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Referendum, mon amour

grecia1Devo fare ammenda del mio precedente giudizio su Alexis Tsipras ed il suo governo. Avevo creduto che alla fine si sarebbe piegato ai diktat della troika pur di rimanere nell’euro, e invece non l’ha fatto. Ha convocato a sorpresa un referendum per il prossimo 5 luglio, in cui i greci saranno chiamati ad esprimersi sull’accettazione delle condizioni ultimative dei creditori, che Tsipras non s’è sentito di sottoscrivere. Ora la parola è al popolo greco, se rigetterà l’accordo con la troika, l’uscita dall’euro diventerà inevitabile. Altrimenti non potrà essere Syriza a gestire la resa incondizionata della Grecia e verosimilmente Tsipras rassegnerà le dimissioni, con la nascita probabile di un governo di unità nazionale.

Forse, analizzando con una diversa prospettiva le mosse del premier greco, si riesce a scorgere una logica alternativa. Partendo dal dato di fatto che al momento delle elezioni greche, lo scorso gennaio, la maggioranza dell’elettorato era per il rifiuto dell’austerità imposta, ma al contempo anche favorevole alla permanenza nell’eurozona. I due obiettivi non erano conciliabili ed i 5 mesi di sterili trattative l’hanno ampiamente dimostrato. Supponiamo dunque che anche gli strateghi di Syriza fossero consapevoli di ciò, senza poterlo esplicitare, pena l’alienazione dei voti di quei cittadini che in buona fede hanno creduto nel buon esito di una trattativa con i creditori. Propugnare l’uscita dall’euro in campagna elettorale sarebbe certamente costata la vittoria a Syriza.

Una volta vinte le elezioni e costituito un governo forte dell’alleanza con un partito della destra euroscettica, favorevole all’uscita dall’euro, messo a presidiare strategicamente il ministero della difesa, occorreva guadagnare tempo ed evitare di essere strangolati subito, prima ancora di aver preso pieno controllo delle leve di comando (non dimentichiamo che Syriza è un partito nuovo, senza propaggini storiche nella burocrazia statale). Il governo aveva anche bisogno che il popolo greco maturasse la consapevolezza dell’inutilità della trattativa, prendendo atto dell’inamovibilità delle posizioni dei creditori, e dunque dell’ineluttabilità dell’abbandono della moneta comune.

Syriza ha ricevuto il mandato di trattare con la troika per ottenere condizioni sostenibili per il debito greco, ma non per uscire dall’euro. Inoltre, preparare in segreto i piani operativi di un’uscita dall’euro, richiedeva del tempo, che il neo governo greco rischiava di non avere se avesse mostrato fin dall’inizio della trattativa maggiore intransigenza e fermezza. Ecco quindi spiegata la mia percezione sfiduciata di quegli accordi iniziali, in realtà non avrebbe potuto che essere quello il percorso per abbandonare la moneta unica senza dichiararlo prima delle elezioni e senza attuare una decisione autoritaria che avrebbe scatenato proteste nel paese, cercando invece di costruirgli attorno l’indispensabile consenso popolare.

Ora che il dado è tratto, qualunque cosa sceglieranno i greci domenica prossima, Tsipras e la sua squadra hanno comunque dimostrato doti lontane anni luce da quelle a cui ci hanno abituato i nostri governanti. La trattativa è saltata e il governo greco avrà le mani molto più libere per difendersi dalle ritorsioni della BCE (qualora ci fossero). Se i greci confermeranno le sue scelte, il governo potrebbe addirittura evitare il panico e le corse agli sportelli bancari, imponendo alla banca centrale greca di stampare euro a sufficienza per rifornire i bancomat (dopotutto si tratta dei loro risparmi) e aspettare che siano gli altri a revocare l’unione monetaria. Potrebbe porre il veto su tutte le decisioni strategiche della UE, come le sanzioni alla Russia, e mettersi di traverso in mille altri modi, per indurre a più miti consigli i partner europei, fino ad arrivare a nuove alleanze commerciali con i paesi Brics.

Ma soprattutto, se sceglieranno bene, i greci potranno ricominciare a sperare in un futuro migliore, dopo aver dato un mirabile esempio a tutto il mondo.

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