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Noi siamo da secoli calpesti e derisi

RenziIl premier italiano accolto al G7 in Baviera sulle note di Azzurro di Paolo Conte

Cosa rende una comunità, un popolo, una nazione più temibile e rispettata ad occhi estranei? Le armi? Certo gli strumenti di morte conferiscono una qual sicurezza a chi li possiede, ma non dissuadono chi della morte si fa sprezzo. Le sofisticate macchine da guerra in forza alle legioni romane del IV secolo d.C. non hanno impedito alle orde barbare di avere la meglio sul decadente impero. Così come le moderne armi in dotazione agli eserciti non dissuadono gli insorgenti di tutto il mondo.

Non è neppure la mera consistenza numerica a costituire fattore determinante, considerata la storia di popoli numericamente inferiori che hanno saputo conquistare e sottomettere vasti imperi, come quello macedone o quello mongolo.

E non sono certo le ricchezze possedute che conferiscono timore e rispetto, avendo anzi alla lunga l’effetto di affievolire l’aggressività e favorire la rilassatezza dei costumi.

Ciò che veramente rende temibile e rispettata una comunità, un popolo, una nazione, è l’unità d’intenti, la volontà comune, la condivisione generale degli obiettivi, giusti o sbagliati che siano. Quanto più una comunità è coesa nel perseguimento degli obiettivi che si è data, tanto più essa si presenta al mondo esterno come un’entità omogenea e determinata, e dunque temibile.

Un po’ come avviene con l’aria che c’investe, costituita da innumerevoli molecole, ciascuna con il proprio moto, e della quale neppure ci accorgiamo. Se invece quelle stesse molecole sono forzate ad uno stesso moto in un getto compresso, possono divenire finanche dolorose.

Per converso, una comunità, un popolo, una nazione, frastagliata in tante fazioni eternamente in lotta tra loro, viene percepita come debole e suscettibile di influenze esterne. Penso all’Italia, le cui divisioni storiche hanno da sempre favorito i giochi di potenze straniere, con particolare evidenza nell’ultimo secolo, in cui siamo stati capaci di passare dall’alleanza con l’impero austroungarico, alla guerra al fianco degli anglo-francesi, salvo lamentarci subito dopo per la “vittoria mutilata” e riallacciare un’alleanza con la Germania nazista, che ci ha portato alla sconfitta ed al tardivo cambio di fronte. Dopo essere stati assegnati al campo occidentale dagli accordi di Yalta, abbiamo espresso il più grande partito comunista d’occidente, che però si è presto convertito al filo-atlantismo Nato e, dopo il crollo dell’Urss, anche al neo-liberismo europeista, diventandone convinto paladino, ricevendone in cambio la legittimazione a governare da parte delle cancellerie europee.

E’ falso affermare che gli italiani non siano un popolo. Siamo un grande popolo, con una lunga e intensa storia ed immensi meriti artistici, scientifici e culturali. Ma tra i nostri peggiori difetti vi è un’esasperata faziosità che ci spinge ad un eccessivo settarismo, il più delle volte pretestuoso. Detto in parole più semplici, ci piace essere in disaccordo e litigare su tutto. E questo è il nostro grande limite che ci impedisce di assumere sul proscenio internazionale un ruolo più indipendente ed autorevole, oltre ad esporci alle mire altrui. E’ questo che ci porta ad autodenigrarci come popolo ed assumere gli altri a modello.

Vediamo in questi giorni l’esempio del popolo greco, che pur tra mille traversie, è riuscito ad esprimere una volontà comune, con cui sta affrontando forze impari che vorrebbero imporgli le proprie scelte. In questo scatto d’orgoglio, dettato dalla sofferenza sociale, la comunità greca (poco più di undici milioni) sta riguadagnandosi il rispetto ed il timore delle altre genti, per le conseguenze dello scontro in atto tra la piccola Grecia ed il resto dell’Europa.

Ora che l’Europa ed il mondo si trovano alla vigilia di un cambiamento epocale, preannunciato da una miriade di segnali di crisi, sarebbe stato oltremodo opportuno che dal genio italico un nuovo pensiero fosse sorto a far da guida alla nazione, raccogliendola attorno ad un comune obiettivo. In fin dei conti si tratta solo di sopravvivere come comunità indipendente nei decenni a venire.

La rivoluzione passa per il voto o per l’astensione?

Iliade

Sulle elezioni regionali di domenica scorsa trovo da dire ben poco, se non che il mio partito è quello che continua inesorabilmente a crescere ad ogni tornata elettorale. Certo, so bene che il Sistema si sentirà legittimato anche con una minima affluenza alle urne, continuando ad esercitare potere e controllo con tutti gli strumenti di cui si è dotato. Ma, come ho già scritto altre volte, mai più col mio voto. E siccome non partecipo al voto, questo sistema non ha la mia legittimazione, per quel poco che possa contare. Basta ipocrisia in questo che è divenuto un nuovo feudalesimo, il Potere faccia ciò che ritiene, senza millantare più la legittimazione popolare. Che cada infine la sua maschera con l’astensione dal voto dei più, allora si vedrà chiaramente chi è che comanda davvero e decide in barba alla Costituzione, al diritto e all’interesse generale. Quando il mio partito sarà maggioranza, apparirà finalmente nuda la realtà di una élite che ha sempre deciso per tutti, indipendentemente dall’esito del voto, facendo dell’Italia una piccola e gregaria potenza guerrafondaia, in spregio alla Costituzione. Che ha svenduto la nostra invidiabile economia ad interessi stranieri, vincolandoci con trattati che hanno progressivamente limitato la sovranità popolare. Che ha promesso più benessere con la globalizzazione, salvo omettere che sarebbe stato solo per pochi eletti, mentre il resto del popolo ha visto peggiorare le proprie condizioni e prospettive future.

Qualcuno potrebbe obiettare che in Grecia con il voto qualcosa è cambiato. Vedremo a breve come andrà a finire l’esperimento greco. Si noti però che quando un governo eletto democraticamente si mette in testa di cambiare davvero il sistema, va incontro inevitabilmente ad una brutta fine. Basti per tutti l’esempio cileno. Nel 1970 Unidad Popular vinse le elezioni e Salvador Allende divenne presidente, dando l’avvio ad una serie di misure veramente “rivoluzionarie”.

Fu avviato un programma di nazionalizzazione delle principali industrie private, fra cui le miniere di rame fino ad allora sotto il controllo della Kennecott e della Anaconda (aziende statunitensi), si diede mano alla riforma agraria, fu creata una sorta di tassa sulle plusvalenze. Il governo annunciò una sospensione del pagamento del debito estero e al tempo stesso non onorò i crediti dei potentati economici e dei governi esteri. Tutto ciò irritò fortemente la media e alta borghesia e da qui la tensione politica nel paese, oltre ovviamente a creare un discreto dissenso internazionale. Vi fu la nazionalizzazione delle banche, delle compagnie di assicurazione e, in generale, di tutte quelle attività che condizionavano lo sviluppo economico e sociale del paese. Tra queste la produzione e la distribuzione di energia elettrica, i trasporti ferroviari, aerei e marittimi, le comunicazioni, la siderurgia, l’industria del cemento, della cellulosa e della carta. Nel 1973 lo Stato controllava il 90% delle miniere, l’85% delle banche, l’84% delle imprese edili, l’80% delle grandi industrie, il 75% delle aziende agricole ed il 52% delle imprese medio-piccole.

Vi furono l’introduzione del divorzio e l’annullamento delle sovvenzioni statali alle scuole private, leggi che irritarono i vertici della Chiesa cattolica (nonostante molti preti e anche vescovi, seguaci della teologia della liberazione, sostenessero Unidad Popular).

Furono introdotti la garanzia di mezzo litro di latte ad ogni bambino, incentivi all’alfabetizzazione, l’aumento dei salari, alcune tutele sociali, il prezzo fisso del pane, la riduzione degli affitti, la distribuzione gratuita di cibo agli indigenti e l’aumento delle pensioni minime.

Sin dai primi mesi di governo, Allende promosse l’invio nelle regioni meridionali del Cile di 55.000 volontari, allo scopo di fornire l’istruzione e cure mediche di base alla fascia più povera della popolazione. Inoltre, fu istituita una commissione centrale, composta da rappresentanti del governo, dei sindacati e dei datori di lavoro, per sovrintendere un piano di pagamento tripartito e fu firmato un protocollo d’intesa con i rappresentanti dei lavoratori che concedette i diritti di rappresentanza nel consiglio di finanziamento del Ministero di pianificazione sociale.

Poi, allo scopo di stimolare la crescita economica, il governo avviò un intenso programma di lavori pubblici, tra i quali la metropolitana di Santiago, in modo di collegare meglio i quartieri operai, la costruzione di numerose case popolari ed investimenti per migliorare i servizi igienico-sanitari.

Importanti furono gli interventi nell’agricoltura che favorirono i contadini braccianti e i piccoli imprenditori coltivatori (in gran parte ex braccianti che avevano acquistato piccole proprietà o imprese familiari), che godettero di sovvenzioni e sgravi fiscali notevoli a scapito dei latifondi e delle proprietà maggiori di ottanta ettari di cui fu disposta l’espropriazione.

Di conseguenza, la spesa sociale, indirizzata verso l’istruzione, politiche abitative e sanitarie, crebbe fortemente e fu bilanciata da un grande sforzo per ridistribuire la ricchezza a vantaggio dei cileni più poveri, tra cui gli indigeni mapuche. Tali ambiziosi progetti, sebbene incompleti, comportarono un netto aumento dei salari e degli assegni famigliari (in seguito vanificati dalla recrudescenza dell’inflazione) che permisero ai più poveri di nutrirsi o di vestirsi meglio e di godere di un maggiore accesso ai servizi di sicurezza sociale.

Gli effetti delle politiche di redistribuzione della ricchezza sono testimoniate dall’aumento della quota del reddito salariale dal 51,6% (media annuale tra il 1965 e 1970) al 65% e dall’aumento del 12,9% dei consumi delle famiglie e dall’incremento della spesa media personale, pari al 4,8% nel periodo 1965-1970 e che raggiunse l’11,9% nel 1971.

[da Wikipedia]

Come andò a finire lo sappiamo bene tutti. Per conoscere come finirà in Grecia basta attendere ancora un po’, ma quel che è chiaro fin da subito è che Tsipras non è certo Allende.

La conclusione perciò è sempre la stessa, con questo Potere globale non si può venire a patti.

… non mi parlare, maledetto, di patti:
come non v’è fida alleanza fra uomo e leone,
e lupo e agnello non han mai cuori concordi,
ma si odiano senza riposo uno con l’altro,
così mai potrà darsi che ci amiamo io e te; fra di noi
non saran patti, se prima uno, caduto,
non sazierà col sangue Ares, il guerriero indomabile.

[Iliade, libro XXII]

Israeli Neutron Bomb in Yemen

Mia moglie dice che quando legge i miei post le capita di sentirsi come dopo aver letto La morte di Ivan Il’ič. Non posso farci nulla se la mia visione del futuro è un tantino pessimistica. D’altro canto gli avvenimenti – noti e meno noti – che si susseguono, non fanno altro che confermare il mio pessimismo. Che non è poi solo il mio.

Dal post odierno sul blog di Alberto Bagnai:

[…] Tieni duro, fra un po’ sarà peggio… […]Sarà peggio perché arriverà un’altra crisi dagli USA, con due problemi: [1] i politici europei non potranno continuare a chiedere sacrifici, ma [2] grazie all’euro non potranno fare altro. Quindi forti disordini sociali in Europa, e forse una guerra mondiale per risolvere la crisi di domanda (fu la II guerra mondiale a far ripartire l’economia, non Roosvelt). Aspettiamo. […] Mia adorata, hai visto la notizia sulla bomba al neutrone in Yemen? Non ho fatto in tempo a dirlo! Cosa ci ricorda? Che quello nucleare non è un deterrente.

Una bomba al neutrone in Yemen? Aspetta, che provo a googlarlo, ma in italiano c’è poco di verificabile, a parte il sito di greenreport. Meglio cercare in inglese “Israeli Neutron Bomb Yemen”, si scopre che la notizia è riportata sull’edizione in lingua inglese della Pravda online, con annesso video da YouTube:

videoimg

Poi guardo i nostri TG e mi rinfranco con i risultati delle elezioni regionali che occupano tutto lo spazio. Meglio così. Meglio che non ci penso.