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Il vero obiettivo della Germania

berlinUna contro-lettura delle mosse tedesche dell’ultimo anno nell’area euro, potrebbe rivelare un obiettivo inconfessato e inconfessabile della strategia della cancelliera Angela Merkel e del suo ministro delle Finanze Schäuble. Tale lettura muove dal credito intellettuale dovuto alle élite economiche e politiche tedesche, che non possono non aver compreso l’insostenibilità della moneta unica per molti dei paesi che l’anno adottata, non ultima la fedele Finlandia, ridotta così a mal partito dalla crisi, che il suo ministro degli Esteri ha recentemente dichiarato che il suo paese non avrebbe mai dovuto aderire all’euro, mentre quest’anno potrebbe tenersi un referendum popolare per rimetterne in discussione l’adesione.

La realtà è che il vento in Europa ha cominciato a cambiare esattamente un anno fa, con la vittoria di Syriza in Grecia ed il braccio di ferro che ne è scaturito in occasione dell’ennesimo “salvataggio” dal default, con tanto di ricatto da parte della BCE sulla liquidità delle banche greche, le code di gente agli sportelli, i limiti ai prelievi ed i controlli sui movimenti di capitale, il referendum vinto contro la troika, il colpo di teatro della resa di Tsipras (imposta dagli USA) ed il siluramento del suo ministro delle Finanze Varoufakis, che aveva sopportato tutta la durezza dello scontro con il resto dell’eurogruppo, dominato dai falchi della austerità e fedeli alleati della Germania, tra cui spiccavano i governi Finlandese, Portoghese, Spagnolo e Irlandese, che avevano dovuto far ingoiare ai propri cittadini anni di austerità per salvare le grandi banche del nord, principalmente tedesche e francesi, creditrici verso le banche dei paesi PIGS (stavolta senza l’Italia).

La Grecia ha ovviamente perso il braccio di ferro con la Germania, ma questa l’ha perso con gli USA, dal momento che, al culmine della trattativa, agli inizi di luglio, il ministro Schäuble, infrangendo il tabù dell’irreversibilità dell’euro, ha proposto come soluzione l’uscita della Grecia dalla moneta comune. Purtroppo i greci hanno accolto la proposta come una cacciata ignominiosa e gli USA non ne hanno gradito le possibili conseguenze geopolitiche. Un accordo rabberciato alla fine s’è dovuto trovare per forza, un po’ di soldi alla disastrata Grecia sono arrivati e, seppure il nodo della necessaria ristrutturazione del debito greco non è stato risolto, tutti hanno guadagnato un altro po’ di tempo. Tsipras, che è stato riconfermato premier dai greci, avendo ridotto a più miti consigli gli estremisti di Syriza, e gli USA, che non erano ancora pronti a comandare il rompete le righe all’eurozona, non prima comunque di aver siglato il TTIP.

L’aver pubblicamente spezzato le reni alla Grecia non ha giovato troppo all’immagine dell’Europa tra i cittadini di quei Paesi che di lì a poco s’accingevano a votare. Così in ottobre in Polonia hanno stravinto i nazionalisti euroscettici, trovando sponda nell’Ungheria di un Viktor Orbàn sempre più in rotta di collisione con la Commissione Europea, non solo per le politiche sull’immigrazione volute dalla Merkel. Conseguenza immediata, la Polonia ha congelato sine die la programmata adesione all’euro.

In ottobre si è votato in Portogallo, dove i cittadini, forse stufi d’ingoiare tanta austerità, hanno mandato a casa il governo del fido (per la Merkel) Pedro Passos Coelho, ed ora al governo vi è una coalizione di sinistra, se non totalmente euroscettica, quanto meno euro-critica. Anche se il presidente della Repubblica, Cavaco Silva, tiene il governo al guinzaglio dell’euro e della Nato, le differenze col passato già si apprezzano, ad esempio nel recentissimo caso di bail-in del Novo Banco, allorché “la Banca del Portogallo ha scelto di tutelare i piccoli risparmiatori e di far pagare il conto ai fondi”.

Infine, a dicembre si sono svolte le elezioni amministrative in Francia, che hanno visto il FN di Marine Le Pen balzare al primo posto. Pochi giorni dopo anche la Spagna ha rinnovato il proprio Parlamento, con il risultato che il vecchio sistema bipartitico è stato mandato in soffitta, il fido (sempre per la Merkel) Rajoy ha perso maggioranza e poltrona e due nuove formazioni euro-critiche sono entrate in forza nel Parlamento, rendendo pressoché impossibile il varo di un nuovo esecutivo.

Tutto questo le élite tedesche non possono non averlo ben chiaro. Si sta rapidamente avvicinando il momento in cui la Germania non disporrà più del consenso pressoché supino degli altri governi dell’eurozona alle sue politiche di austerità. La modifica dei rapporti di forza all’interno dei parlamenti nazionali, con l’emergere diffuso di partiti e movimenti euroscettici (che in condizioni permanenti di crisi e austerità prima o poi arrivano al governo), potrebbe condizionare le scelte della Commissione, come già sta avvenendo, in favore di una maggiore flessibilità nei vincoli di bilancio. La Germania potrebbe ben presto trovarsi costretta nell’angolo, unica a difesa delle regole d’austerità, magari proprio mentre gli inglesi verranno chiamati ad esprimersi sulla loro permanenza nella UE.

Senza dubbio la Germania è il Paese che ha tratto più vantaggi dall’unione monetaria. Partita da un’economia in affanno nei primi anni del nuovo secolo, grazie alla moderazione salariale ed alla riforma del lavoro Hartz, la Germania ha potuto mantenere la sua inflazione sensibilmente più bassa della media dell’eurozona, accumulando negli anni un divario di competitività incolmabile per gli altri Paesi, soprattutto quelli della periferia europea con inflazione storicamente maggiore. Senza lo strumento del cambio, ai governi restava solo l’opzione della deflazione salariale, forzata da una feroce disoccupazione con corollario di minori tutele e diritti per i lavoratori, per tentare di recuperare competitività. Mentre, per riequilibrare le partite correnti, i governi non possono far altro che tagliare la spesa pubblica e/o aumentare le tasse, in modo da lasciare meno soldi da spendere nelle tasche dei cittadini, riducendo così la domanda interna di beni, sia esteri che nazionali. Peccato che il crollo della domanda interna, provochi una riduzione della manodopera nazionale e quindi un’ulteriore caduta del reddito e dei consumi, in un circolo vizioso che alla fine coinvolge tutti. Le più prestigiose imprese nazionali perdono di valore e divengono preda della concorrenza straniera. Fidi e mutui sono rimborsati con sempre maggiore difficoltà e le sofferenze bancarie crescono di pari passo ai fallimenti aziendali. Tutto ciò senza che lo Stato possa intervenire, perché vincolato dal Fiscal Compact.

La Germania è diventata il maggiore creditore europeo, dal momento che le sue banche finanziano il deficit dei Paesi acquirenti dei suoi prodotti, ricavandone un ovvio profitto. Il suo interesse è quello di non vedere inflazionato il suo enorme credito che, seppur materialmente inesigibile come stock, genera un cospicuo flusso di ricchezza, assicurando nel contempo il funzionamento a pieno regime del proprio apparato produttivo. Inoltre beneficia del basso cambio dell’euro per vendere bene i suoi prodotti anche fuori dall’Europa, basso rispetto a quello di un eventuale DM, se non ci fosse l’euro. Il risultato è che la Germania va accumulando da anni surplus commerciali maggiori di quelli cinesi, con crescente disappunto USA, che indispettiti anche dall’ostinazione tedesca nella crisi greca, le hanno lanciato un chiaro segnale in stile mafioso, con lo scandalo delle centraline truccate sulle auto Volkswagen, lo scorso ottobre.

Ad ogni modo, le élite tedesche sono consapevoli che presto o tardi la traballante costruzione dell’euro verrà giù, non avendone voluto completare le necessarie fondamenta, note ben prima della nascita dell’euro e che Paul Krugman sintetizzava nel 2012 in tre punti:

1. Sostegno delle banche in tutta Europa. Ciò comporterebbe sia una sorta di assicurazione dei depositi “federalizzati” e la volontà di fare salvataggi “tipo TARP” a livello europeo – cioè, se, per esempio, una banca spagnola è in difficoltà in un modo che minaccia la stabilità sistemica, ci dovrebbe essere una iniezione di capitale in cambio di partecipazioni da parte di tutti i governi europei, piuttosto che un prestito al governo spagnolo al fine di fornire l’apporto di capitale. Il punto è che il salvataggio delle banche deve essere separato dalla questione della solvibilità dello Stato.

2. La BCE come un prestatore di ultima istanza agli Stati, come lo sono già le banche centrali nazionali. Sì, ci saranno denunce di moral hazard, che dovranno essere affrontate in qualche modo. Ma ora è dolorosamente ovvio che eliminando la possibilità di fornire di liquidità da parte della banca centrale rende solo il sistema troppo vulnerabile al panico che si auto-avvera.

3. Infine, un livello di inflazione più elevato. Perché l’esperienza dell’euro suggerisce fortemente che la rigidità verso il basso dei salari nominali è un grosso problema. Questo significa che la “svalutazione interna” tramite deflazione è estremamente difficile, e probabilmente destinata a fallire politicamente, se non economicamente. Ma significa anche che l’onere dell’aggiustamento potrebbe essere sostanzialmente minore se il complessivo tasso di inflazione della zona euro è superiore, in modo che la Spagna e altri paesi periferici potrebbero ripristinare la competitività semplicemente in ritardo sull’inflazione nei paesi centrali.

L’Unione bancaria rappresenta forse il massimo sforzo d’integrazione tentato, considerando che non esiste una garanzia del risparmio a carico del bilancio dell’Unione europea, della BCE, o di un fondo interbancario dell’Unione, in compenso è stato istituito il Single Supervisory Mechanism, per la risoluzione delle crisi bancarie, che sarà forse operativo nel 2024, ma la Germania osteggia il varo dell’assicurazione europea sui depositi, temendo che comporterebbe una mutualizzazione dei rischi. Nel frattempo valgono le nuove regole del bail-in, ognuno per sé e Dio per tutti, ma senza aiuti di Stato (dopo che, naturalmente, il governo tedesco ha salvato con centinaia di miliardi di euro le sue banche, stracolme di titoli spazzatura, all’indomani dello scoppio della bolla immobiliare USA).

Per il problema dei debiti sovrani, il ministro Schäuble ha recentemente proposto un piano finalizzato ad “impedire qualsiasi forma di condivisione dei rischi tra i paesi dell’eurozona”, nel tentativo “di proteggere i contribuenti tedeschi da qualsiasi condivisione dei potenziali costi delle crisi dei debiti pubblici negli altri paesi”. Tale piano prevede la trasformazione dei

titoli pubblici dell’eurozona in asset finanziari più rischiosi”, impedendo così alle banche di “detenerli senza dover possedere riserve di capitale per coprire le eventuali perdite”. “Nel considerare la minaccia di una ristrutturazione del debito come politica efficace per imporre la disciplina, Berlino chiede che i titoli di debito pubblico perdano la loro condizione di asset considerati privi di rischio. Quest’ultima “eccezione normativa” faceva in modo che le banche accumulassero titoli di debito sovrano nel loro bilancio senza la necessità di incrementare il proprio capitale.

Pare riferito apposta alle banche italiane.

In attesa di finire nell’angolo per la marea montante di euroscetticismo, il governo tedesco prova a mettere nell’angolo l’Italia, vaso di coccio tra vasi di ferro, ma pur sempre pieno di ricchezza, quale il suo risparmio che, in caso di una crisi del sistema bancario nazionale, verrebbe prontamente risucchiato dalle grandi banche del nord, come denuncia senza mezzi termini il presidente dell’Assopopolari, Corrado Sforza Fogliani.

L’Italia chieda aiuto al MES, suggeriva a dicembre l’economista e consigliere economico di Angela Merkel, Lars Feld, per ricapitalizzare le banche, e implicitamente accetti di essere commissariata dalla troika. Insomma, mettere con le spalle al muro un Paese grande come l’Italia non è esattamente come con la Grecia, il rischio di una rottura dell’euro non è per nulla trascurabile. Ma probabilmente è proprio questo, ciò in cui spera il governo tedesco. Una rottura dell’eurozona determinata da un Paese della periferia, grande abbastanza da decretarne la fine, evitando alla Germania di farsene carico prima che si concretizzi il rischio di condivisione dei costi delle crisi dei debiti pubblici negli altri paesi.

Alla fine anche la Germania subirà delle perdite, la strategia del suo governo è volta al maggior contenimento possibile di quelle perdite. Alberto Bagnai riteneva che la Germania stesse segando il ramo sul quale era seduta, io sospetto, invece, che voglia farlo cadere da solo, dopo averlo indebolito per bene, una volta pronta a saltare su un altro ramo.

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