l’insieme delle tecniche utilizzate da un gruppo per effettuare la guerra), ovvero lo sforzo per conquistare e controllare le popolazioni attraverso l’uso coercitivo di mezzi legali, come regole internazionali, trattati, tribunali internazionali, etc. E infine la guerra economica, che a causa della natura interconnessa dell’economia globale, consente alle nazioni (e gruppi economici) più forti di infliggere gravi danni alle economie delle altre nazioni, senza intraprendere alcuna azione offensiva.

Tutti questi nuovi strumenti di conflitto sono attualmente utilizzati nello scontro in atto, oltre ovviamente ai mezzi bellici tradizionali. L’attentato alle Twin Towers (con tutti i suoi misteri, mai chiariti) è stato usato dagli Usa come pretesto per attaccare e invadere militarmente l’Afganistan, uno tra i paesi più poveri e arretrati del mondo. Il pretesto dell’autodifesa (o difesa preventiva), di lì a poco li ha portati ad invadere l’Irak, in disaccordo con il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, dove pure avevano sventolato le prove (false) delle armi di distruzione di massa presenti in quel paese.

La posizione geostrategica dell’Afganistan, nota fin dai tempi del Grande Gioco dell’Impero Britannico, ne fa un tassello importante per il controllo di quell’area ricca di risorse petrolifere, vitale per il controllo dell’espansione cinese in quell’area e base fondamentale per un prossimo attacco all’Iran.

Le risorse petrolifere irachene erano divenute troppo importanti per essere congelate dall’embargo decretato dopo la prima guerra del Golfo. Inoltre, dopo la crisi seguita allo scoppio della bolla speculativa su internet alla fine del secolo scorso, c’era bisogno di stimolare l’economia americana attraverso le commesse militari e civili, queste ultime necessarie alla ricostruzione del Irak, prima bombardato e poi ricostruito, con i proventi del suo petrolio.

L’aggiornamento tecnologico dei sistemi d’arma è una questione di vitale importanza per una superpotenza. Gli armamenti sofisticati vanno in obsolescenza in una decina d’anni e il loro smaltimento è sicuramente più costoso del loro utilizzo. Con tale mossa gli Usa hanno pensato bene di prendere i classici due piccioni con una fava, smaltendo il loro arsenale convenzionale, hanno potuto commissionare nuovi e più aggiornati sistemi d‘arma, stimolando l’industria bellica americana. Mettendo le mani sul petrolio iracheno hanno calmierato l’impennata del suo prezzo e pagato le aziende (in maggioranza americane) che hanno partecipato alla ricostruzione delle infrastrutture del paese.

Tuttavia non è mancato un rovescio della medaglia, costituito dalla tenace resistenza afgana e irachena alla presenza di truppe straniere, che ha fatto lievitare i costi dell’intera operazione, finanziata col debito pubblico Usa. Questo ha raggiunto, grazie ai due fronti aperti per più di un decennio, un livello pericolosamente elevato.

Allo stesso tempo, l’economia Usa (ma non solo) veniva drogata dall’aumento dei valori immobiliari e dai mutui facili, che andavano a gonfiare la bolla speculativa dei derivati finanziari basati su tali mutui, con i quali sono state infettate tutte le banche del mondo. Quando nel 2008 la bolla dei mutui subprime (al pari di tutte le bolle speculative) è scoppiata, le banche si sono ritrovate piene di titoli tossici, perché inesigibili. Si è rischiato il crollo dell’intero sistema e, dopo il fallimento della Lehman Brothers, gli stati sono dovuti intervenire massicciamente per ripianare i bilanci fallimentari delle banche, aumentando ulteriormente i debiti sovrani. Così facendo, le perdite sono state trasferite dai privati al pubblico, senza nessuna seria contropartita in cambio.

La guerra economica potrebbe sembrare un tentativo degli Usa di ristabilire il predominio del dollaro sull’euro, quale moneta di scambio mondiale, destabilizzando l’area euro a partire dal fronte più debole, costituito dai paesi periferici: Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia, i cosiddetti PIIGS. La caduta dell’euro servirebbe anche a rimettere in riga gli alleati riottosi, e soprattutto la Germania che, grazie al suo peso economico, è andata sempre più sganciandosi dalla politica americana, rifiutandosi di intervenire in molti scenari di guerra, ultimo dei quali la Libia. A proposito di Libia, va sottolineato che il colonnello Gheddafi è stato vezzeggiato e corteggiato dalle cancellerie europee per decenni, ma solo quando il petrolio libico è divenuto davvero strategico, non si è esitato a bombardarlo anche in presenza di un discreto consenso interno di cui godeva.

In realtà non c’è stato nessun soppianto da parte dell’euro sul dollaro come moneta di riserva o di scambio, dati alla mano, le stesse percentuali delle precedenti divise nazionali, sommate costituiscono l’utilizzo dell’euro come riserva. Il dollaro non ha mai sofferto la concorrenza dell’euro, semmai è l’euro che soffre di un cambio troppo alto con la divisa statunitense, nonostante l’economia europea vada decisamente peggio di quella USA.

C’è diversità di vedute tra la leadership americana e quella tedesca, e probabilmente anche del risentimento americano per il mercantilismo tedesco, e risentimento tedesco per la diffusione di derivati tossici nelle banche tedesche, che ha innescato la crisi. Ma gli Stati Uniti non si possono trascinare davanti ad un tribunale e chiedergli il risarcimento dei derivati sui subprime divenuti carta straccia. Non c’è però alcuna guerra economica in atto tra i paesi dell’Alleanza Atlantica. Se c’è una guerra economica, questa si svolge piuttosto all’interno dei singoli paesi, con il trasferimento di quote di ricchezza dal lavoro alla rendita, il soffocamento della piccola e media impresa a favore della grande impresa transnazionale e la riduzione del welfare.

Il petrolio sta finendo. Dal 2005 la sua produzione non aumenta più. E’ stato raggiunto il cosiddetto picco di Hubbert e, considerato l’aumento costante della domanda da parte dei paesi emergenti (specialmente quelli del gruppo BRICS), ogni giacimento diventa una risorsa strategica da difendere militarmente. In realtà il petrolio ci sarà sempre, ma i costi d’estrazione tendono a raggiungere il suo valore energetico. Siccome storicamente ogni grande crisi economica degli ultimi decenni ha sempre fatto seguito ad un aumento del costo del petrolio, diviene importantissimo tenere aperti tutti i rubinetti onde evitare un’ulteriore impennata del suo prezzo in questa fase di profonda crisi.

Inoltre, per quanti sforzi possano essere fatti per sostituire il petrolio come combustibile e base chimica per i prodotti plastici, l’aviazione civile e (soprattutto) militare continuerà per molti decenni ancora a dipendere dal petrolio. Dal momento che nelle guerre moderne l’aviazione si è dimostrata essere l’arma vincente, la disponibilità di petrolio garantirà ai sempre più sofisticati caccia-bombardieri di poter volare e quindi, in ultima analisi, la supremazia militare.

Il prossimo fronte di guerra guerreggiata che si sta profilando è costituito dalla Siria. Come per Gheddafi, anche per Assad si sta muovendo il warfare e la macchina di convinzione di massa dei media occidentali. La Siria è l’ultimo tassello per l’accerchiamento dell’Iran e l’isolamento di Hezbollah in Libano. La conquista dell’Iran non sarà una passeggiata e ci sarà bisogno di tutto il vantaggio logistico possibile.

In questa partita, un ruolo fondamentale è giocato da Israele, che soffre sempre più di un accerchiamento demografico ineluttabile da parte degli arabi della regione, ben più pericoloso delle presunte armi nucleari dell’Iran. Israele scalpita per colpire l’Iran e provocarne la reazione, onde costringere l’alleato americano ad intervenire col massimo sforzo militare nella regione. L’estremismo ideologico dei suoi governanti pare ispirato al biblico “muoia Sansone con tutti i filistei”.

Infine la Cina. Molti economisti prevedono il sorpasso della sua economia su quella americana entro il prossimo decennio (o anche meno). Da prima potenza economica a prima potenza militare il passo sarà breve. Sono disposti gli Usa a cedere lo scettro senza discutere? Sarà sostenibile l’enorme debito pubblico e privato americano senza più la supremazia mondiale? Si tratta ovviamente di domande retoriche. La domanda fondamentale è invece, sarà disposta la Cina, ma anche la Russia a tollerare senza reagire l’invasione e la conquista di Siria e Iran in contrasto con il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, in cui essi hanno diritto di veto?

 

Nonostante l’apparente linearità nell’esposizione, occorre riconoscere che le cose non sono così semplici e lineari. Lo scontro in atto avviene su più livelli, gli attori sono molteplici e le decisioni non sempre razionali. Le grandi corporations globali perseguono loro obiettivi, di profitto e allargamento dei mercati, ciò provoca un conflitto con le classi lavoratrici nei diversi paesi, che vedono ridursi reddito e diritti. Le grandi nazioni hanno ulteriori obiettivi di supremazia politico-militare, che confliggono tra loro. Milioni di individui migrano per sfuggire alle guerre e alla fame, le risorse alimentari vengono subordinate sempre di più agli interessi economici e l’ambiente terrestre sta rapidamente degradando a causa dell’inquinamento e del suo sfruttamento intensivo. Non esistono più gli antichi plenipotenziari che avevano nelle proprie mani il destino degli uomini, decidendo la guerra o la pace. Tutto il sistema umano è diventato più caotico e disordinato e nessuno è più in grado di prevederne l’evoluzione. Quello che si riesce ad intuire è che l’accelerazione degli avvenimenti è tale che non dovremo attendere molto per assistere a ciò che il destino ci ha riservato.

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