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Confusione

RenziConfesso che ho avuto e tuttora conservo delle grosse perplessità e lacune nel decifrare gli avvenimenti un po’ frenetici degli ultimi giorni che hanno portato alla caduta del governo Letta e all’investitura a furor di popolo di Matteo Renzi.

Non voglio stare a ripetere le analisi svolte dai più noti commentatori politici su tutti quanti i giornali, persino d’Oltretevere. La manovra di Palazzo è stata chiara a tutti e quasi tutti hanno rimproverato al giovane Renzi l’incoerenza con quanto da lui affermato riguardo i giochini politici della vecchia nomenclatura e la necessità di legittimazione elettorale per arrivare al governo. Tutti hanno colto l’azzardo ad impegnarsi anzitempo disponendo dello stesso Parlamento che ha partorito il bis di Napolitano, le larghe intese e il governo Letta, la cui sostituzione precipitosa ha senza meno allargato le fila dei nemici interni del turbo-segretario. Infine tutti hanno evidenziato la mancanza di un programma di governo esplicito, demandato in ultima istanza alle capacità taumaturgiche del nuovo uomo della Provvidenza.

Ogni analisi che ho letto in questi giorni contiene ragionamenti sensati e condivisibili, ultima in ordine di tempo quella di Marco Lillo su Il Fatto Quotidiano di oggi, in cui il giornalista si chiede:

“Perché Renzi sta per consegnarsi a una maggioranza parlamentare che non ha scelto e della quale non si fida? Perché sta per legare il suo destino a quello di Angelino Alfano? Perché ha smentito tutto quello che aveva detto nei mesi precedenti?”

Rispondendosi poco più avanti:

“Non credo che il vero obiettivo di Renzi sia un Governo debole fino al 2018 ma una riforma elettorale che lo porti al voto entro il 2015 da una posizione di forza. Da presidente del consiglio ora è lui ad avere in mano la pistola carica per uccidere la legislatura, non più Enrico Letta né Giorgio Napolitano. Renzi ha pensato che la postazione migliore per portare a casa una riforma elettorale bipolarista concepita in modo da far fuori il Movimento 5 Stelle, che i sondaggi danno al terzo posto dopo la coalizione di centrosinistra e quella di centrodestra, fosse Palazzo Chigi.

Il suo obiettivo non è governare con Alfano ma ottenere la legge elettorale su misura dei due poli per poi giocarsi la partita al secondo turno contro Berlusconi o una sua controfigura.”

Il ragionamento non fa una piega, ciononostante rimango con la mia sensazione di confusione, con l’impressione di non essere riuscito ancora a mettere al loro posto tutti i tasselli del mosaico, come ad esempio la manovra a tenaglia d’interdizione nei confronti del Quirinale, partita con giusto tempismo sul Corriere della Sera e Financial Times.

A questo giro qualcuno ha deciso di limitare lo strabordante protagonismo politico del presidente e spezzare quell’asse d’acciaio che s’era costituito con il premier Letta, al quale Napolitano non ha mai fatto mancare il suo schermo protettivo, anche quando alcuni ministri avrebbero dovuto farsi da parte per gravi irregolarità nel loro operato. E questo qualcuno deve essere così potente da sfidare gli appoggi influenti di cui i due presidenti godono a Berlino e a Bruxelles.

Dopo aver ferocemente criticato re Giorgio per le sue scelte politiche degli ultimi 30 mesi, travalicando il ruolo delineato dalla Costituzione per il capo dello Stato, sarei tentato di rallegrarmi per il suo ridimensionamento. Ma avendo criticato ferocemente anche Eugenio Scalfari per il suo totale appiattimento sulle politiche d’austerità imposte dall’Europa a guida tedesca, per il suo fanatismo europeo che può ben essere riassunto nella frase “morire per Maastricht” e per il suo fiancheggiamento verso la deriva monarchica di Napolitano, accade però che proprio Scalfari non sia tenero in questa fase con Matteo Renzi e che gli rimproveri azzardo ed incoerenza allo stesso modo della gran parte dei commentatori politici. E nell’editoriale di ieri va anche oltre, svelando forse una delle poste in gioco. In conclusione del suo scritto, si legge:

“Resta il tema della politica economica che è il solo che stabilirà il successo del governo Renzi o la sconfitta sua e del suo partito. Quello che vuole fare e i problemi che dovrà affrontare sono gli stessi del governo Letta, indicati e aggiornati nelle proposte da lui inviate alla direzione del Pd e giudicate da Renzi come contributi (marginali) ma non erano solo contributi, era l’elenco del fattibile, in parte già in corso di attuazione e positivamente considerato dalle autorità europee e dalla Bce di Mario Draghi. Ora è il programma di Renzi ma con una differenza non da poco: Renzi vuole andare oltre le coperture previste dagli impegni europei, come vuole Squinzi, come vuole la Camusso, come vuole Vendola, cioè le parti sociali e la destra come la sinistra. Ma possono fare queste operazioni in barba all’Europa e agli impegni assunti dal governo precedente? Questa è la domanda e la risposta è questa: se rispetta gli impegni con l’Europa il suo governo sarà eguale a quello di Letta e non molto più veloce nelle realizzazioni; se non li rispetta innescherà il commissariamento europeo e i sacrifici ancora maggiori sugli italiani.”

Ricapitolando, senza ingenti risorse economiche per far ripartire l’economia, anche Renzi non può che galleggiare allo stesso modo del governo che l’ha preceduto. Certo spingerà l’acceleratore sulle chimeriche riforme, che però dovranno essere a costo zero. Pensare di spremere i ricchi attraverso una patrimoniale è suicida per una maggioranza di governo che si regge grazie al Centrodestra di Alfano e per le riforme elettorale e costituzionali che dipendono dall’accordo con Forza Italia di Berlusconi.

Se l’economia non riparte, la crisi non accenna a passare e la disoccupazione non retrocede sensibilmente, le aspettative immense che Matteo Renzi ha generato possono tramutarsi di qui alle elezioni europee di maggio in un’altrettanto grande delusione che penalizzerà soprattutto il risultato del PD, ridando forza agli oppositori interni del segretario, che rischia di bruciarsi in fretta come un meteorite nella notte.

A meno che le risorse economiche Renzi riesca ad ottenerle dall’Europa, sotto forma di sforamento del tetto del deficit, come in passato già avvenuto per Francia e Germania, senza che ciò abbia innescato procedure punitive nei loro riguardi. In quest’ottica, la vera battaglia di Renzi avverrà in Europa, contro la cancelliera Angela Merkel e i suoi diktat a base di rigore e austerità.

Lo si capirà molto presto. Ciò che è certo, come dice Marco Lillo, è che:

“Renzi tutto è tranne che uno stupido. E’ un po’ bugiardo, molto furbo e ambizioso, ma non stupido.”

Un’ultima parola sulla sensazione che ho riguardo un rimescolamento di alleanze internazionali, quel tipo di giri di valzer che noi italiani siamo soliti fare nei momenti critici, come passare dalla Triplice Alleanza al fianco di Francia e Inghilterra nel 1915, o come saltare dal Patto d’Acciaio agli Alleati nel 1943. In fin dei conti se questa è una guerra combattuta con armi economiche e finanziarie, ci possono essere anche rivolgimenti di campo. E noi li sappiamo fare bene.

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