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L’Italia è troppo grande per essere salvata, anche per Francia e Germania

Con l’Italia nell’occhio del ciclone della crisi del debito UE e la Banca centrale europea intervenuta con l’acquisto di titoli di stato italiani sul mercato secondario, gli analisti stanno arrivando alla conclusione che l’Italia è ‘troppo grande per essere salvata’ data la sua massiccia necessità di finanziamento e di indebitamento residuo di € 1,9 bilioni (migliaia di miliardi).

La borsa italiana sta vivendo dall’inizio di agosto alcune tra le sue peggiori sedute dal 2008 e i rendimenti dei titoli pubblici sono schizzati di quasi 4 punti su quelli tedeschi, superando persino quelli spagnoli.

Con una pletora di notizie negative provenienti dall’Europa, su base giornaliera, è difficile attribuire questa crisi italiana ad un solo evento, ma ciò che è innegabile è che i mercati stanno arrivando a realizzare che l’Italia è un animale completamente diverso da Grecia, Irlanda e Portogallo, e che il suo salvataggio potrebbe essere un colpo fatale per l’Unione europea assediata.

Le differenze sono impressionanti. Mentre le necessità di finanziamento per il 2012 per i tre PIIGS già salvati ammontano ad un totale di 91.000.000.000 € , in Italia le necessità di finanziamento raggiungono una massa di € 250.000.000.000. Il debito totale in essere per il paese governato dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è circa € 1,9 bilioni, rispetto a € 345 miliardi per la Grecia, e circa € 150 miliardi di euro per il Portogallo e l’Irlanda, secondo gli analisti di Nomura.

Se l’Italia dovesse fallire, il problema sarebbe che è troppo grande per essere salvata. Nomura sottolinea che l’attuale meccanismo di stabilizzazione finanziaria europea (EFSF) è stato progettato per affrontare il fallimento di paesi relativamente piccoli per essere salvati da un gruppo relativamente ampio di paesi partecipanti della zona euro. Il discorso cambia per l’Italia.

Attualmente, l’EFSF ha una capacità effettiva di prestito di € 320 miliardi su un totale di € 440 miliardi, il finanziamento di cui l’Italia ha bisogno per i prossimi due anni supera i € 500 miliardi. Non solo l’EFSF (e il suo successore, ESM, con totale capitale sociale stimato in circa € 700 miliardi) non hanno la capacità di salvare l’Italia, il numero di paesi pronti e disposti a dare una mano a Roma andrebbe ridotto a due soli: la Francia e la Germania.

I due cani di grossa taglia d’Europa sarebbero costretti a tirar fuori € 500 miliardi per i loro compagni italiani, che costituiscono circa il 10% del loro PIL combinato (circa € 5000 miliardi, secondo Nomura). Secondo la nota:

Ad un certo punto il carico è troppo grande per la Francia e la Germania, troppo. Per esempio, la Francia sarebbe in grado di sostenere un rating AAA con passività potenziali in Italia superiori al 10% del PIL?

Non c’è abbastanza capacità per salvare l’Italia nelle risorse di bail-out delle infrastrutture. E anche un EFSF ampliato non può essere in grado di fornire una medicina credibile nel medio termine.

Una possibile alternativa è l’intervento delle banche centrali per abbassare i tassi.

Ma questo potrebbe non essere sufficiente, come nota Alphaville del Financial Times. Mentre la BCE ha già provato questi interventi con Grecia, Portogallo e Irlanda, e non è riuscita a garantire “la profondità e liquidità in quei segmenti di mercato che sono disfunzionali”, come suggeriscono tali volumi di scambio. E, data la dimensione del mercato obbligazionario italiano, con “fatturato giornaliero a maggio di € 12 miliardi” e le emissioni lorde nel terzo trimestre di € 31 miliardi, in titoli a due, cinque e dieci anni, sarebbe un disastro per BCE tentare di rendere l’Italia “un paziente normale.”

La situazione è davvero terribile. La battaglia politica in Germania per il salvataggio delle nazioni più piccole è stata enorme, erodendo gran parte del capitale politico della cancelliera Angela Merkel. Il salvataggio dell’Italia, poi, sembra un’impossibilità economica, politica e sociale.

Agustino Fontevecchia © Forbes

(traduzione di Bruno Genovese)

Il caso Italia

Tra tanto disordine, l’Italia contribuisce per la sua brava parte. Il paese non riesce più a crescere da molti anni ed anziché rinnovarsi per tenere il passo con la competizione globale, si è rinchiuso nella difesa di interessi corporativi e privilegi acquisiti. La corruzione ed il malaffare sono dilagati fino a raggiungere giri d’affari vertiginosi. Si ipotizza che il fatturato della criminalità organizzata oscilli intorno ai 130 miliardi, mentre l’evasione fiscale non è mai stata efficacemente combattuta ed oggi si aggira sui 150 miliardi l’anno. Inoltre la Corte dei Conti quantifica in 60 miliardi il costo della corruzione ogni anno.

Durante la guerra fredda, l’Italia è stato il paese con l’economia più statalizzata dell’Europa occidentale, arrivando a rappresentare più della metà del PIL. Banche, industrie, telefoni, autostrade, aziende di trasporto, e molto altro era in mano pubblica, oltre ai tradizionali settori della sanità, istruzione, giustizia e difesa. Cionondimeno i ritmi di crescita di quel periodo sono stati tra i più elevati mai raggiunti dal paese. Probabilmente quella struttura si addiceva meglio al carattere nazionale, da sempre abituato allo Stato padrone e alle corporazioni a difesa degli interessi di settore.

Sicuramente una diversa etica pubblica ha connotato i dirigenti politici di quegli anni, diversamente da quelli successivi, molto più inclini al nepotismo e alla corruzione. Inoltre, decenni di assunzioni clientelari nella pubblica amministrazione, ne hanno minato l’efficienza, a vantaggio di una burocrazia che ha finito per rappresentare un freno allo sviluppo ulteriore.

Criminalità, corruzione, evasione fiscale, burocrazia e insipienza politica sono i mali che maggiormente affliggono l’Italia e che hanno consentito un’espansione folle del debito pubblico, giunto alla incredibile cifra di 1900 miliardi di euro, ovvero il 120% del PIL. Accanto a ciò vi è anche l’andamento demografico, che fa dell’Italia uno dei paesi insieme più longevi e meno prolifici del mondo, con conseguente invecchiamento della popolazione.

Infine, il divario tra nord e sud s’è fatto sempre più ampio; in effetti, ciò che va sotto il termine di “questione meridionale”, si può dire che sia alla base dei mali che affliggono l’Italia. Tali fattori negativi tuttavia persistono da lungo tempo e se solo nella crisi attuale sembra che siano venuti al pettine, ciò è dovuto alla moneta comune, dal momento che nel passato veniva usata la valvola di sfogo fornita dalla svalutazione monetaria per ridare fiato all’economia e spalmare su tutti gli italiani il costo del riallineamento, con la conseguente inflazione. Con l’Euro non è stato più possibile e non è un caso che l’ultimo decennio abbia registrato un sostanziale ristagno dell’economia italiana, mentre il debito ha continuato ad aumentare.

Attualmente il paese è in una fase di declino industriale, con aumento della disoccupazione e della sperequazione sociale, riduzione del welfare e del potere d’acquisto reale dei salari. La recente manovra economica, imposta al governo dalla BCE per procedere all’acquisto di titoli pubblici italiani (giunto a quasi 100 miliardi di euro, dalla metà dell‘agosto scorso, non senza contrasti interni all’istituto, sfociati nelle dimissioni del membro tedesco del board), avente come fine il pareggio di bilancio nel 2013, aumentando il carico fiscale, sortirà effetti recessivi, riducendo ulteriormente PIL e consumi.

Pur tuttavia l’Italia non è un paese povero, si calcola che la ricchezza delle famiglie italiane oscilli intorno ai 9000 miliardi, anche se il 10% delle famiglie ne possiede il 50%. Ancora oggi, in piena crisi, è la settima o l’ottava economia del mondo, con numerosi settori d’eccellenza. Il capitale umano del paese è ancora in grado di competere con successo con altre nazioni, ma non si può più lasciare che il divario con gli altri paesi concorrenti aumenti. Siamo ad un punto di svolta, in un momento cruciale della Grande Crisi Economica iniziata nel 2008 con la bolla dei mutui subprime ed arrivata ora ai debiti sovrani. Dopo la Grecia, sarà l’Italia a ballare sulla graticola (in parte ha già iniziato), gli speculatori avranno modo di guadagnare molto dall’aumento degli interessi sul debito, se questo non dovesse essere ricondotto a livelli più bassi, soprattutto in presenza di un calo reale del PIL, quale si prevede nel prossimo biennio.

La BCE non potrà acquistare BOT e CCT indefinitamente, specialmente con un governatore italiano alla sua guida, mentre il nuovo strumento salva stati – EFSF è ancora lungi dall’essere operativo, non essendo ancora stato approvato da tutti i parlamenti nazionali.
Il debito pubblico greco è di 350 miliardi, ancora alla portata di un salvataggio dei paesi forti dell’Euro. Il debito italiano è al di la delle capacità anche dei paesi più ricchi e un default italiano rappresenterebbe davvero il crollo dell’euro, con conseguenze catastrofiche su tutti i mercati.

Oggi è l’Italia il vero sorvegliato speciale della comunità internazionale. Se riuscirà in breve tempo ad attuare le riforme necessarie, far pagare le tasse a tutti abbassandole, spendere meno e meglio il denaro pubblico, contrastare la criminalità ed a prelevare un po’ di ricchezza dai più abbienti per ridurre il suo debito, potrà riprendere a crescere e darà stabilità all’Euro. Altrimenti ci attendono tempi molto duri.

L’uscita della Grecia dall’Euro: 60% di svalutazione della moneta, default, collasso del settore bancario

“L’Euro non dovrebbe esistere”, recita la prima riga di una nota rilasciata da UBS martedì 6/9, che analizza la possibilità di un’operazione di break-up e conclude che i costi sono troppo alti da sopportare, sia per le “forti” che per le “deboli” nazioni europee.

Il costo dell’uscita di un paese periferico oscillerebbe da circa 9.500 € a 11.500 € a persona per il primo anno (13.360 $ a 16.172 $), per passare quindi da 3.000 € a 4.000 € all’anno per i successivi (4.219 dollari a 5.625 dollari), secondo UBS, insieme ad un collasso del sistema bancario nazionale, a fallimenti aziendali oltre quello del debito sovrano, ad una massiccia svalutazione della moneta, e un calo del volume degli scambi del 50% circa.

Nel caso di un paese “forte” come la Germania non è così male, ma rappresenta pur sempre un colpo notevole all’economia, un crollo nel settore bancario e una completa perdita di competitività delle esportazioni.

I ricorrenti problemi di debito sovrano in Europa sono aumentati al di là delle piccole nazioni periferiche e attualmente mettono a repentaglio l’esistenza di tutta l’Unione, come Italia e Spagna (la terza e la quarta economia all’interno del blocco) sono stati attaccati dalla speculazione e ora richiedono l’aiuto della BCE.

E’ noto oggi che l’UE è un progetto ambizioso che idealisticamente ha cercato di integrare l’Europa, socialmente, politicamente ed economicamente, ma non è riuscito a tenere conto degli squilibri interni.

La politica monetaria dell’UE è stata chiaramente disfunzionale, i tassi bassi hanno alimentato bolle speculative nei paesi periferici che, all’espandersi dell’economia dell’Unione europea, sono diventate sempre più grandi. “I politici in genere non riescono ad apprezzare che le minacce economiche possono anche presentarsi (temporaneamente) con un aspetto positivo, sotto forma di bolle”, recita la nota di UBS. Quando la bolla ha cominciato a sgonfiarsi, i programmi economici sottostanti sono crollati insieme.

La gravità dei problemi dell’Europa è cresciuta, i commentatori hanno cominciato a speculare sulla possibilità di un accordo di break-up della UE , sia nel caso che un paese decida di lasciare autonomamente, sia che possa essere costretto a lasciare da parte dei suoi pari. Questo lascia essenzialmente due scenari, che la nota di UBS prende in considerazione: uscita di un “paese debole” (Grecia, Irlanda, Portogallo, per esempio), e uscita di un “paese forte” (Germania, Francia, per esempio). Stiamo andando ad analizzare la prima.

Per inciso, gli analisti di UBS indicano le difficoltà giuridiche di un paese membro di abbandonare la zona euro. L’Unione europea, costituita da una serie di trattati tra cui il Trattato di Lisbona, il Trattato di Maastricht e il trattato di Roma, non contempla il caso di break-up, che richiederebbe una modifica dei trattati in una prolungata fase di limbo politico. Una nazione sovrana, però, potrebbe lasciare unilateralmente. Quindi cosa accadrebbe se, per esempio, la Grecia abbandonasse l’Euro?

I costi di uscita dall’Unione monetaria e creazione di una nuova moneta nazionale (NMN) sono enormi, secondo UBS. Il primo grande ostacolo sarebbe un default sovrano. Praticamente la secessione dall’Unione europea richiederebbe una ridenominazione del debito estero in NMN, in modo da garantire una sorta di controllo sul debito. “Questo costituirebbe un default agli occhi della maggior parte degli investitori.” Default significa miliardi di perdite per le banche dell’Unione europea, le banche locali, creditori e debitori probabilmente in tutto il mondo.

La svalutazione della moneta sarebbe grave. Mentre molti hanno detto che da un 15% a un 20% di svalutazione aiuterebbe i paesi deboli a guadagnare competitività, la situazione sarebbe molto più estrema: UBS stima che il nostro “paese debole” vedrebbe la sua moneta cadere del 60% (tenendo come precedenti l’Argentina e la caduta del’unione monetaria USA negli anni ’30 ). Questo, a sua volta, porterebbe ad un picco del costo del capitale.

“Ad una stima molto prudente, questo comporterebbe un aumento di 700 punti base del premio di rischio. Se il sistema bancario è completamente paralizzato allora il costo del capitale aumenta di fatto di un numero infinito. Nella paralisi estrema della finanza, il capitale non è disponibile a qualsiasi prezzo”.

L’aumento dei costi di capitale graverebbe sulle imprese locali, dalle grandi alle piccole, e sulle banche. Le aziende potrebbero crollare per l’inaridimento del finanziamento e la difficoltà di finanziarsi dall’estero (la gente deve accettare la nuova NMN). Il sistema bancario andrebbe completamente in collasso. Gli investitori si precipiteranno a ritirare i soldi in massa in risposta alla incertezza che circonda la rivalutazione forzata dei conti in NMN. Dalla nota:

Confrontandosi con le ovvie incertezze che circondano l’istituzione di una NMN, la risposta ovvia di chiunque con esposizione verso il sistema bancario secessionista è quella di prelevare denaro dalla banca il più presto possibile. Ciò potrebbe essere fatto elettronicamente – se il governo non mette in luogo rigorosi controlli sui capitali. In tal caso, il depositante saggio anticipando la creazione di una NMN, ritirerebbe i suoi soldi in forma fisica, li metterebbe in una valigia e li porterebbe oltre il confine internazionale più vicino – a meno che il governo sigilli i confini alla circolazione delle persone. In tal caso, il depositante sensato ritirerebbe i suoi soldi in forma fisica, li metterebbe in una valigia per seppellirla nel suo giardino. L’unico modo è chiudere il sistema bancario del tutto, o forse porre un limite alla quantità di prelievi che possono essere fatti nel periodo di transizione.

I costi di ricapitalizzazione del sistema bancario sarebbero probabilmente a carico dei depositanti. In Argentina, il governo ha fatto rispettare la conversione dei conti da dollari a pesos “al prezzo vecchio di cambio ufficiale” per poi svalutarlo rispetto al dollaro. Insieme ad una corsa agli sportelli prevista, i depositanti del nostro paese debole vedrebbero cadere il valore dei loro conti’del 60% nel caso di una svalutazione del 60%, secondo UBS.

Il commercio avrebbe un crollo completo, giacchè una svalutazione forzata non soddisferebbe una serie di partner commerciali poco disposti ad accettare la NMN denominata in beni che valgono il 60% in meno. Sarebbe ragionevole aspettarsi un crollo del 60% in risposta ad un deprezzamento del 60% della NMN, una analisi della Commissione europea “allude esplicitamente a”, secondo UBS, volumi di scambio verso il basso di circa il 50%.

Infine, insieme a un default generale, ci troveremmo ad affrontare disordini civili con la società spinta nel caos, picchi di disoccupazione e persone rimaste senza necessità di base, molto simile a ciò che si è visto in Argentina nel 2001-2002. Una valutazione molto approssimativa porta gli analisti di UBS a stimare che la secessione costerebbe ad ogni persona in questo paese dai 9.500 € ai 11.500 € il primo anno. “Queste sono stime prudenti. Le conseguenze economiche di disordini civili, disgregazione del paese, secessione, ecc, non sono incluse in questi costi “, avvertono gli analisti.

Agustino Fontevecchia © Forbes

(traduzione di Bruno Genovese)