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La rivoluzione non è alle porte

E meno male, perché se lo fosse vorrebbe dire che staremmo vivendo una situazione di tensione e conflitto come quella che stanno sperimentando gli ucraini. L’abbattimento dello stato borghese non è più nell’agenda di partiti e movimenti di sinistra da oltre un secolo.

Così lo stato borghese ha potuto prosperare ed evolvere nel corso di questo tempo, in cui ha conosciuto alcuni momenti di ripiegamento e molti altri di espansione, fino ad includere l’intero pianeta in un immenso mercato, dove merci e capitali possono spostarsi molto più liberamente delle persone. I ricchi sono diventati sempre più ricchi, mentre i poveri non sono mai spariti. Mai come ora lo sfruttamento del lavoro può contare su miliardi di individui sparsi in tutto il mondo, disposti a tutto pur di sopravvivere.

Nonostante che nei paesi del capitalismo maturo sia avvenuta una certa redistribuzione della ricchezza prodotta, permettendo la diffusione di un benessere che vasta parte dell’umanità invidia, la povertà non è stata eliminata neppure lì, ed anzi ha ripreso a crescere negli ultimi anni. Anche nel ricco nord del mondo lo sfruttamento del lavoro assume ancora forme antiche di prevaricazione e dominio assoluto sugli individui. Certamente non si tratta di pratiche diffuse, ma la crisi ha accentuato la ricattabilità dei lavoratori, riducendo di fatto le tutele e rimettendo di qualche decennio indietro le lancette dell’orologio dei rapporti di lavoro.

Se poi si pensa che la giornata lavorativa di 8 ore era una delle rivendicazioni della Seconda Internazionale, alla fine dell’Ottocento, e che da allora la produttività del lavoro è cresciuta di diversi ordini di grandezza, si ha la misura della quantità di plusvalore sottratto ai lavoratori che, a distanza di oltre un secolo, continuano ancora a lavorare un terzo (spesso anche di più) della propria giornata, in cambio di una esistenza appena dignitosa.

La rivoluzione proletaria non è alle porte ed è un bene che non lo sia, perché quando il proletariato ha preso il potere, le conseguenze sono state ancora peggiori del male che si voleva estirpare. Ciononostante il problema della redistribuzione della ricchezza prodotta esiste e non può essere negato. Quando la forbice delle diseguaglianze si divarica troppo, una parte crescente di popolazione va in sofferenza e la stessa economia ne risente in generale, peggiorando i risultati macroeconomici.

A ciò va aggiunto che lo sviluppo economico perseguito indifferentemente dal capitalismo e dal socialismo reale, ha un impatto insostenibile dall’ecosistema, le cui conseguenze catastrofiche non tarderanno a farsi sentire, anche se ora siamo distratti da altre preoccupazioni contingenti. Come parimenti insostenibile è la crescita demografica che, superati i 7 miliardi di individui, punta a 9 miliardi per la metà del secolo. Esseri umani che, oltre ad acqua, cibo e un tetto, aspirano ad un’istruzione, un lavoro, una pensione, un’assistenza sanitaria, per poter vivere un’esistenza decente.

Purtroppo non c’è nessuna rivoluzione alle porte che sappia risolvere questi problemi, perché non c’è ancora alcuna idea e volontà di risolverli. Ma l’equa redistribuzione della ricchezza prodotta, la sostenibilità ambientale delle sue modalità di produzione ed i limiti di crescita della popolazione umana, saranno i temi dirimenti per la futura sopravvivenza dell’umanità. Trovare soluzioni efficaci e praticabili nei prossimi anni è la grande sfida per la politica, la scienza e la filosofia.

L’incapacità di risolvere queste tre fondamentali questioni, porta inevitabilmente al conflitto e quindi alla guerra, per difendere i propri privilegi (sempre più ingiusti) e per assicurarsi le risorse (sempre più scarse).

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Pubblicato da Rosso Malpelo

Libero pensatore