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Patria, Nazione, Libertà ed Uguaglianza

Un popolo, che per esistere piú facilmente delega la propria sovranità, opera come uno che, per meglio correre, legasi gambe e braccia.”

pisacane

Una delle conseguenze più gravi della catastrofe bellica in cui il fascismo ha trascinato il Paese 75 anni or sono, è stata il disprezzo e ripudio del nazionalismo da parte del popolo italiano, sconfitto e umiliato. Quel nazionalismo di cui fu pregno il regime fascista, appropriatosi indebitamente di tutta la tradizione patriottica del Risorgimento, fondamentale per la costruzione dell’unità d’Italia e la conquista della sovranità nazionale. Con la sconfitta e l’occupazione da parte degli Alleati, la nostra sovranità andò perduta, il suolo patrio presidiato da forze armate straniere, la nostra politica estera condizionata dalle potenze vincitrici, che avevano diviso l’Europa in due blocchi, e il nostro sistema economico allineato alle regole di mercato del blocco occidentale, nel quale venimmo associati dagli accordi di Jalta.

Si dice che chi s’è scottato con l’acqua bollente, teme di toccare anche quella fredda. Così, è stato per gli italiani, soprattutto di sinistra, che hanno identificato nel nazionalismo, tanto necessario a combattere l’ingerenza straniera nell’Italia divisa, una delle ragioni principali della guerra e della disfatta che ne è conseguita. Per alcuni decenni nell’immediato dopoguerra, le parole Patria e Nazione erano pronunciate esclusivamente dalla destra neofascista del MSI, mentre a sinistra suonavano reazionarie e antistoriche.

Per reazione al deprecato nazionalismo bellicista del fascismo, la sinistra italiana ha abbracciato l’utopia dell’internazionalismo marxista, riconoscendo implicitamente l’impossibilità di rovesciare i rapporti di forza nel Paese, militarmente soggiogato nell’alleanza atlantica, gettando così le basi di quella cultura esterofila ed auto-razzista che ancora ci impregna e che ci ha condotto alla cessione progressiva di quel po’ di sovranità residua nell’adesione al progetto di unificazione capitalista dell’Europa, rimuovendo al contempo un filone di pensiero importante che ha caratterizzato il nostro Risorgimento: il socialismo anarchico rivoluzionario, di cui uno dei massimo esponenti fu Carlo Pisacane.

Coevo di Marx, Pisacane fu il teorico di una via italiana al socialismo anarchico, contestualmente alla realizzazione dell’unità nazionale. Il popolo che si ribella per riappropriarsi al contempo della libertà dai bisogni e dallo sfruttamento, e della sovranità nazionale.

L’Italia trionferà quando il contadino cangerà, volontariamente, la marra col fucile; e, per questi, onore e patria sono parole che non hanno alcun significato; qualunque sia il risultamento della guerra, la servitú e la miseria lo aspettano.

L’accostamento delle parole socialismo e nazionalismo non può non richiamare alla mente l’aberrazione del nazionalsocialismo tedesco, tuttavia, come il fascismo italiano, anche il nazismo tedesco s’era appropriato indebitamente di idee concepite molto prima e con ben altri significati.

La nazionalità è l’essere di una nazione. Un uomo che liberamente opera, liberamente vive ed esprime i propri pensieri, possiede completamente il suo essere, ma se un ostacolo qualunque impedisce lo sviluppo delle sue facoltà, ne interdice la volontà, ne arresta i moti, l’essere piú non esiste. Nella stessa guisa, per esservi nazionalità bisogna che non frappongasi ostacolo di sorta alla libera manifestazione della volontà collettiva, e che veruno interesse prevalga all’interesse universale, quindi non può scompagnarsi dalla piena ed assoluta libertà, né ammettere classi privilegiate, o dinastie, o individui la cui volontà, attesi gli ordini sociali, debba assolutamente prevalere: è nazionalità quella che godesi sotto il giogo d’un assoluto sovrano? … Col dispotismo non v’è nazionalità, qualunque lingua parli il tiranno, qualunque sia il luogo ove ebbe i natali.

Affermano alcuni, ma non molti, che potrebbesi, benché privi di nazionalità, godere di libertà. La piú parte di costoro son dotti, pei quali, a loro credere, è patria il mondo; e cotesta vanità può, in parte, adonestare il loro asserto che, assurdo quanto quello di nazionalità senza libertà, male adeguerebbesi con la loro dottrina. L’esser privi di nazionalità vuol dire che un elemento straniero debba, nella nostra patria, preponderare, ed in tal caso è indubitato che la libertà individuale verrà lesa. L’Italia, o parte di essa, dicono costoro, potrà formar parte di un’altra nazione libera, e godere di una tal libertà. In primo luogo, come l’utile, le attitudini, le inclinazioni non si riscontrano mai identiche fra due individui, del pari avviene delle nazioni. Un Italiano non sarà mai né Francese, né Tedesco senza una forza estrinseca che violenti il suo naturale. È questa una verità sentita, un assioma che non ha bisogno di dimostrazioni; una provincia italiana, o l’intera Italia, che facesse parte di liberissimo Impero, non potrebbe perciò dirsi libera; gli Italiani non sarebbero che schiavi beati, (per quanto possa esservi beatitudine fra le catene), ma non altro che schiavi. Se poi l’Italia, o parte di essa, fosse confederata con altra nazione, in tal caso sarebbe libera se unita da volontario patto ed allora di fatto esisterebbe la nazionalità; ma se una ragione qualunque imponesse questo patto, nazionalità e libertà sparirebbero entrambe.

Per coloro che hanno a cuore l’Italia le parole di un patriota rivoluzionario come Carlo Pisacane, dovrebbero far riflettere, anche se scritte oltre 160 anni fa. Per Pisacane libertà e nazionalità non sono separabili.

Facciamoci ora a considerare la libertà, nel suo vero aspetto, nel suo vero significato: dritto di eleggersi i proprî maestrati, di esser giudicati da’ proprî conterranei; di esser legislatori di se medesimi; di non sottostare ad alcuna determinazione, senza che venga ascoltato il proprio parere, o di chi eleggesi quale rappresentante… Possono tali condizioni verificarsi senza una recisa nazionalità?

L’Italia per essere libera deve essere indipendente, e libertà ed indipendenza non altrimenti si ottengono che conquistandole: l’Italia deve fare da sé;

…senza nazionalità, la libertà non può esistere. Ma oltre la nazionalità, essa per non dirsi una menzogna, una derisione, richiede un’altra condizione, per molto tempo ignorata, ora ad arte disconosciuta, l’uguaglianza.

La libertà per essere vera ha bisogno dell’uguaglianza.

L’uguaglianza politica è derisione, allorché i rapporti sociali dividono i cittadini in due classi distintissime, l’una condannata a perpetuo lavoro per miseramente vivere, l’altra destinata a godersi il frutto dei sudori di quelli. L’uguaglianza politica non è che un ritrovato per sgravarsi dell’obbligo di nutrire i schiavi, per privare il fanciullo, il vecchio, il malato d’assistenza; è un ritrovato per concedere al ricco, oltre i suoi diritti politici, la facoltà d’avvalersi di quelli dei suoi dipendenti.

Una tale ingiustizia, che sacrifica a pochi i moltissimi è, eziandio, danno manifesto all’intera società, perché riesce impossibile a’ null’abbienti ingegnarsi, ed ai troppo facoltosi manca ogni stimolo per farlo; e crescendo cosí la disuguaglianza, corresi, come altrove dicemmo, al deperimento, alla dissoluzione sociale.

In una società ove la sola fame costringe il maggior numero al lavoro, la libertà non esiste, la virtú è impossibile, il misfatto è inevitabile: la fame e l’ignoranza, sua conseguenza imediata, rendono la plebe sostegno di quelle medesime instituzioni, di que’ pregiudizî da cui emerge la loro miseria; rivolgono la spada del cittadino contro i cittadini medesimi a difesa d’una tirannide che opprime tutti. La fame imbriglia il pensiero, aguzza il pugnale dell’assassino, prostituisce la donna. La società intera viene abbandonata al governo di coloro che posseggono, ed il suo utile, la sua volontà, sarà sempre quella di cotesti pochi, i quali ammolliti dalle ricchezze, che temono di perdere, sacrificheranno sempre l’onore, la dignità, l’utile universale ai loro ozî beati, e l’ignoranza e la miseria interdicendo al maggior numero la libera espressione della loro volontà, distrugge affatto la nazionalità, espressa dalla volontà collettiva senza eccezione e senza prevalenza di classi.

Finché i pochi, sono proprietarî dei mezzi, onde soddisfare agli incalzanti bisogni de’ molti, questi saranno servi di quelli, qualunque siano le leggi; basta [il fatto] che esse riconoscono e proteggono il diritto di proprietà.

La rivoluzione sociale consiste nell’abolizione della proprietà privata.

Concludiamo che l’offrire a tutti un vivere agiato, cardine su cui, giusta la sentenza del Filangieri, debbono poggiare gli ordini sociali, non solo non riscontrasi nella moderna società, ma non v’è alcun mezzo come soddisfare a tale condizione. La società è divisa in due parti, possessori e nullatenenti, che il diritto di proprietà determina. L’economia pubblica, pigliando le mosse da questo diritto, sviluppa le sue leggi, che si basano su di esso. Queste leggi regolano inesorabilmente il rapporto fra queste due classi, e conducono a conseguenze inevitabili e funeste. Cotesti rapporti ne risultano di fatto né possono modificarsi, sotto pena di un deperimento universale; unica legge possibile è la libertà: conseguenza di essa, miseria sempre crescente. Se togliete al ricco parte del suo avere onde soccorrere il povero, egli, mentre con una mano sborsa il danaro che gli vien chiesto, con l’altra lo rapisce di nuovo; ben presto incarisce il vivere, e la miseria s’accresce.

Dunque: la causa che volge tutte le riforme in danno del povero; la causa che accrescendo continuamente la miseria, mena, come altrove vedemmo, alla decadenza, alla dissoluzione sociale, e contrasta allo scopo principale che si propone la società, il benessere di tutti, o almeno de’ piú, è il mostruoso diritto di proprietà. La logica dunque impone di rimuovere l’ostacolo, poco curandosi delle conseguenze; la società riprenderà da sé l’equilibrio, dal caos, naturalmente, verrà il cosmos.

Invano verrà inculcato l’amor di patria ove la patria non dona che miserie e stenti; né vi sarà bisogno inculcarlo quando la felicità del cittadino dipenderà dalla grandezza e prosperità di essa.

La Natura, avendo concesso a tutti gli uomini i medesimi organi, le medesime sensazioni, i medesimi bisogni, li ha dichiarati eguali, ed ha, con tal fatto, concesso loro uguale diritto al godimento dei beni che essa produce. Come del pari, avendo creato ogni uomo capace di provvedere alla propria esistenza, l’ha dichiarato indipendente e libero. I bisogni sono i soli limiti naturali della libertà ed indipendenza, quindi se all’uomo si facilitano i mezzi come soddisfarli, la libertà ed indipendenza è piú completa. L’uomo s’associa onde piú facilmente soddisfare a’ suoi bisogni, ovvero ampliare la sfera in cui si esercitano le sue facoltà, e conseguire libertà ed indipendenza maggiore, epperò ogni rapporto sociale che tende a mutilare questi due attributi dell’uomo, non ha potuto, perché contro natura, contro il fine che si propone la società, stabilirsi volontariamente, ma subirsi a forza; esso non può esser l’effetto di libera associazione, ma di conquista o d’errore. Dunque ogni contratto, in cui una delle parti, dalla fame o dalla forza, vien costretta ad accettarlo e mantenerlo, è violazione manifesta delle leggi di Natura; ogni contratto dovrà perciò dichiararsi annullato di fatto, appena mancagli il liberissimo consenso delle due parti contrattanti. Da queste leggi eterne ed incontrastabili, che debbono essere la base del patto sociale, emergono i seguenti principî, i quali reassumono l’intera rivoluzione economica:

1. Ogni individuo ha il diritto di godere di tutti i mezzi materiali di cui dispone la società, onde dar pieno sviluppo alle sue facoltà fisiche e morali.

2. Oggetto principale del patto sociale, il garentire ad ognuno la libertà assoluta.

3. Indipendenza assoluta di vita, ovvero completa proprietà del proprio essere, epperò:

a) L’usufruttazione dell’uomo per l’uomo abolita.

b) Abolizione d’ogni contratto ove non siavi pieno consenso delle patti contrattanti.

c) Godimento de’ mezzi materiali, indispensabili al lavoro, con cui deve provvedersi alla propria esistenza.

d) Il frutto de’ proprî lavori sacro ed inviolabile.

4. Le gerarchie, l’autorità, violazione manifesta delle leggi di Natura, vanno abolite. La piramide: Dio, il re, i migliori, la plebe, adeguata alla base.

5. Come ogni Italiano non può essere che libero ed indipendente, del pari dovrà esserlo ogni Comune. Come è assurda la gerarchia fra l’individui, lo è fra i Comuni. Ogni Comune non può essere che una libera associazione d’individui e la Nazione una libera associazione dei Comuni.

6. Le leggi non possono imporsi, ma proporsi alla Nazione.

7. I mandatarî sono sempre revocabili dai mandanti.

8. Ogni funzionario non potrà che essere eletto dal popolo, e sarà sempre dal popolo revocabile.

9. Qualunque nucleo di cittadini dalla società destinati a compiere una speciale missione, hanno il diritto di distribuirsi eglino medesimi le varie funzioni, ed eleggersi i proprî capi.

10. La sentenza del popolo è superiore ad ogni legge, od ogni maestrato. Chiunque credesi mal giudicato può appellarsi al popolo.

Le nazioni per associarsi devono essere libere ed indipendenti, oltre che avere pari dignità.

Le nazioni, durante le medesime fasi di loro vita, sono sempre le stesse; credi tu, o lettore, che siamo in decadenza? non leggere oltre, non perdere il tempo, caccia le mani nella corruzione che ti circonda, usa ogni mezzo per arricchirti e goder della vita, inchinati ai tiranni, basta che ti assicurino i materiali godimenti; se poi credi che possiamo risorgere, devi assolutamente credere che saremo grandi come furono i nostri progenitori; se nol credi ti compatisco, il tuo animo poco gagliardo non regge alle impressioni delle conseguenze estreme, tentenni nel mezzo, e sei fra la turba di coloro che vissero senza biasimo e senza lode; sarai poco utile alla patria ed increscioso a te stesso.

Non si affretta né si propugna la rivoluzione con dottrine che la distruggono, o almeno la travisano e sgagliardiscono l’animo; l’unità mondiale vi sarà, ma non già come pretendono costoro, distruggendo le nazionalità, incorporandosi insieme, o assorbite dalla preponderanza di una fra esse; ma come un individuo, associandosi co’ suoi simili, viene abilitato ad uno sviluppo maggiore delle proprie facoltà, del pari, nell’associazione universale, ogni nazione, lungi dal perdere la sua individualità e l’indole propria, troverà campo piú vasto di svilupparla; e nel modo stesso che una nazione non sarà libera in tutto il significato della parola libertà, se ogni suo individuo non sente fiducia nelle proprie forze, dignità, ed uguaglianza assoluta col resto dei cittadini, cosí l’associazione universale non potrà aver luogo, se prima ogni nazione non si costituisca strettamente ne’ proprî caratteri e non ci sia fra tutte che un’uguaglianza universalmente sentita.

L’uomo nasce libero ed indipendente, dunque ha diritto all’esistenza, diritto di sviluppare ed utilizzare le proprie facoltà, diritto al pieno godimento del frutto de’ suoi lavori… ecco delle verità che non hanno bisogno d’essere interpretare e svolte da’ migliori per senno e per virtú; chiunque le propugna, sia egli l’ultimo o il primo per senno, sia egli cultore della virtú o del vizio, esse non perderanno mai la loro evidenza, non cesseranno mai di esser verità. Costui potrà aggiungere: – la tirannide che sostiene i privilegî è quella che vi rapisce questi diritti; abbattiamola! – ed ognuno, senza fare atto di ubbidienza, potrà afferrare un fucile e seguirlo.

Il suffragio universale è un inganno finché esisteranno differenze di classe, e falsa sarà la libertà.

Finché la società verrà composta da molti che lavorano e da pochi che dissipano, e nelle mani di questi pochi sarà il governo, il popolo deriso col nome di libero e di sovrano, [i molti] non saranno che vilissimi schiavi.

Tutte le leggi, tutte le riforme, eziandio quelle in apparenza popolari, favoriscono solamente la classe ricca e culta; imperocché le istituzioni sociali, per loro natura, volgono tutto in suo vantaggio. Voi plebe, allorché crederete avvicinarvi alla meta, ne sarete, invece, piú discosti. Voi lavorate, gli oziosi gioiscono; voi producete, gli oziosi dissipano; voi combattete ed essi godono la libertà. Il suffragio universale è un inganno: come il vostro voto può esser libero, se la vostra esistenza dipende dal salario del padrone, dalle concessioni del proprietario? voi indubitatamente votereste, costretti dal bisogno, come quelli vorranno. Come il vostro voto può esser giusto, se la miseria vi condanna a perpetua ignoranza e vi toglie ogni abilità per giudicare degli uomini e de’ loro concetti? Come può dirsi libero un uomo la cui esistenza dal capriccio d’un altro uomo dipende?

La miseria è la principale cagione, la sorgente inesauribile di tutti i mali della società, voragine spalancata che ne inghiotte ogni virtú. La miseria aguzza il pugnale dell’assassino; prostituisce la donna; corrompe il cittadino; trova satelliti al dispotismo. Conseguenza immediata della miseria è l’ignoranza, che vi rende incapaci di governare i vostri particolari negozî, nonché quelli del pubblico, e corrivi nel credere tutte quelle imposture che vi rendono fanatici, superstiziosi, intolleranti. La miseria e l’ignoranza sono gli angeli tutelari della moderna società, sono i sostegni sui quali la sua costituzione si incastella, restringendo in picciol giro l’ampio cerchio dell’universale cittadinanza. Il delitto e la prostituzione, conseguenze inevitabili, sgorgano dal seno di questa società. Bagni e patiboli sono le sue opere, volte a punire, con raffinata ipocrisia, i frutti medesimi delle sue viscere. La statistica, scienza moderna, che mostra come indissolubilmente si legano le varie istituzioni sociali, ha già registrato come la miseria e l’ignoranza non scompagnano mai il misfatto. Finché i mezzi necessarî all’educazione e l’indipendenza assoluta del vivere non saranno assicurati ad ognuno, la libertà è promessa ingannevole.

Il sentimento di appartenenza ad una comunità nazionale: sentirsi italiani.

…in parità di circostanze preferisco ciò ch’è italiano a ciò ch’è straniero. E quando ad una formola adottata da un’altra nazione io trovo da sostituirne altra uguale o migliore, non dubito un istante, perché l’imitazione mai è scompagnata da qualche cosa di servile. Sono umanitario, ma innanzitutto italiano, e come in una nazione non può costituirsi il nuovo patto fra i cittadini, se ognuno di essi non acquisti piena ed intera la sua individualità, cosí non vi sarà fratellanza, o meglio associazione di popoli, se prima ogni popolo non ottenga la sua completa autonomia; e come è impossibile sorgere a libertà prima che ognuno senta ed operi liberamente, del pari il primo passo che dobbiamo fare noi Italiani, onde avviarci alla soluzione del problema umanitario, è quello di sentirci e di costituirci esclusivamente italiani. Come dalla libera manifestazione del pensiero d’ognuno risulta il vasto concetto nazionale; cosí dalla libertà ed esistenza propria ed assoluta d’ogni nazione può risultarne il patto umanitario; chi ammette supremazia di nazione, astri e satelliti, nega la rivoluzione verso cui aspiriamo.

Questi concetti di un secolo e mezzo fa, sono quanto mai attuali. Il pensiero rivoluzionario e al contempo patriottico di Pisacane merita di essere conosciuto ed approfondito, non fosse altro perché rappresenta un contributo italiano originale ad un dibattito svilito e distorto dall’esterofilia e dall’auto-razzismo che ha caratterizzato gli ultimi tre quarti di secolo.

Io sono convinto che le strade di ferro, i telegrafi elettrici, le macchine, i miglioramenti dell’industria, tutto ciò finalmente che sviluppa e facilita il commercio, è da una legge fatale destinato ad impoverire le masse fino a che il riparto dei benefizi sia fatto dalla concorrenza. Tutti quei mezzi aumentano i prodotti, ma li accumolano in un piccolo numero di mani, dal che deriva che il tanto vantato progresso termina per non esser altro che decadenza. Se tali pretesi miglioramenti si considerano come un progresso, questo sarà nel senso di aumentar la miseria del povero per spingerlo infallibilmente a una terribile rivoluzione, la quale cambiando l’ordine sociale metterà a profitto di tutti ciò che ora riesce a profitto di alcuni.

La legge fatale a cui fa riferimento è quella della caduta tendenziale del saggio di profitto enunciata da Marx, di recente tornata alla ribalta grazie alla “stagnazione secolare” in cui è entrata l’economia capitalista, a cui il capitalismo ha cercato di porre rimedio anche tramite la compressione del salario al di sotto del suo valore. Per usare le parole di Vladimiro Giacchè:

…è indubbio che oggi in un paese a capitalismo avanzato il valore della forza-lavoro (ossia l’insieme dei mezzi di sussistenza ritenuti socialmente accettabili) è superiore a quello dell’Ottocento. Ma è altrettanto indubbio che la riduzione dei salari avvenuta negli ultimi anni collochi i salari attuali in molti casi nettamente al di sotto del loro valore storico medio dei 2-3 decenni precedenti. Ciò è ancora più evidente se si tiene conto non soltanto del salario diretto (il netto in busta paga), ma anche della riduzione che hanno conosciuto le varie componenti del salario indiretto e differito attraverso la generalizzata diminuzione della protezione sociale, la privatizzazione dei sistemi pensionistici, e così via.”

Prosegue ancora Pisacane nel suo testamento:

Io sono convinto che l’Italia sarà grande per la libertà o sarà schiava: io sono convinto che i rimedî temperati, come il regime costituzionale del Piemonte e le migliorie progressive accordate alla Lombardia, ben lungi dal far avanzare il risorgimento d’Italia, non possono che ritardarlo. Per quanto mi riguarda, io non farei il piú piccolo sacrifizio per cambiare un ministero o per ottenere una costituzione, neppure per scacciare gli Austriaci dalla Lombardia e riunire questa provincia al regno di Sardegna. Per mio avviso la dominazione della casa di Savoia e la dominazione della casa d’Austria sono precisamente la stessa cosa. Io credo pure che il regime costituzionale del Piemonte è piú nocivo all’Italia di quello che lo sia la tirannia di Ferdinando II. Io credo fermamente che se il Piemonte fosse stato governato nello stesso modo che lo furono gli altri Stati italiani, la rivoluzione d’Italia sarebbe a quest’ora compiuta.

L’irrisolta questione meridionale, a distanza di un secolo e mezzo dall’unità, sta lì a dimostrare la giustezza della sua visione risorgimentale, che era al contempo un anelito di libertà, uguaglianza e sovranità. Non potendosi oggettivamente definire libera l’Italia, poiché non vi è né piena sovranità né diffusa uguaglianza, la nostra Patria è ancora – in una certa qual misura – schiava. E ancora servi sono gli italiani, divisi tra partiti di pseudo destra e pseudo sinistra.

Un governo unico, pe’ piú liberali emanazione diretta del popolo, responsabile, e revocabile, e per tutti poi, energico, compatto, distributore di cariche, premiatore del merito, è il concetto volgare. Ma se non vogliamo disconoscere l’umana natura, sarà facile scovrire le conseguenze di una tal forma di governo.

L’uomo o gli uomini componenti il governo, non potranno spogliarsi delle loro passioni, rinunziare a’ loro concetti, abdicare infine alla loro individualità: questa pretesa sarebbe assurda e ridicola, chi il crede possibile non legga questo libro, io non scrivo per esso. Eglino, come tutti gli uomini, vedranno le cose sotto quell’aspetto che le loro passioni le presentano, ed adattando i provvedimenti alle loro convinzioni, opereranno coscienziosamente e faranno quanto ad un uomo è dato di fare; quindi i loro desiderî, i loro concetti prevarranno su quelli dell’intera nazione, ed avverrà precisamente che, volendo il bene pubblico, conseguiranno uno scopo affatto contrario, imperciocché i desiderî, i concetti, le passioni di pochi non potranno essere quelli di tutti, la parte non può uguagliare al tutto. Inoltre tal governo dovrà esser forte, quindi diverrà immancabilmente tiranno, imponendo con la forza ciò che egli con fini rettissimi vuole; e la tirannide sarà piú dura per quanto maggiore sarà la forza dell’ingegno e della volontà degli uomini prescelti al reggimento; in altri termini, per quanto migliore sarà stata la scelta fatta. La nazione sarà libera nel momento delle elezioni, poi abdicherà la propria sovranità nelle mani di coloro che l’aura popolare menerà al potere; i candidati saranno vari, quindi il popolo si scinderà in partiti ed avverrà quello ch’è sempre avvenuto, il partito prevalente sarà tirannico con gli altri, e questi schiavi ed in permanente cospirazione contro di esso, e le continue lotte intestine roderanno le viscere della nazione, e sarà impossibile la continuità di sforzi, la perseveranza, la costanza che forma la felicità e la grandezza dei popoli; come nel medioevo, l’opera d’un partito verrà distrutta da quello che lo soppianta.

Adunque, democrazia ed unità cosí concepite conducono al governo dei partiti, e nazionalità e libertà sono nomi che servono loro di maschera, di pretesto onde lacerare la patria, né qui finiscono i mali. L’unità, facendo influire tutto ad un centro gli umori vitali della nazione, ne consegue, come dicemmo nelle pagine precedenti, che il resto dell’Italia deperirà, quasi membra inaridite e dogliose.

Dichiarare un governo rappresentante la pubblica opinione e la pubblica volontà è lo stesso che dichiarare una parte rappresentante del tutto. Inoltre, l’uomo per sua natura sdegna i rivali e l’opposizione, e gli amici del governo non saranno certamente coloro, che manifestano i suoi errori, che contrastano la sua opinione, ma bensí que’ che lo piaggiano; gli oppositori saranno occultamente odiati, e, se lo si potrà impunemente, oppressi; negarlo è un disconoscere l’umana natura, è negare la storia, negare i fatti che tuttodí si riproducono; quindi questo governo sarà sempre un’ulcera che tende di spandere la cancrena sull’intera società.

Il governo rappresentativo è discreditato in Europa; l’assemblea eletta a rappresentare i diritti del popolo ad altro non serve che a convalidare e vestire con una maschera di legalità e di giustizia le usurpazioni della tirannide. Non havvi principe, dittatore o ministro, il quale non faccia decidere secondo le proprie intenzioni il congresso che la nazione ha eletto a guarentigia de’ proprî diritti; queste assemblee, sovente sono d’impaccio al pronto operare, senza mai essere di ostacolo al male; nascono dalla corruttela, e vivono finché la forza crede dover subire il loro importuno garrito; odiose al tiranno, comecché accarezzate, sono sprezzate dalla nazione. Questo tristo fatto, che sembra conseguenza di loro natura, è l’effetto del modo come oggi sono regolati i rapporti sociali: l’utile privato essendo in opposizione col pubblico, produce una diversità di mire, di desiderî, di speranze, e quindi la irriconciliabile discordia delle idee e delle opinioni; e di piú, il potere che ha il principe, il dittatore, il ministro, di concedere cariche, distribuire oro ed onori, fan sí che le tante opinioni riluttanti, trovando l’utile su di una via comune, si accordano nel vendersi ad un padrone e cospirano verso il fine che da esso gli viene indicato.

Occorre riconoscere che vano è stato anche il sacrificio della Resistenza, gli Alleati avrebbero vinto ugualmente e le conseguenze per il nostro Paese non sarebbero state dissimili. Al più è servito a scrivere una Costituzione tanto avanzata quanto inapplicata, al cui assalto finale si sono lanciati i mandatari del potere sovranazionale del capitale, per cancellare ogni residuo di sovranità ed uguaglianza.

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