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La Cia ci spia

merkel_sarkozy_sorriso_ueWikiLeaks ha svelato l’attività di spionaggio ai danni del Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, e del suo entourage, da parte della National Security Agency, durante il periodo precedente la caduta del suo governo, nel novembre del 2011. Considerando le testimonianze autorevoli su quegli eventi, rese dall’allora ministro del Tesoro USA, Tim Geithner, nel suo libro di memorie, dal Primo Ministro spagnolo all’epoca, José Luis Zapatero e dall’ex membro della BCE, Lorenzo Bini Smaghi, quello che non può essere altrimenti definito che un complotto straniero per esautorare il governo legittimo e sostituirlo con un altro di fiducia, si arricchisce di un altro importante elemento, che ci da la misura dell’interesse americano nelle vicende della UE. Un interesse ben superiore al normale intrattenimento di rapporti bilaterali, e certamente non reciproco. Un’opera di monitoraggio e intercettazione dei più alti rappresentanti politici, che consente di conoscere in anticipo le mosse dei governi, per prevenirle ed orientarle verso scelte gradite. Non dimentichiamo che al tempo dei fatti, nei momenti più caldi della crisi del debito sovrano, il ministro del Tesoro USA si auto-invitava alle riunioni dell’Eurogruppo.

La NSA spia i governi europei per accertarsi che tutto vada come vuole lo zio Sam, dal che si comprende chiaramente che l’Unione Europea e l’euro sono creature degli USA, esistono perché loro li hanno voluti ed imposti, continuando a manovrare più o meno nell’ombra affinché queste loro creature sopravvivano – nonostante le crescenti tensioni – fino a che farà loro comodo, come si visto bene la scorsa estate, durante il braccio di ferro con la Grecia.

Euroscettici di tutt’Europa, mettetevi pure l’anima in pace. Unione Europea ed Eurozona si dissolveranno solo quando sarà deciso a Washington, costi quel che costi (agli europei) tenere in piedi la baracca. Ma state certi che quando costerà un dollaro di troppo ci lasceranno al nostro destino (forse).

L’unica speranza per la Grecia

GRECIAAGRICOLTORISe fossi un agricoltore greco, oggi starei con tutti gli agli altri a picchettare le strade con i trattori, per protestare contro la quadruplicazione delle imposte. Se fossi un albergatore in una delle isole greche dove la UE ha stabilito l’edificazione degli hot spot per l’accoglienza e l’identificazione dei profughi, oggi sarei a manifestare in piazza insieme agli altri isolani il cui reddito dipende in larga parte dal turismo, probabilmente affrontando i lacrimogeni e le manganellate dei reparti antisommossa, inviati dallo stesso governo che ha raddoppiato l’IVA nelle isole, come richiesto dalla troika. La protesta dilaga tra tante categorie di lavoratori, contro quel governo che i greci hanno rieletto appena sei mesi fa sull’onda della disfatta politica del primo governo Syriza, durato soli otto mesi. Tsipras era arrivato al governo per porre fine al memorandum di austerità imposto dalla troika dal 2010. Nello scontro impari con la UE è fallito l’ingenuo tentativo di Tsipras, che dopo una resa incondizionata alla Commissione, all’Eurogruppo, alla BCE, al FMI e alla Germania, s’è disfatto dell’ala sinistra del suo partito per ripresentarsi agli elettori, in pratica dicendo: “Cari greci, avete visto con quale determinazione ci siamo battuti contro forze soverchianti, ci avrebbero persino cacciati dall’euro, ma noi non lo abbiamo permesso. Perciò rispetteremo il nuovo memorandum d’austerità ad ogni costo”. E i greci lo hanno rieletto. Così il secondo governo Tsipras vara un ulteriore pacchetto di tagli alla spesa ed aumenti d’imposte in un paese allo stremo.

Se fossi un cittadino greco, oggi mi sentirei completamente inerme e frustrato. Nessun governo democraticamente eletto sarà in grado di cambiare la condizione del paese, costretto a subire una terapia economica che lo ha rapidamente riportato indietro di decenni. Nessuna rivolta popolare può riconquistare le leve di comando dell’amministrazione, saldamente in mano ad una nomenclatura burocratica euroentusiasta. Il paese ha semplicemente perso una lotta combattuta con le mani legate dall’euro, ed il suo popolo è chiamato a pagare. Sono gli USA ad aver dettato l’esito del braccio di ferro con la Germania, costato la poltrona al ministro Varoufakis, che in una intervista a Marcello Foa svela le insormontabili difficoltà di un’uscita dall’euro.

Com’è possibile organizzare l’uscita dalla moneta unica se i funzionari che dovrebbero implementarla rispondono a Bruxelles prima ancora che al proprio Paese? Com’è possibile mantenere segreto un processo che solo per la stampa e per la distribuzione delle banconote e delle monete richiede almeno un anno di tempo? Ha ammesso che se la Grecia uscisse, dopo due anni l’economia tornerebbe a crescere ma è consapevole che nel frattempo dovrebbe affrontare un vero e proprio tsunami finanziario, causato dalla repentina violenza dei movimenti dei mercati, che avrebbe conseguenze umanitarie insostenibili per una Grecia già oggi ridotta a pelle ed ossa dalle “cure” della Troika.

Se fossi un greco, oggi mi sentirei meno sicuro anche per le conseguenze del ripristino dei controlli di frontiera in Europa, che rischia di far ammassare moltitudini di profughi lasciati filtrare da una Turchia sempre più arrogante, che usa il flusso dei profughi siriani per estorcere soldi all’Europa, mentre i suoi caccia si permettono di sconfinare provocatoriamente sempre più spesso nei cieli greci.

Un’unica speranza mi rimarrebbe oggi, se fossi un greco. La dissoluzione della UE e il ripristino della sovranità nazionale e monetaria che, alla luce dei recenti sviluppi, sta diventando una possibilità tutt’altro che remota. Tre i temi cruciali che s’intersecano ed interagiscono tra loro in questo momento: 1) la crisi economica mai superata dai paesi della periferia europea ed aggravata da una deflazione per nulla mitigata dal Q.E. di Draghi, che ora sta minando il sistema bancario; 2) l’imponente flusso di profughi e migranti che sta scatenando reazioni xenofobe in diversi paesi, e sul cui approccio c’è una tale divergenza d’opinioni tra i governi europei, da poter dare ormai per accantonato il trattato di Schengen; 3) il prossimo referendum per il Brexit, che ha spinto la UE all’attuale fase di negoziazione di speciali condizioni per il Regno Unito, che consentano al premier Cameron di spendersi a favore della permanenza nella UE. Condizioni che andranno approvate all’unanimità, ma su cui grava già il veto annunciato da Tsipras, qualora non venga garantita l’applicazione del trattato di Schengen e ripristinata la libera circolazione delle persone. Ma anche il fronte dei paesi meno propensi all’accoglienza dei profughi ha qualcosa da ridire sulle condizioni poste da Cameron, come l’esclusione dal welfare inglese per gli immigrati dalla UE.

Persino Renzi ha deciso di alzare la voce e, dopo settimane di scontri verbali con la Commissione, ha annunciato il veto dell’Italia su qualunque proposta di Berlino volta a ridurre gli investimenti delle banche nel debito pubblico del loro Paese (leggasi proposta Schäuble). La crisi bancaria e la bassa crescita rischiano di far saltare i conti, costringendo Renzi ad entrare in conflitto con la Commissione che deve dare l’ok alla legge di stabilità. Pronto è partito il fuoco d’interdizione da parte della nomenclatura euroentusiasta nostrana, insieme ai mormorii di congiura.

Sarà perché le circostanze hanno imposto ai governi di gettare la maschera, svelando plasticamente il conflitto tra i diversi interessi nazionali. Sarà perché tali interessi sono di vitale importanza per ciascun paese. O anche perché il dramma greco dello scorso anno ha fatto aprire gli occhi a tanti che li tenevano chiusi da troppo tempo e non si erano accorti che quest’Europa ha sempre avuto figli e figliastri, membri di serie A, a cui molto è stato tollerato negli anni in termini di slealtà, e membri di serie B, a cui nulla veniva perdonato e troppo era preteso. Che in quest’Europa ogni paese cercava di perseguire al meglio i suoi interessi, mentre noi italiani abbiamo sempre inviato a Bruxelles i politici meno capaci.

Se l’Inghilterra otterrà lo status speciale che reclama, sarà d’esempio per altri a cui fa comodo un’Unione a la carte. Se poi a giugno dovesse prevalere il si al referendum, sarà il segnale del rompete le righe, e il processo di dissoluzione della UE, partito ormai più di un decennio or sono, con la bocciatura della costituzione europea nei referendum in Francia e Olanda, entrerà nella fase finale. Fino ad allora prepariamoci ad una forte instabilità dei mercati, accompagnata da una grande sofferenza delle banche. Ed altre proteste in Grecia.

Più Europa

eurocrackIl formidabile blocco di potere che ha tracciato e guidato per quasi un trentennio il percorso d’integrazione economica e politica del nostro Paese nell’Unione Europea e nell’Eurozona, si sta disgregando. E questa è una buona notizia.

Quel blocco era costituito da due entità dagli interessi convergenti. Un’entità politica che ha posto l’utopia europeista a traguardo della propria azione, quasi come un surrogato della vecchia ideologia internazionalista. Formata da personalità storiche della sinistra che ne hanno fatto la propria missione politica. Sto parlando di Prodi, Napolitano, Ciampi, Amato, ma anche di Scalfari, Mattarella e Boldrini. Sto parlando di un’intera classe politica che, ammaliata dal sogno europeo dopo lo psicodramma del crollo dell’URSS, ha supinamente assecondato la costruzione di questa Europa e della sua moneta, senza riflettere a lungo su quell’interesse nazionale che si dava per già diluito nell’interesse comune europeo, mentre gli altri stati lo perseguivano spudoratamente ad ogni occasione, ed in special modo la Germania, che di quest’Europa è divenuta egemone.

L’altra componente del blocco di potere è stata quella economico-finanziaria. Fintanto che l’Europa ha significato l’espansione del proprio business e la progressiva compressione dei salari e dei diritti dei lavoratori, l’utopia europeista è stata pienamente condivisa dal capitalismo italiano, con l’eccezione forse delle piccole e piccolissime imprese, che sono state subito penalizzate dall’allargamento della concorrenza e dai regolamenti comunitari, ma queste erano perlopiù rappresentate dalla Lega Nord e non hanno mai avuto grande voce in capitolo, se si esclude un occhio di riguardo fiscale durante i governi di centrodestra.

Il popolo bue ha seguito la via che i suoi maitres a penser indicavano, con il supporto della propaganda dei media di regime e quelli del capitale. Il risultato è stato che gli italiani per lungo tempo hanno creduto nell’Europa unita senza se e senza ma, i più filo-europeisti tra tutti gli altri popoli. I governi s’alternavano, ma il percorso di integrazione non ha mai subito un ripensamento, una critica, ed è proseguito inesorabile fino all’inevitabile crisi. Da allora il sistema è andato avvitandosi su se stesso, l’Italia ha perso un quarto della sua produzione industriale, il Pil si è contratto del 7% e la disoccupazione è raddoppiata. Il combinato disposto di austerità più stretta creditizia, ha falcidiato imprese e redditi, mentre la domanda interna è stata lasciata crollare. La logica conseguenza è stato l’aumento delle insolvenze, cioè delle sofferenze bancarie.

Dopo aver a lungo imperversato tra le classi meno abbienti, la crisi, mai cessata, s’espande verso i ceti benestanti. Gli imprenditori in difficoltà sono preda delle banche, in un tragico mors tua vita mea. Quelli che possono, fuggono all’estero oppure vendono al miglior offerente la propria azienda fintanto che ha valore, in questo modo sono già passati in mani straniere decine di marchi storici italiani nell’indifferenza generale. Arriva alla fine a lambire quei poteri forti che sono sempre stati dietro le casseforti delle banche, quegli stessi che hanno spinto Matteo Renzi a palazzo Chigi, senza bisogno dell’investitura popolare. E siamo alla querelle di questi giorni tra il governo italiano e la commissione europea, che nasconde lo scontro in atto sul futuro del sistema bancario italiano e quindi del destino del nostro apparato produttivo. In ultima analisi del nostro destino di nazione libera, sovrana e indipendente, piuttosto che un paese commissariato dalla troika, come è accaduto recentemente alla Grecia, in perenne austerità. Esito questo ben visto a Berlino.

Mentre i contorni di questo dramma nazionale vanno delineandosi sempre più nitidamente, duole constatare che, a differenza della élite economica e finanziaria, la componente politica del blocco di potere che ci ha condotto verso il “sogno europeo”, si ostina ancora a proporre la panacea del “più Europa”, come la recente richiesta di Scalfari a Renzi di farsi artefice dell’istituzione di un ministro del Tesoro europeo, già lanciata da Mario Draghi, al fine di procedere verso un’Eurozona federale. Incuranti di ogni atteggiamento tedesco, gli irriducibili del più Europa continuano a proporre un matrimonio che nessuno vuole più davvero in Europa, ma rompere il fidanzamento non è possibile senza l’accordo del padrino americano.

Purtroppo le cose sono andate troppo avanti e, allo stato attuale, nessuno ha più il potere di mettersi di traverso. Non ce l’ha il sindacato, che sta vivendo la sua peggiore crisi da sempre. Non ce l’hanno i partiti che, dopo aver abbracciato acriticamente l’utopia europeista, lanciano ora segnali contraddittori, lasciando ancora più confuso un elettorato in continua emorragia. Non gli industriali, che hanno approfittato degli anni di vacche grasse per vivere sugli allori e speculare in borsa, guardandosi bene dall’adeguare i salari alla produttività, ed oggi annaspano per non affogare. Non ce l’ha più il sistema bancario, che ha lasciato sfumare un patrimonio di più di settant’anni di fiducia degli obbligazionisti, per miseri tre miliardi di euro, ed oggi si trova costretto ad affrontare un rischio sistemico, con i vincoli europei, stoltamente approvati, a fare da bastoni tra le ruote. Non ce l’ha Renzi, che dopo due anni di governo può vantare ben miseri risultati sul versante economico, con i poteri forti che lo hanno appoggiato che stanno chiedendosi se sia l’uomo adatto per affrontare la situazione, e se il PD sia ancora il partito di riferimento dei suoi interessi. Mentre ambienti finanziari anglosassoni cominciano a puntare sul cavallo grillino.

In estrema sintesi, ci stiamo risvegliando da un bel sogno, nel bel mezzo di una guerra. E come per ogni guerra, occorrerebbe coesione nazionale ed unità d’intenti, per non soccombere. Purtroppo in molti sono ancora addormentati, sognando gli Stati Uniti d’Europa. E come sonnambuli si aggirano tra noi continuando a farfugliare “più Europa”.